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Analisi di un bidone.

Riceviamo e pubblichiamo dai compagni del SALLCA-CUB




NO AL CONTRATTO BEFFA:
UN PACCO DA RISPEDIRE AL MITTENTE!

Nessun aumento salariale per il 2011 e 5 mesi del 2012
Nessun recupero inflattivo per il triennio precedente
Aumenti medi dichiarati di 50 euro al mese a partire dal mese di giugno 2012,
altri 50 dal giugno 2013, altri 70 dal giugno 2014:
soldi che non contano per TFR, Fondo Pensione, trattamento di quiescenza
TFR calcolato per 3 anni solo su stipendio, scatti anzianità ed ex ristrutturazione tabellare
Blocco degli scatti d’anzianità per 19 mesi
Contratti complementari con tagli salariali del 20% e orari di 40 ore
Salario d’ingresso con abbattimento tabellare del 18%
Un giorno in meno di banca ore o ex-festività per 5 anni per assunzioni solo presunte
Orari di sportello dilatati nella fascia oraria 8-20 o addirittura 7-22.
Forzature sull’obbligo di fare le ferie arretrate e quelle di competenza
Fungibilità dei Quadri Direttivi dal 1^ al 4^ Livello
Accorpamento di VAP e premio incentivante con rischio di perdere anche il primo

Era questa la piattaforma votata dai lavoratori?
Dovevamo aspettare un anno per ottenere queste brillanti conquiste?
Se è sopraggiunta la crisi non era doveroso tornare in assemblea?
C’è qualcos’altro che possiamo fare per finanziare le banche?

Il contratto dei bancari siglato il 19 gennaio scorso è il peggiore da molti anni a questa parte: batte decisamente quello del 2005, che introdusse l’apprendistato, e persino quello del 1999, che pose le basi per un abbassamento del 10% del costo del lavoro nel settore.

La piattaforma del primo tavolo della primavera 2011 ci aveva stupito perché andava in direzione completamente contraria: assumeva i problemi del settore, poneva al centro la necessità di creare nuova e buona occupazione, puntava a difendere l’area contrattuale, chiedeva di fare rientrare le lavorazioni date in appalto, metteva in discussione i sistemi incentivanti e si proponeva di recuperare il potere d’acquisto perduto. Nella sua premessa discolpava, è vero, le banche italiane da ogni responsabilità nello scoppio della crisi, ma sollevava comunque un nodo importante: come fare banca in modo responsabile, equo e sostenibile, abbassando le pressioni commerciali.
Nelle assemblee avevamo fatto notare alcuni punti critici (come la richiesta di fare entrare il sindacato nei consigli d’amministrazione), ma non ci sembrava opportuno bocciare la piattaforma in partenza: poteva essere uno strumento utile per riprendere potere negoziale e, se usata in modo convincente e conflittuale,  per strappare alle banche diritti e conquiste. Visti i soggetti, la piattaforma non ci sembrava credibile e, non a caso, un nostro ordine del giorno chiedeva di ritornare in assemblea se la trattativa avesse preso direzioni diverse. Da allora è passata molta acqua sotto i ponti:

-    i piani industriali presentati dalle banche si sono dimostrati sideralmente lontani dalla realtà, ma comunque dichiaravano migliaia di esuberi e tagliavano altrettanti posti di lavoro;
-    la revisione del fondo esuberi ha ridotto l’assegno di sostegno al reddito per tutti i lavoratori che sarebbero andati in pensione con il sistema retributivo;
-    l’accordo interconfederale tra Cgil-Cisl-Uil e Confindustria ha modificato il sistema delle regole contrattuali, aprendo alla possibilità di accordi aziendali peggiorativi del C.C.N.L.;
-    l’accordo quadro raggiunto nel settore il 24/10/2011 ha recepito l’accordo interconfederale, stabilendo regole nuove, sia sui rinnovi contrattuali che sui criteri di rappresentanza, affossando definitivamente la possibilità di eleggere le rappresentanze sindacali unitarie;
-    i primi incontri sul CCNL, tenutisi a metà dicembre, hanno subito chiarito che l’ABI considerava superata la piattaforma sindacale e che la controproposta sarebbe stata formulata sul terreno completamente diverso dell’emergenza e della straordinarietà.

L’Abi ha avanzato, infatti, una serie di richieste irricevibili, a spese del lavoro e delle tutele esistenti: tenere basso il costo del lavoro, concedere aumenti retributivi modesti, ottenere un salario d’inserimento ultra-ridotto, finanziare con una giornata di banca-ore, o ex-festività, un fondo per assumere/stabilizzare nuovi occupati, allungare gli orari di sportello, normare i contratti complementari con forti sconti, ottenere la fungibilità all’interno dell’area dei Quadri Direttivi.
Tutto questo avrebbe reso assolutamente necessario un ritorno in categoria, con una tornata assembleare capillare, per decidere come procedere, quali priorità selezionare, quali forme di lotta adottare per conquistare gli obiettivi prefissati.
Invece i sindacati trattanti(?) hanno scelto senza indugio la resa totale e definitiva.

I contenuti dell’accordo sono ormai noti:

A)    Contratti complementari: per i neo-assunti l’orario settimanale di lavoro sarà di 40 ore, con inquadramento al livello 2A3L e tabelle retributive ridotte del 20%. Basteranno questi sconti concessi alle aziende per difendere l’area contrattuale?

B)    Insourcing: nel caso di riassorbimento di lavorazioni esternalizzate, con applicazione di contratti diversi da quello del credito, i lavoratori osserveranno un orario di lavoro di 40 ore settimanali, le tabelle retributive potranno essere allineate nell’arco di 4 anni, ma il trattamento economico massimo sarà sempre ridotto del 20%, come nel caso dei contratti complementari.

C)    Fondo per l’occupazione: viene istituito un Fondo per incentivare l’assunzione o la stabilizzazione di giovani sotto i 32 anni, disoccupati, cassintegrati, lavoratori in mobilità, donne residenti in zone svantaggiate. Il Fondo è finanziato, in via sperimentale e per 5 anni, con una giornata di banca delle ore (aree professionali), d’ex-festività (Quadri Direttivi) ed il 4% della retribuzione del Top Management (ma qui c’è solo un invito dell’Abi ai volenterosi!). Il Fondo eroga 2.500 euro l’anno, per tre anni, alle banche che assumono o stabilizzano un lavoratore. In caso d’utilizzo dei contratti di solidarietà “espansivi” il contributo va al lavoratore che accetta una riduzione d’orario in cambio di nuova occupazione.
Vorremmo capire: visto che il Fondo lo pagano i lavoratori,  perché non è stato chiesto se erano d’accordo? Le migliaia di “ESUBERI” dichiarati e attivati (con decurtazione dell’assegno) in questi mesi in tutti i gruppi bancari erano uno scherzo? Ora, per le nuove assunzioni, le banche potranno risparmiare il 18%, ricevere 2.500 Euro di bonus, magari aggiungerne un altro se pescano dalle liste di mobilità. Infine la beffa: i top manager sono “invitati” a non aumentarsi lo stipendio ed a contribuire al Fondo e non poteva essere diversamente visto che questo contratto non può imporre loro nulla. Così continueranno a incassare ricchi, scandalosi e immeritati premi e poi magari faranno anche la figura dei benefattori.

D)    Salario d’inserimento: i lavoratori neo-assunti, a tempo indeterminato, anche se apprendisti,  vengono inquadrati al livello 3A1L, ma hanno uno stipendio ridotto del 18% ad euro 1679,89 lordi al mese, per 4 anni. Le parti invitano le fonti istitutive aziendali a prevedere per i lavoratori neo-assunti un contributo previdenziale del 4% per i primi 4 anni.
E)    Aumenti contrattuali: è previsto un aumento medio di 50 euro dal 1/6/2012 – altri 50 euro dal 1/6/2013 – altri 70 euro dal 1/6/2014 (totale 170), parametrato sulla figura del livello 3A4L con sette scatti di anzianità. Gli aumenti vengono corrisposti come elemento distinto della retribuzione, quindi non vengono computati ai fini degli istituti contrattuali nazionali, del TFR, dei trattamenti di quiescenza, di previdenza e di ogni altro trattamento aziendale. Gli aumenti saranno inseriti in tabella solo dopo il 1/7/2014 e con criteri da definire. Non c’è alcun recupero per il differenziale dell’inflazione per gli anni 2008-2009-2010-2011. Per il 2011, anno con contratto già scaduto, non c’è alcun aumento (e l’inflazione è stata del 3,3%). Nessun aumento neanche per i primi cinque mesi del 2012.

F)    Trattamento economico: per il periodo 1/1/2013-31/7/2014 vengono bloccati gli scatti di anzianità. Fino al 31/12/2014  il TFR viene calcolato solo sulle voci tabellari di stipendio, scatti di anzianità, importo ex-ristrutturazione tabellare (con esclusione di tutte le altre voci).

G)    Orario di sportello: le banche ottengono un aumento del 50% dell’orario di sportello. Infatti, fermo restando il tempo individuale d’adibizione,  il limite precedente parlava di 40 ore settimanali, mentre ora si potrà arrivare a 60 ore con semplice informativa, o addirittura a 75 ore con trattativa sindacale. Ora le aziende potranno fissare l’orario di sportello dalle ore 8 alle 20 con una semplice informativa alle OO.SS. con preavviso di 10 giorni (sono possibili osservazioni). Con il negoziato sindacale possono aprire tra le 7 e le 8 del mattino, oppure tra le ore 20 e le ore 22, con 10 giorni di tempo per negoziare soluzioni condivise. Viene raccomandato alle aziende di privilegiare la volontarietà. E’ possibile addirittura  il superamento di questi limiti, se lo sportello è situato in centri commerciali, mercati, stazioni, località turistiche, fiere, manifestazioni, ecc.

H)    Fungibilità dei quadri direttivi: viene istituita la Commissione Inquadramenti per procedere a classificazione del personale, declaratorie e profili professionali; intanto diventano immediatamente e pienamente fungibili i Quadri Direttivi dal 1^ al 4^ livello. Servirà alle banche per aggirare i divieti di demansionamento e risparmiare sugli inquadramenti.

I)    Premio variabile di risultato: in sede aziendale si può prevedere un unico premio aziendale di risultato che unifichi VAP e sistema incentivante, con la raccomandazione delle OO.SS. affinché venga fissato con criteri condivisi, fermo restando la sua crescente correlazione con effettivi incrementi di redditività, produttività ed altri obiettivi d’impresa. La crisi poteva essere l’occasione per cambiare il modo di lavorare nelle banche. Non crediamo che il sistema incentivante possa essere contrattato, va superato. Così anche il Vap diventerà ancora più incerto e magari distribuito in maniera iniqua.

J)    Fruizione delle ferie: le parti s’impegnano all’effettiva fruizione di riduzioni d’orario, banca ore, ferie ed ex-festività, con smaltimento di quelle arretrate. Ricominceranno forti pressioni per fare le ferie, anche quando non servono, per garantire riduzioni di costo. Su questo però invitiamo alla fermezza: nonostante la complicità dei sindacati asserviti, una dichiarazione non cancella le leggi e potete rispondere picche a chi vi “ordinerà” di azzerare le ferie.

K)    Relazioni sindacali: possibilità di definire a livello aziendale o di gruppo “specifiche intese” modificative in peggio di regolamentazioni, anche disciplinate dal CCNL, su prestazione lavorativa, orari e organizzazione del lavoro. Le aziende potranno quindi servirsi di contratti “alla carta” disarticolando il CCNL. La scadenza contrattuale viene fissata al 30 giugno 2014. Il periodo di raffreddamento del conflitto al momento della scadenza del  contratto viene allungato a 7 mesi. Tutte le OO.SS. si impegnano al rispetto del contratto, se esso viene firmato da chi rappresenta il 55% dei lavoratori iscritti. L’iscrizione ai sindacati è certificata dalla trattenuta in busta paga. Chi non ha la trattenuta in busta paga non esiste. Chi non è iscritto ad un sindacato firmatario non conta.

L)    Efficacia dei contratti di secondo livello: sono validi per tutti i lavoratori e vincolanti per tutte le organizzazioni sindacali, se sottoscritti da OO.SS. che rappresentino la maggioranza dei lavoratori che vi sono iscritti. Vale anche qui la regola che i lavoratori non iscritti ai sindacati firmatari, unici beneficiari della trattenuta in busta paga, non contano niente.

M)    Elemento di garanzia retributiva: nelle aziende prive della contrattazione di secondo livello e altri trattamenti economici, oltre a quanto previsto dal CCNL, spetta un importo di 258 euro lordi annui. Ci sarà da scialare …

N)    Indennità di vacanza contrattuale: è confermata al 30% dell’inflazione prevista e decorre dopo 3 mesi dal mancato accordo, ma prima saliva al 50% trascorsi 6 mesi dalla scadenza, mentre ora resta ferma al 30%.

O)    Apprendistato: viene attivata entro febbraio una Commissione per adeguare, entro aprile 2012,  l’apprendistato professionalizzante a quanto previsto dal D.lgs. 14 settembre 2011, n. 167.

P)    Long Term Care: sale da 50 a 100 euro l’anno il contributo alla Casdic per la copertura del rischio di perdita dell’autosufficienza.

Completano l’opera un’ulteriore sventagliata di Commissioni Paritetiche la cui utilità per i lavoratori resta del tutto indecifrabile, visti i risultati ottenuti, ma garantisce un bel “poltronificio” ai sindacati firmatutto: Inquadramenti, Orari di lavoro, Pari Opportunità, Accordo R.l.s., Semplificazione e Razionalizzazione Normativa, addirittura un Osservatorio nazionale sulla Produttività.

La cultura della crisi ha pervaso nel profondo anche le organizzazioni sindacali, che hanno firmato nel momento peggiore un contratto di pesante arretramento, duraturo e strutturale, soccombendo al clima di emergenza che è stato imposto al Paese dal vecchio e dal nuovo governo, con l’uso del deterioramento della  situazione finanziaria. I lavoratori non hanno colpa dei guasti che sono stati arrecati alla struttura produttiva italiana, alla tenuta finanziaria, al sistema sociale. Non tocca a noi pagare i costi del risanamento! Non tocca a noi aiutare le banche a risollevarsi!

Organizziamoci per resistere e per bocciare il contratto, nelle sedi sindacali, nelle assemblee dei lavoratori, sui posti di lavoro. Usiamo la consultazione per dare il benservito a queste organizzazioni sindacali. Mettiamo insieme le energie: lavoratori arrabbiati, delegati sindacali onesti, iscritti stanchi di subire. Bocciare il contratto significa ripartire, ricominciare a resistere, dire di no quando serve e quando ci vuole.

Non lasciamoci passare tutto sopra la testa: usiamola per riprenderci in mano il nostro futuro.

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Credito e Assicurazioni
www.sallcacub.org               sallca.cub@sallcacub.org
Sede Legale: Milano – Viale Lombardia 20; tel. 02/70631804; fax 02/70602409
Sede Operativa: Torino – Corso Marconi 34; tel. 011/655897; fax 011-7600582
f.i.p. 30/01/2012

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La vergogna (comunicato del SALLCA-CUB)

Riceviamo dai compagni della SALLCA-CUB e volentieri

pubblichiamo, in attesa di poterci coordinare con loro.

DA SEGRETERIA NAZIONALE CUB-SALLCA

CONTRATTO BANCARI: IL DANNO E LA BEFFA
Si è concluso nel peggiore dei modi e senza un minuto di sciopero il rinnovo del contratto dei bancari: una sceneggiata nel metodo e un obbrobrio nei contenuti.
A fronte di un contesto di crisi innegabile, i sindacati firmatari hanno deciso di farvi fronte cestinando la loro già poco credibile piattaforma e limitandosi ad emendare quella della controparte, scaricando sacrifici sui lavoratori per aiutare i poveri banchieri.
Una trattativa lampo con comica finale: il 18 gennaio veniva raggiunto verbalmente l’accordo, il 19 si riapriva il confronto perchè il testo non coincideva con quanto concordato. Ancora l’altra settimana stavano girando due testi diversi!!!!
Nel merito: non c’è il recupero del potere d’acquisto, vi sono perdite su importanti parti normative, viene allargato in modo insensato l’orario di sportello e “difesa” l’area contrattuale con forti sconti alle aziende sulle nuove assunzioni.
Il Fondo per l’occupazione introduce il salario d’ingresso ed un contributo a carico dei lavoratori. Beffa finale: i top manager vengono invitati(sic!) a non aumentarsi i loro già scandalosi ed immeritati stipendi e a dare un contributo del 4% al Fondo per l’occupazione.
Un’ultima domanda: come mai si crea un fondo per l’occupazione a condizioni stracciate dopo che in questi mesi sono stati firmati nei principali gruppi bancari accordi per migliaia e migliaia di esodi?
Ancora una volta si conferma la teoria che la crisi è una grossa opportunità: per chi ne è responsabile e riesce a scaricarne i costi su chi ne è incolpevole!
Di fronte alla cancellazione di ogni residuo di democrazia sindacale e di autonomia negoziale, invitiamo i quadri sindacali delle sigle firmatarie che hanno ancora un barlume di dignità a unire gli sforzi per contrastare questo scippo ai danni dei lavoratori, ricompensato dall’Abi con il consueto proliferare di commissioni paritetiche, utili solo al mantenimento delle burocrazie sindacali.
A breve produrremmo un volantino analitico con tutte le “delizie” del rinnovo contrattuale.”

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Il piano industriale del gruppo Intesa – S. Paolo.

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un comunicato dei compagni della SALLCA-CUB Intesa – S. Paolo dell’Area di Torino;


PIANO INDUSTRIALE: ALTROCHE’ SE PARTIAMO MALE!

Abbiamo letto con una punta d’ilarità (anche se non c’è nulla da ridere) il volantino dei sindacati del primo tavolo dell’Area Torino, “partiamo male”.
A parte il fatto che la brutta partenza non riguarda certo solo Torino (anche noi abbiamo scritto sulle vicende dei poli di ISGS di Cagliari e Napoli fatti a pezzi e sui disastri di Banca  Monte  Parma), verrebbe da dire: anche voi concertativi incalliti vi siete accorti delle angherie aziendali contro i lavoratori?

Nell’incontro del 21 ottobre dei sindacati firmatari con l’azienda, questa ha dato risposte evasive ed inconcludenti al punto di dover richiedere un nuovo incontro entro la prima metà di novembre.

Nell’occasione si parlerà di part-time, pressioni commerciali e gestione generale delle comunicazioni tra i gestori del personale ed i colleghi. Ci attendiamo forti progressi dal prossimo incontro, al quale non ci viene consentito di partecipare ma cui siamo molto interessati: stiamo raccogliendo una serie di episodi sul “museo degli orrori” della gestione del personale degli ultimi tempi.

Riguardo ai part time andrebbe aggiornata la normativa: essi vengono rinnovati/concessi solo nella misura e nelle modalità che rispondono alle esigenze…aziendali.
Riguardo le pressioni commerciali basterà dire che le richieste assillanti di report giornalieri da parte dell’Area non suggeriscono certo un clima sereno e privo di indebite forzature: a quando le bacchettate sulle dita del direttore che si presenta  a mani vuote a fine giornata? Di questi tempi poi, quali report dovrebbero arrivare oltre al resoconto delle telefonate preoccupate dei clienti?

Sarà il caso di tenere presente (ricordate le “uscite” del Direttore Regionale in occasione di un’infelice riunione con i consulenti?) che la Cub-Sallca, anche se estromessa dagli incontri, ha molti modi per far sentire la propria voce.

Aggiungiamo, anche, come promemoria per chi “tratta” (si fa per dire…), che sono riprese le pressioni in tema di ferie. Davvero fervida la fantasia dei vari responsabili, che si inventano norme inesistenti in materia di residui di ferie: dai più temerari (zero rimanenze) ai più generosi (massimo tre giorni, massimo cinque e così via). Ancora più buffo quanto accade in alcuni punti operativi, dove i responsabili convocano i lavoratori uno ad uno, ad esclusione di quelli che sanno già che li manderebbero (giustamente) a stendere.

Se la gestione del personale lascia a desiderare, la gestione dell’organizzazione del lavoro da parte dell’azienda prepara scenari preoccupanti. Parleremo prossimamente in modo più approfondito del nuovo modello di filiale e della conseguente eliminazione di alcune figure professionali. Per ora osserviamo che l’idea di eliminare gli addetti alla contabilità promette nuovi sconquassi.

L’operazione viene giustificata con lo slogan “tutto il lavoro ai back office”. Si tratta di una scemenza. Primo, non tutto il lavoro può essere accentrato. Secondo, la tesi che l’accentramento faccia risparmiare tempo può essere sostenuta solo dai manager che non capiscono nulla del lavoro ed essere accettata solo dai sindacalisti che a lavorare non ci sono mai. Siamo al fianco dei tanti, eroici, colleghi che, infischiandosene di disposizioni aziendali assurde, continuano a fare le operazioni, garantendo ai clienti un servizio di qualità e sveltendo le pratiche.
Contro il tentativo di disarticolare il lavoro delle filiali, non mancheremo di fare sentire la nostra voce, anche con denunce all’esterno.

D’altronde, anzichè spendere soldi per consulenze inutili, l’azienda farebbe bene a seguire i consigli della Cub-Sallca, visto che i nostri rappresentanti a lavorare ci vanno.
Non avevamo forse scritto un anno fa che il collocamento dei roller cash sarebbe stato deleterio? Salutiamo con favore i progetti di sostituzione di questi macchinari allucinanti con i cash-in cash-out  (cosa che peraltro non esaurisce il tema sicurezza), ma perchè non farlo subito? Se lo chiedono anche i colleghi, che osservano attoniti l’ennesima ristrutturazione delle filiali e si chiedono quanto viene a costare questo giochino. Domanda legittima visto che questa azienda risparmia persino sulla frequenza dell’invio della posta interna.

Due anni fa avevamo caldeggiato una giornata intera, in aula, per tutti, per la formazione sull’Antiriclaggio. Oggi finalmente ci siamo, ma solo perchè l’Abi è intervenuta con una certa decisione.

Avevamo anche scritto che sciogliere i Centri Domus era un grave errore, perchè sarebbe venuto meno il filtro dei colleghi specializzati rispetto all’esuberanza di certe spinte da budget sull’argomento.

Anche in questa circostanza si assiste ad una parziale retromarcia, parziale perchè per le filiali autonome non si tornerà indietro (per ora?): rinasce dalle ceneri del Centro Domus il CEM, Centro Eccellenza Mutui. Come da tempo accade in questa azienda, tale magniloquente titolo nasconde la triste realtà perchè il volere aziendale prevede che il CEM venga collocato all’interno del Consorzio ISGS. Tale scelta è sbagliata sia perchè il lavoro avverrà a stretto contatto delle filiali (per cui sarebbe ben più logica una collocazione in Banca dei Territori) sia perchè i lavoratori coinvolti non gradiranno certamente una ennesima “deportazione” in ISGS.
Da questo punto di vista avvisiamo subito che eventuali colpi di mano rispetto alla volontarietà dei colleghi sulla loro collocazione verranno contrastatati sul piano sindacale e legale.

Le cose che abbiamo segnalato in questo volantino rappresentano solo una parte dei sinistri progetti di un management che, operando solo nell’ottica di tagliare i costi e di annichilire il personale, finirà per fare danni pesanti a questa azienda.
Questi progetti vanno contrastati con forza a partire anche dal vissuto quotidiano. Invitiamo i lavoratori a rompere il muro di rassegnazione e di isolamento che la dirigenza aziendale vuole costruirci intorno.

Contattateci e denunciate le angherie cui venite sottoposti tutti i giorni.

Non lasciamo che manager immeritatamente strapagati distruggano l’azienda.

Insieme possiamo resistere e reagire.

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Intesa Sanpaolo Area Torino”

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Una decina di lavoratori sanzionati per essersi prodigati nei confronti di una portatrice di handicap.

Così si potrebbe sintetizzare l’atteggiamento tenuto dalla Banca di Sassari in occasione di una truffa ai danni di un istituto previdenziale straniero.

I fatti risalgono a circa una quindicina di anni fa, quando, presso gli uffici dell’allora Agenzia 1 della Banca di Sassari, in Via Don Piga, si presentava mensilmente una signora affetta da patologie degenerative a carico dell’apparato osteo-articolare per incassare un assegno proveniente da un istituto previdenziale straniero. Le evidenti difficoltà della signora, che si recava presso gli uffici sempre accompagnata dal figlio, spinsero un’impiegata della banca ad un’iniziativa, successivamente avvallata da tutte le Direzioni succedutesi nell’agenzia e, cioè, di delegare il proprio figlio al cambio di quell’assegno di misero importo, evitando gli spostamenti della signora.

Le buone azioni, però, non sempre trovano la gratitudine dei beneficiati. Infatti, nel 2003, la signora decede ed il figlio omette di denunciarne la scomparsa sia all’agenzia della banca che all’ente previdenziale.

Tale truffa si protrae negli anni, nonostante l’istituto previdenziale avesse l’obbligo di accertarsi dell’esistenza in vita della signora, e viene scoperta solo nel 2010, a seguito della morte del figlio della signora.

La Banca di Sassari, che sino ad allora, tramite le Direzioni locali, aveva sempre avvallato la prassi, cambia improvvisamente opinione e contesta ai cassieri il cambio di quegli assegni.

E siccome al peggio non c’è mai fine, non solo contesta il cambio degli assegni in questione ma anche il fatto che quella prima impiegata, nel frattempo defunta anche lei, avesse titolo o, peggio ancora, fosse presente per poter dare quella disposizione.

Chiaramente questo è solo un sunto brevissimo di quanto accaduto. Però dà un’idea di quanto le banche, se possono scaricare le proprie colpe sui lavoratori innocenti, vadano persino contro principi etici universalmente riconosciuti.

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“NUOVO” FONDO ESUBERI: PROVIAMO A CAPIRCI QUALCOSA

L’8 luglio è stato firmato l’accordo sul nuovo Fondo Esuberi di categoria e da allora è stato un effluvio di comunicati, con i sindacati del primo a tavolo a cantare vittoria (quando mai perdono?) e Falcri/Silcea, sul secondo tavolo, che evidenziavano le criticità dello stesso ed in particolare la reale volontarietà dell’accesso al Fondo.

Per capire qualcosa è necessario fare un po’ di storia.

La nascita del Fondo Esuberi di categoria è strettamente legata al rovinoso rinnovo del CCNL del 1999. Allora (ennesima vittoria) i sindacati firmatari giustificarono l’arretramento contrattuale proprio con la nascita del Fondo che, a loro dire, dava ai lavoratori un fondamentale, e prima inesistente, strumento di difesa dalle crisi occupazionali. Le norme dell’accordo vennero recepite dal punto di vista legislativo con il Decreto n. 158 del 28 aprile 2000.

Il 24 gennaio 2001 Abi e sindacati concertativi firmarono un “Verbale di incontro” dove veniva introdotta la possibilità di usare il Fondo per le banche che, rinunciando al ricorso a licenziamenti collettivi, fossero disponibili ad attivare esodi volontari per i lavoratori che avevano i requisiti per accedere al Fondo.

Proviamo a spiegare in termini comprensibili.

Se una banca dichiarava un certo numero di esuberi, con la procedura obbligatoria poteva mandare a casa un numero corrispondente di lavoratori che erano i più vicini al raggiungimento dei requisiti per andare in pensione.

Con l’introduzione della procedura facoltativa la platea di interessati all’esodo poteva essere ampliata a tutti coloro i quali avevano i requisiti per accedere al Fondo, anche in numero maggiore rispetto agli esuberi dichiarati.

Se l’operazione funzionava nessuno veniva obbligato ad un’uscita anticipata dal posto di lavoro, ma se ne andava solo chi voleva, spesso anche in numero superiore al necessario.

E’ questo il verbale di accordo che l’Abi, il 7 aprile, ha dichiarato di voler disdettare e che è stato identificato come “esodo volontario”, ma è bene chiarire che, anche in questo accordo, la volontarietà era un’opzione che le banche potevano adottare, ma non un obbligo.

Due anni dopo la firma di questo verbale, per fare un esempio, Intesa BCI dichiarò lo stato di crisi e quasi 6.000 esuberi. L’accordo prevedeva che nel Fondo dovessero entrare coloro che avevano già maturato il diritto alla pensione e poi coloro che, avendone i requisiti, aderivano su base volontaria. Ma se il numero dei volontari fosse stato insufficiente si sarebbe passati all’uscita obbligatoria di chi era più prossimo alla pensione. L’incentivo era ridotto ad una mensilità come “premio tempestività”.

Abbiamo voluto fare questa lunga introduzione perché è indispensabile per capire l’attuale accordo, che ha ripristinato la situazione esistente con il verbale del 2001 e che possiamo così definire: ora come allora le aziende hanno la facoltànon può essere escluso il passaggio alla fase obbligatoria. di attivare il fondo su base volontaria, ma

Questo concetto va tenuto ben presente alla luce della vera novità dell’accordo dell’8 luglio rispetto agli esodi e cioè la decurtazione dell’assegno di accompagnamento alla pensione per chi ha il calcolo della stessa con il sistema retributivo.

In passato, in molti casi, le procedure di esodo vedevano adesioni massicce di lavoratori stufi di vivere certe situazioni lavorative e allettati da adeguate incentivazioni da parte della propria azienda. Bisognerà ora vedere se le adesioni saranno così numerose anche con il taglio previsto alle prestazioni (ricordiamo: per coloro che avranno la pensione calcolata integralmente col sistema retributivo 8% di riduzione per chi ha redditi fino a 38.000 Euro e 11% oltre) e la prevedibile assenza di incentivi.

In caso negativo ricadrà sui sindacati concertativi aziendali la scelta di assecondare o meno le richieste delle controparti di uscite obbligatorie e con decurtazione.

Peraltro riteniamo di dover proporre una riflessione: l’attenzione fortissima dei colleghi più anziani alle notizie di prossimi esodi segnala una situazione di grande esasperazione ed insofferenza per le condizioni di lavoro e questo chiama in causa direttamente i sindacati del primo tavolo che, da sempre (vedi anche la premessa alla piattaforma di rinnovo del CCNL), si vantano dei prodigiosi risultati della contrattazione degli ultimi 20 anni ed oggi ne possiamo “apprezzare” le conseguenze.

Aggiungiamo, per completezza, che, viste le continue norme introdotte dal governo e dalla riforma pensionistica, che allungano i tempi delle “finestre” (cioè del momento in cui si percepirà la pensione e non quello della maturazione del solo diritto ad uscire dal lavoro), l’accesso al Fondo sarà possibile a partire dai 60 mesi antecedenti alla data di attivazione effettiva della finestra.

Tutto questo riguarda la parte “straordinaria” del Fondo, cioè quella che accompagna alla pensione, ma l’altra grossa novità riguarda l’introduzione dei contratti di solidarietà, che prevedono riduzioni di orario o sospensioni temporanee dal lavoro, fino ad un massimo del 50% dell’orario.

Questi contratti, applicabili sempre previa apertura della classica procedura sindacale, possono essere “difensivi” e obbligatori (massimo 36 mesi) per ridurre o evitare eventuali esuberi, o “espansivi” e facoltativi (massimo 48 mesi) per favorire nuova occupazione, cioè la riduzione di orario viene usata per far spazio a nuovi assunti.

Concentreremo l’attenzione sui primi, vista l’obbligatorietà.

Cominceremo col dire che nella parte “ordinaria” del vecchio Fondo erano già previste riduzioni d’orario e sospensioni temporanee dal lavoro con una copertura retributiva, per il tempo non lavorato, pari al 60%.

Il nuovo accordo prevede una copertura fino all’80% attraverso il ricorso alle procedure della Legge 236/93 (art. 5 comma 5). La retribuzione relativa al periodo non lavorato viene coperta dal Fondo per l’occupazione (un fondo pubblico) che eroga il 25% della mancata retribuzione al lavoratore ed il 25% all’azienda. Secondo quanto scritto nell’accordo, l’Abi “inviterà le Associate a rinunciare alla quota di contributo pubblico spettante per legge all’azienda devolvendola a favore dei lavoratori interessati”. Il Fondo Esuberi interviene con un ulteriore 30%.

Riepilogando: 50% dal Fondo per l’occupazione (25% direttamente al lavoratore e 25% dall’azienda, se accetta l’invito dell’Abi…) + 30% dal Fondo Esuberi, Totale 80% della retribuzione per il periodo non lavorato; inoltre, secondo quanto recita la legge in oggetto, “ai soli fini pensionistici si terrà conto, per il periodo della riduzione, dell’intera retribuzione di riferimento”.

Attenzione però: viene anche espressamente detto (e se lo scrivono una seppur remota possibilità ci deve essere) che “in mancanza o al venir meno del contributo” pubblico, si ritornerebbe alla copertura ad esclusivo carico del Fondo del 60%, con l’aggravante che la durata della riduzione può arrivare a 24 mesi o 36 con accordo aziendale, contro i 18 mesi di prima. Inoltre, nel vecchio Fondo, la riduzione era limitata a 6 mesi nel triennio e questo limite è stato cancellato.

Ricordiamo che questa parte, inedita, del Fondo, non è volontaria. Facendo bene i conti, mettendo insieme l’aumento della copertura economica (dal 60 all’80%, Stato permettendo), la riduzione/sospensione dell’orario (per un massimo del 50%), ma anche la nuova durata (da 18 a 36 mesi) e l’assenza dei vecchi limiti (6 mesi), non è detto che la nuova versione sia più conveniente della precedente.

L’aumento della copertura retributiva, quindi, potrebbe essere solo apparente; tuttavia abbiamo la sensazione che le aziende saranno interessate ad usare questo strumento, che, a nostro avviso, rappresenta un interessante episodio di neocorporativismo, con sindacati concertativi ed aziende uniti per spillare soldi allo Stato. E’, infatti, evidente che questo strumento assomiglia ad una sorta di cassa integrazione, il cui uso è decisamente pretestuoso in un settore come il nostro.

Quali valutazioni, alla fine, di tutto questo?

L’accordo non è scandaloso, ma certo non è la vittoria (c’è chi ha parlato, senza senso del ridicolo, di “vittoria storica”) che ci vogliono vendere i soliti sindacati concertativi e ogni volta si scende più in basso.

Inoltre è un accordo molto complicato, che moltiplica gli strumenti a disposizione delle aziende e lascia aperte troppe incognite (contributo statale: si o no? Esodi? Riduzioni di orario? Sospensioni? Volontarie od obbligatorie? Quali gli impatti sul sistema misto?) demandate in parte alla solita commissione bilaterale (così abbiamo piazzato anche i sindacalisti in esubero…).

Abbiamo l’impressione che il copione sia sempre lo stesso e si ripeta senza sosta da 20 anni: la controparte va all’assalto chiedendo 100 e poi si “accontenta” di portare a casa 30, con i sindacati concertativi che esultano per non aver concesso 70, ma di fatto i lavoratori registrano un costante arretramento delle proprie condizioni rispetto alle precedenti.

La trattativa era partita con l’Abi che voleva introdurre l’indennità di disoccupazione, ridurre la copertura a 4 anni e imporre l’obbligatorietà sempre. Alla fine ottiene uno sconto sulle prestazioni (ricordiamo che le lamentele nascevano dal fatto che varie novità legislative avevano fatto salire il costo del Fondo del 10%, guarda caso…) e la volontarietà dipenderà dagli accordi aziendali.

Ogni volta si dice che “poteva andare peggio”, ma di peggio in peggio si continua a scivolare sempre più in basso. Non vorremmo, oltretutto, che questa “non vittoria” finisca per pesare negativamente sul rinnovo del contratto nazionale, diventando merce di scambio per ulteriori peggioramenti, come già avvenne nel ’99.

Rileviamo che, ora come allora, i sindacati concertativi hanno chiuso l’accordo, senza nessun mandato, senza consultare nessuno e presentando il tutto come un dato di fatto. Non è una novità, ma non ci rassegniamo ad abituarci e chiediamo ai lavoratori di aiutarci contro questa pessima prassi che potrà, a breve, dare nuovi risultati nefasti.

Il vero banco di prova di questo accordo sarà dato dall’esito delle trattative nei gruppi bancari dove sono state aperte procedure di esuberi.

L’unica prospettiva per non continuare a commentare nuovi accordi a perdere è la costruzione di un’alternativa reale con il sindacalismo di base.

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Credito e Assicurazioni

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Lettera aperta di Joseph Fremder al giuslavorista Ichino.

Pubblichiamo il testo della lettera aperta scritta dal compagno Fremder al giuslavorista Ichino (senatore del PD) a seguito di una intervista dello stesso al quotidiano “Il Mondo” (che riportiamo in un altro articolo):

LETTERA APERTA A PIETRO ICHINO

Un brivido mi corre lungo la schiena mentre leggo la sua intervista del 20 maggio 2011 pubblicata su “IL MONDO” e il brivido si mescola e confonde col sudore quando leggo e penso che lei è anche senatore del PD ed è portatore sano di un disegno di legge (ddl 1873) di riforma del diritto del lavoro.

Io che sono un semplice sindacalista le voglio fare alcune domande alle quali ho la presunzione di immaginare che lei non risponderà mai.

1.       Chi le scrive non è sindacalista della CGIL, ma non posso fare a meno di indignarmi quando leggo che secondo lei, a proposito di precariato, la CGIL non volendo  ridisegnare il diritto del lavoro diventa il responsabile della creazione di ciò che lei definisce  “ l’apartheid fra protetti e non protetti.” La domanda che ne consegue è la seguente: dr. Ichino non crede che oggi  non esistano più i lavoratori protetti? Non vede quante famiglie che lei colloca tra i “protetti” si sono ritrovate in mezzo ad una strada nello spazio di un battere di ciglia? E non vede che tra i “protetti” c’è una folta schiera di gente che deve sopravvivere con 800/1000 euro al mese? E non pensa, dr. Ichino, che quei metalmeccanici ricattati dal “Marchionne furioso” sono lavoratori che lei colloca tra i “protetti”? Protetti e non protetti sono la faccia della stessa medaglia, sono il bubbone neoliberista, sono la precarietà di oggi, caro senatore, perché la vita è precaria quando il lavoro scade, ma è precaria anche la vita a 800 euro pur se a tempo indeterminato. L’apartheid così come il dualismo generazionale non esistono, sono solo invenzioni mediatiche volute da chi come lei vuole cambiare il diritto del lavoro in peggio per chi “lavora.”

2.       Come spiega che nell’intervista afferma, in perfetto accordo con la Camusso, che  il precariato è “il male insopportabile del nostro secolo” per poi ribadire che conserverebbe i contratti a termine, il lavoro temporaneo tramite agenzia, il contratto d’apprendistato, il part time, il job-sharing e anche le stesse collaborazioni autonome coordinate e continuative?

3.       Perché insiste nel volere praticamente cancellare l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori dando la possibilità al Giudice di monetizzare anche un licenziamento ingiusto ed ingiustificato? Non pensa il giuslavorista Ichino che in tempi di precarietà dilagante vada almeno salvaguardato il diritto a non essere licenziati ingiustamente, mantenendo la certezza del proprio posto di lavoro?

4.       All’interno della sua intervista c’è un’attenzione forte e continua nella tutela degli interessi economici delle imprese pur se questi comportano “lacrime e sangue” per i lavoratori. Non crede che per un senatore che afferma che “il precariato è il male insopportabile del nostro secolo”  sia giunto il momento di mettere al centro gli interessi e le necessità della persona e quindi anche del lavoratore?

Concludo con le sue parole dr. Ichino: “Il problema è che  in Italia siamo ormai assuefatti a confondere la sicurezza del lavoratore con il regime di inamovibilità, di job property. In realtà la sicurezza che viene offerta ad un lavoratore in regime di flexsecurity è molto maggiore e migliore rispetto a quella offerta da un regime di ingessatura del rapporto di lavoro: perché quando viene l’acquazzone anche il gesso si scioglie, ed il lavoratore si trova con un pugno di mosche in mano.”

Questo, aggiungo io, solo se il lavoratore è stato ingessato con un pugno di mosche in mano.

Joseph Fremder

Segretario Nazionale “Unità Sindacale Falcri Silcea””

Un’ultima considerazione; se Ichino (PD) viene considerato “amico” dei lavoratori, il detto “dagli amici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io” trova una sua tristissima conferma.

Su Sindacadu de sa Natzione Sarda

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