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IL DIRITTO AL SINDACATO DELLA NAZIONE SARDA – Bibliografia

INDICE LEGISLAZIONE

LEGISLAZIONE INTERNAZIONALE:

O.I.L. (Organizzazione Internazionale del Lavoro – ONU)

1.      Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo

2.      O.I.L. Principi e diritti del lavoro

3.      O.I.L. Convenzioni sui principi e diritti fondamentali del lavoro

4.      O.I.L. Dichiarazione di Filadelphia: Scopi e obiettivi dell’OIL

5.      O.I.L. C87 (Conv.87) Libertà sindacale

6.      O.I.L. C98 (Conv.98) Diritto di organizzazione e di negoziazione collettiva

LEGISLAZIONE EUROPEA

1.      Accordi di Helsinki – 1975

2.      Carta europea delle lingue minoritarie 1992

3.       Convenzione quadro – 1995

4.      I diritti fondamentali nell’U.E.(2001)

Tre Risoluzioni dell’U.E.:

a.              Arfè (1981)

b.            Kuijpers (1987)

c.              Killilea (1994)

LEGISLAZIONE ITALIANA

Costituzione Repubblica Italiana

Statuto dei lavoratori Legge 300/1970

Legge 482/1999

Regolamenti di attuazione della L.482/1999

Legge 15 marzo 1997, n°59

D.Lgs. 31 marzo 1998, n°80

LEGISLAZIONE REGIONALE ITALIANA

FRIULI-VENEZIA GIULIA

L.R. N°15 del 22 marzo 1996

L.R.. N° 38 del 23 febbraio 2001

L.R. n° 4 del 15 febbraio 1999

SICILIA

L.R. 9 ottobre 1998, n°26

BASILICATA

L.R. n°40 del 3 novembre 1998

CALABRIA

L.R.n° 15 del 30 ottobre 2003

MOLISE

L.R. n° 15 del 14 maggio 1997

PIEMONTE

L.R. n° 26 del 10 aprile 1990

LETZES DE SA SARDIGNA

Statuto Regione sarda

L.R. n°26 del 15 Ottobre 1997

Il Sardu nella definizione dell’U.E.

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ATTI CONVEGNO “Sa pelèa pro su Sindacadu de sa Natzione Sarda”

Per il movimento soberanista e indipendentista sardo, nella battaglia per la trasformazione delle relazioni giuridiche, politiche ed economiche con lo Stato Italiano, è necessaria l’esistenza di un sindacato soberanista ed indipendentista, vi è la necessità dell’esistenza de Su Sindacadu de sa Natzione Sarda

ATTI CONVEGNO

“Sa pelèa pro su Sindacadu de sa Natzione Sarda”

Il Convegno, di cui pubblichiamo gli Atti, fu organizzato dal Territorio Sassarese de Su Sindacadu de sa Natzione Sarda – CSS.

Gli sviluppi delle relazioni interne alla CSS, portarono il Territorio sassarese ad uscire da quella Organizzazione e a fondare

SU Sindacadu de sa Natzione Sarda

La Relazione introduttiva fu tenuta dal compagno Anghelu Marras. (Animatore della fondazione e Portavoce de SU SINDACADU DE SA NATZIONE SARDA, fondato a Sassari il 2 Febbraio 2008))

Indice interventi:

1. Intervento di  PAOLO FOIS (Università di Sassari)

2. Intervento del compagno FRANCESCO CASULA“Globalizzazione e risveglio etnoidentitario”

3. Intervento del compagno GHIJUVANLUCCA MORUCCI Responsabile Internazionale dell’STC (Sindacatu di li Tavaglijadori Corsi)

4. Intervento di BUSTIANU CUMPOSTU Segretario Natzionale “Sardigna Natzione Indipendentzia”

5. Intervento di GAVINO SALE Indipendentzia Repubblica de Sardigna

6. Intervento del compagno BRUNO BELLOMONTEPortavoce di “A Manca pro s’Indipendentzia”

7. Intervento del compagno ANTONELLO LICHERI(Capogruppo al Consiglio Regionale della Sardegna del Partito della Rifondazione Comunista)

8. Intervento del  Presidente del Consiglio Regionale compagno GIACOMO SPISSU

9. Messaggio del Sindacato Basco L.A.B.  (JESUS M. GETE OLARRA – Secretario de Relaciones Internacionales de LAB )

10.  Messaggio del compagno VINCENZO MIGLIUCCIdell’Esecutivo Nazionale della Confederazione dei Cobas

11.   Messaggio dei compagni di SARDIGNA RUJA(Associazione dei sardi emigrati)

Messaggio dei compagni del “TUPA RUJA”Collettivo Rivoluzionario Antimperialista Sardo

12.  Messaggio dell’On.le GIUSEPPE ATZERIConsigliere Regionale del Partito Sardo d’Azione

13.  Capogruppo Consiglio Regionale “La Margherita” On.le ANTONIO BIANCO

Relazione introduttiva

del compagno

ANGHELU MARRAS

Questa manifestazione nasce dall’esigenza di onorare la lotta ventennale dei “lavoratori sardi” del sindacalismo autonomo, di confermare la presenza organizzata del Sindacato della Natzione Sarda nell’intera Sardegna, di cancellare la grave discriminazione perpetrata nei confronti dei lavoratori ad essa aderenti e determinata dai ritardi e dalle omissioni dei legislatori.

Il nostro sindacato, ma più in generale il Sindacato Sardo, è stato per vent’anni, ingiustamente e pregiudizialmente discriminato.

Attraverso questo Convegno, intendiamo far sentire, forte, la nostra voce, richiedendo, alla Regione Sarda e agli Enti Pubblici nonché le associazioni datoriali, il rispetto delle Direttive che l’Unione Europea ha dettato per l’intero territorio di sua pertinenza, Sardegna inclusa.

La “Natzione Sarda”, al pari di tutte le altre Nazioni Senza Stato europee ha acquisito il diritto a rappresentare i lavoratori nei tavoli negoziali della propria Natzione. Ma il legislatore sardo non ha ancora riconosciuto tale diritto (altre regioni italiane lo hanno già fatto da tempo) e agisce, esclusivamente, in concerto con i sindacati maggioritari italiani (Cgil-Cisl-Uil). Di conseguenza, in tutti i tavoli di trattativa, pubblici e privati, oltre che nell’apposita Commissione Regionale per l’elaborazione delle politiche economiche e del lavoro (C.R.E.L.), permane, gioco-forza, la discriminazione nei confronti del Sindacato della Natzione Sarda.

In questo modo, la Sardegna delle istituzioni e delle imprese, rinuncia a tenere nella giusta e dovuta considerazione quella “specificità sarda” che l’Unione Europea calorosamente raccomanda.

Il Sindacato della Natzione Sarda, con la propria attività sindacale è presente in tutto il territorio sardo. La sua funzione è quella di arricchire di altre opportunità il mondo del lavoro isolano ed è capace, quindi, di interpretare, anche gli “accordi romani”, valorizzandoli di specificità e di sardità, e per questo, merita, al pari dei Sindacati Confederali , il giusto riconoscimento a rappresentare, in ogni sede, i lavoratori sardi.  Il nostro sindacato non confuta il ruolo del sindacalismo confederato a livello statale, Su Sindacadu Sardu intende ribadire il concetto che la Natzione Sarda , così come definita dall’U.E., ha il diritto-dovere di puntualizzare la propria specificità e di vederla, comunque, riconosciuta in quanto valore aggiunto delle  opportunità sarde.

Ci riferiamo alla “questione sarda”, cioè ad una particolare questione energetica, turistica, scolastica, al trascorso di emigrazione e di disoccupazione, al valore della pastorizia e dell’agricoltura, al problema militare, al problema dell’acqua e quant’ altro, che fa della nostra Storia e del nostro Presente un “particolare” che deve essere tenuto nella giusta considerazione e che, per motivi legati ad una dinamica negoziale che pone al centro della lotta sindacale, i grandi problemi dell’Italia: i sindacati confederali non hanno mai potuto affrontare con la caparbia determinazione necessaria al problema sardo.

Su Sindacadu Sardu opera in una dinamica esclusivamente sarda  e contribuisce con le proprie elaborazioni e le proprie attività ai tavoli negoziali di importanti categorie di lavoratori. E’, al contempo, membro del Sindacato Internazionale delle Nazioni Senza Stato, in cui, attraverso la ricerca di strategie idonee, concorre allo studio ed alla risoluzione dei problemi  endemici, comuni alle Nazioni senza Stato.

Questo Convegno intende richiamare l’attenzione dei Sardi e dei legislatori del Consiglio Regionale della Sardegna, sulle grandi motivazioni ideali introdotte dall’O.I.L (Organizzazione Internazionale del Lavoro – Sezione del lavoro dell’Organizzazione delle Nazioni Unite), per contrastare ogni forma di discriminazione nel mondo del lavoro, che hanno trovato finalmente applicazione nelle raccomandazioni U.E. agli Stati membri, alla fine degli anni ‘90.

Su Sindacadu de sa Natzione Sarda non vuole essere “rappresentativa” di tutta la realtà lavorativa italiana, requisito richiesto dalle parti datoriali, Enti pubblici regionali compresi.

Su Sindacadu, piuttosto, ritiene prioritario elaborare, attraverso lo strumento del dibattito e della democrazia, una “nuova” politica del lavoro che dalla Sardegna guardi all’Europa e al mondo. Intende, cioè, intervenire nella trattativa sindacale per emendare gli aspetti che riguardano la specificità del lavoro e dell’economia sarda, senza dover subire l’applicazione burocratica di quel che le Parti Sociali  hanno elaborato per le esigenze della penisola.

Il lavoro dei sardi non è diverso (né tecnicamente né qualitativamente) da quello delle altre donne e altri uomini del mondo. Piuttosto è il Luogo, la Sardegna, ad essere “diverso”, “specifico” appunto. Del resto, “altra” è la cultura del nostro popolo, come noi stessi diciamo e come il legislatore ha riconosciuto, giudicando positivamente la nostra “specialità”, foriera di sviluppo armonico e organico della  Comunità.

Quella sarda, la nostra, è una diversità conservativa “ricca”, affezionata ai valori trasmessi, alle tradizioni, ai principi morali, alle leggi mai scritte e, non ultima, al “punto di vista insulare”. Al contempo, la nostra cultura di lavoratori sardi, è aperta. Aperta al “nuovo”, anche se saldata, teneramente e patologicamente, a ogni singola esistenza, a ogni storia particolare, a ogni montagna e a ogni pietra della Sardegna; al nostro “universo particolare”, generato e maturato nella nostra terra.

E anche quello che oggi andiamo rappresentando, in questo Convegno di studio e di proposta, è una dichiarazione d’amore alla nostra cultura, vasta e antica, ricondotta di continuo, spontaneamente e razionalmente, a tutto ciò che forma la vita “oggi” in Sardegna che, nonostante tutto, seguita a trovare, con ostinazione, radici nei nostri Antichi (sos Mannos) e nella nostra Storia millenaria.

Questa cultura, questa specificità, questa alterità, questa “ricchezza”, condiziona e determina la vita, la sofferenza, l’entusiasmo, la riflessione e i sogni dei sardi. Vorrebbero omologare tutto, ma da noi i ritmi, i tempi, i rapporti gerarchici, i valori del lavoro, continuano ad essere percepiti “diversi”, “altri”, né migliori né peggiori, “distinti”.

La lacerante discriminazione nei confronti del Sindacato della Natzione Sarda si colloca in un vasto contesto di negazioni, alle quali si aggiunge quella dell’azione negoziale, nonostante essa si qualifichi e s’indirizzi verso il rispetto della specificità della Sardegna.

Capiamo il dubbio e la difficoltà di molti sardi, e di molti uomini e donne delle Istituzioni, a comprendere, non tanto la “specificità”, che nell’intimo viene indubbiamente percepita, quanto le potenzialità che questa nostra “specificità” è in grado di sviluppare. Ma il Sindacato della Natzione Sarda è convinto che il “riconoscimento del “diritto al rispetto della nostra minoranza nazionale” (e quindi del Sindacato, della lingua, ecc.) possa realizzare altre condizioni favorevoli, più efficaci opportunità (oltre che una più consona politica del lavoro) nella nostra Isola ed è per questo che ci battiamo con tanta forza e determinazione. Questo convegno serve anche a ribadire tutto questo.

Noi sappiamo che la lotta per il riconoscimento del Sindacato della Natzione Sarda, al pari della lotta per il riconoscimento della cultura e a quella del “rispetto” dovuto al popolo sardo, continuerà  fino a quando i sardi e i lavoratori della nostra Isola non apprezzeranno un “Governo” che sappia formulare relazioni nuove e progressive – attraverso atti politici e amministrativi concreti – fra la “specificità sarda” e la sua cultura, fra il “diritto al lavoro” e quel “diritto alla felicità” di cui ogni uomo o donna del mondo dovrebbe godere.

La battaglia per il riconoscimento del diritto al Sindacato della Natzione Sarda.

Affrontare la “questione” del Sindacato della Natzione Sarda significa affrontare la più generale “Questione Nazionale Sarda”, così come si è configurata, ad oggi, nel quadro politico e giuridico internazionale, europeo, italiano e sardo.

“Il popolo sardo, il territorio della Sardegna e delle sue isole, il mare territoriale, la lingua e la cultura dei sardi costituiscono la Natzione Sarda”.

Questo principio (seppure non scritto, testualmente, in alcuna legge) è da considerare come un “diritto naturale, oggettivo e universale” che viene riconosciuto ad ogni popolo, e quindi, attribuibile anche al popolo sardo dalla legislazione internazionale, europea e italiana.

“Popolo”, in quanto culturalmente specifico e territorialmente “determinato”, cioè Nazione.

Vi è un sillogismo giuridico che oggettivizza tale affermazione.

Se ai popoli che hanno un territorio proprio, una cultura propria e una lingua propria, viene conferito uno status giuridico particolare, al popolo sardo che ha un territorio, un mare, una cultura viene conferito lo status particolare di “Natzione”.

A questo particolare status indicato nella legislazione internazionale, europea e italiana, deve conformarsi tutta la legislazione regionale delle minoranze, pregressa e futura, Sardegna compresa..

Il presupposto di questo sillogismo giuridico risiede nel monito dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che afferma “la giustizia sociale è essenziale ad una pace universale e durevole”

Questo monito dell’O.N.U. ci consente di giungere alla formulazione di un giudizio, contemporaneamente giuridico, politico e morale, che si fonda sul “sillogismo” sopra esposto, ma che invade, al contempo, l’ambito culturale, filosofico, economico e sociale.

Vi è una “fattispecie astratta” (norma = per il raggiungimento della giustizia sociale è “essenziale”  il riconoscimento delle minoranze nazionali) che costituisce la premessa maggiore; vi è, poi, una “fattispecie concreta” (fatto-applicazione = l’assenza del riconoscimento della minoranza sarda determina ingiustizia sociale) che costituisce la fattispecie minore. Il sillogismo giuridico si chiude, se vi è un giudizio di conformità tra l’applicazione e la norma.

Quando questo giudizio di conformità è presente il sillogismo si conclude positivamente. Ma se il giudizio di conformità non può concludersi positivamente – in quanto il “riconoscimento della specificità sarda” non è avvenuto (o è avvenuto parzialmente) – allora non può neppure esistere sillogismo, ma solo la constatazione di una disuguaglianza davanti alla legge particolarmente condannata da ogni Organismo internazionale, oltre che dalla Costituzione Italiana.

In Sardegna, noi affermiamo che non esista la conclusione del “sillogismo”: infatti, non vi è conformità fra la norma e l’applicazione, fra la teoria e la pratica.

In Sardegna, dunque, si realizza disuguaglianza.

L’obiettivo della nostra riflessione è quello di portare il legislatore sardo a “chiudere” quel “sillogismo” positivamente pronunciando la “norma” che sancisce la dovuta uguaglianza giuridica.

Chiediamo al legislatore sardo di legittimare attraverso la “norma” il Sindacato della Natzione sarda perché possa contribuire positivamente al concerto fra le Parti Sociali e determinare una più condivisa politica del lavoro nella nostra Isola.

L’altra soluzione, compagni e amici, è quella di dichiarare la “Norma” internazionale “inapplicabile” in Sardegna e assumere la decisione di dichiarare “illegittima” e non legale la sua applicazione.

Citerò, ora, quelle “norme” che , a mio parere, debbono convincere il legislatore a far divenire “fatto concreto”, il riconoscimento della nostra Associazione Sindacale, in quanto Sindacato della Natzione Sarda.

Naturalmente non può essere trascurato che il Diritto internazionale. [per es. gli Atti emanati dall’OIL (International Labour Organization)] sia costituito da convenzioni che, se ratificate dai vari stati membri, acquistano efficacia interna e hanno, dunque, natura di atti normativi. A questo proposito, dobbiamo ricordare che l’Italia ha ratificato tutte le convenzioni emanate dall’O.I.L..

Non va neppure dimenticato che il Diritto comunitario emana direttive “vincolanti” circa il risultato da realizzare, fatta salva la competenza degli organi nazionali in merito alla forma e ai mezzi di ricezione.

LA LEGISLAZIONE INTERNAZIONALE

Recita la “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo”: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti …” (Art. 1). “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione” (art.2). “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione …” (art. 19), “Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità …” (art.27).

L’Organizzazione Internazionale del lavoro aggiunge, nei suoi Principi e i diritti fondamentali nel lavoro e i suoi seguiti, 1998 che: “la garanzia dei principi e dei diritti fondamentali, nel lavoro riveste una importanza ed un significato particolari, in quanto fornisce agli interessati la possibilità di rivendicare liberamente e, con pari opportunità, la loro giusta partecipazione alla ricchezza che essi stessi hanno contribuito a creare, nonché di realizzare pienamente il loro potenziale umano”; e l’O.I.L. dice questo in quanto “ è l’organizzazione internazionale costituzionalmente preposta e l’organo competente a emanare e seguire le norme internazionali del lavoro, che beneficia del sostegno e del riconoscimento universale in materia di promozione dei diritti fondamentali nel lavoro, quali espressi nei suoi principi costituzionali”.

L’O.I.L. ricorda che “tutti i membri (gli Stati Membri dell’ONU), anche qualora non abbiano ratificato le convenzioni in questione, hanno un obbligo, dovuto proprio alla loro appartenenza all’Organizzazione, di rispettare, promuovere e realizzare, in buona fede e conformemente alla Costituzione, i principi riguardanti i diritti fondamentali che sono oggetto di tali convenzioni”. Le Convenzioni, di importanza cruciale, cui fa riferimento la Dichiarazione sui principi e i diritti fondamentali nel lavoro sono le seguenti :

C 87 sulla libertà sindacale e la protezione del diritto sindacale (1948). Stabilisce il diritto per tutti i lavoratori e datori di lavoro di costituire e aderire ad organizzazioni di loro scelta e senza previa autorizzazione, e definisce una serie di garanzie per il libero funzionamento delle organizzazioni, senza interferenze da parte delle autorità pubbliche. C 98 sul diritto di organizzazione e di contrattazione collettiva (1949). Dispone la tutela contro le discriminazioni antisindacali, la tutela delle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro contro gli atti di reciproca interferenza e prevede misure per la promozione della contrattazione collettiva.

L’O.I.L. non si limita alle Convenzioni (fondamentali), pronuncia  la Dichiarazione di Filadelphia (1944), in cui muovendo dai principi fondamentali e dalla lotta per la rimozione delle cause che determinano la discriminazione, si addentra in tematiche che, dal punto di vista normativo, ma anche politico e sociale, sono fondamentali. Esse individuano (testualmente)

“Art.1/b – le libertà di espressione e di associazione sono condizioni essenziali del progresso sociale”; ma soprattutto enuncia “Art.3/e – il riconoscimento effettivo del diritto di condurre negoziati collettivi e la cooperazione dei datori di lavoro e dei lavoratori, per il miglioramento continuo dell’efficienza produttiva e per l’elaborazione e l’applicazione della politica sociale ed economica”;  conclude affermando che “ … i principi contenuti in questa Dichiarazione sono pienamente applicabili a tutti i Paesi del mondo e che – mentre il modo di applicazione deve essere determinato tenendo conto del grado di sviluppo sociale ed economico di ciascun popolo – l’applicazione progressiva dei sopradetti principi ai paesi che non sono ancora indipendenti o che non hanno ancora raggiunto un livello che consenta loro di governarsi da sé, è materia che interessa l’intero mondo civile”.

LA LEGISLAZIONE EUROPEA introduce il capitolo sulle Questioni relative alla sicurezza in Europa nell’Atto finale della conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Helsinki 1975)

“Gli Stati partecipanti, nel cui territorio sono presenti minoranze nazionali, rispettano il diritto delle persone che appartengono a tali minoranze all’uguaglianza davanti alla legge, garantiscono loro la piena possibilità di godere effettivamente dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali tutelando in tal modo i loro legittimi interessi in materia”.

“Minoranze nazionali o culture regionali. Gli Stati partecipanti, riconoscendo il contributo che le minoranze nazionali o le culture regionali possono apportare alla cooperazione tra di essi in diversi campi della cultura, si propongono, laddove esistano sul loro territorio tali minoranze o culture, e tenendo conto degli interessi legittimi dei loro membri, di facilitare questo contributo”.

RISOLUZIONI EUROPEE 1981-1987-1994

L’istituzione apparsa più attenta nei confronti dell’alterità linguistica è stata senz’altro il Parlamento europeo, cui si devono, in successione:

la pionieristica Risoluzione Arfè (su una Carta comunitaria delle lingue e culture regionali e una Carta dei diritti delle minoranze etniche, 16 ottobre 1981) indica timidamente

per quanto riguarda la vita pubblica e le relazioni sociali “garantire la possibilità di esprimersi nella propria lingua nei rapporti con i rappresentanti dello Stato e innanzi agli organi giudiziari”;

invita la Commissione a “riesaminare tutta la normativa e tutte le prassi comunitarie che operano discriminazioni nei confronti delle lingue delle minoranze”;

la Risoluzione Kuijpers (sulle lingue e le culture delle minoranze regionali ed etniche nella Comunità europea; approvata il 30 ottobre 1987), contiene una serie di raccomandazioni a protezione e promozione delle lingue e delle culture “moins répandues”;

- la Risoluzione  “sollecita gli Stati membri, che abbiano già previsto nella loro Costituzione principi generali di tutela delle minoranze, a provvedere tempestivamente, con norme organiche, all’attuazione concreta di tali principi”;

- indica, considerando che la situazione economica regionale condiziona le possibilità di espressione e di sviluppo della cultura locale,  “necessario mettere a punto gli specifici provvedimenti, nel quadro di una politica regionale comunitaria equilibrata che prenda avvio dalla base regionale e freni l’esodo dalla periferia verso il centro”.

la Risoluzione Killilea (sulle minoranze linguistiche e culturali nell’Unione europea, 9 febbraio 1994) invita

- a tenere in debito conto il retaggio linguistico e culturale delle regioni tanto nel mettere a punto la politica regionale sostenendo progetti integrati di sviluppo regionale che comprendano azioni a favore di lingue e culture regionali, quanto nel mettere a punto la politica sociale .

Carta europea delle lingue regionali o minoritarie (1992)

La Carta europea delle lingue regionali o minoritarie rappresenta il testo guida cui conformare le diverse leggi nazionali in materia di “tutela delle minoranze linguistiche”.

L’U.E. è cosciente “del fatto che la protezione e la promozione delle lingue regionali o minoritarie nei differenti paesi e regioni d’Europa rappresenta un contributo importante alla costruzione di un’Europa fondata sui principi della democrazia e della diversità culturale, nel quadro della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale; tenuto conto delle condizioni specifiche e delle tradizioni storiche proprie di ciascuna regione dei Paesi d’Europa”.

Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali (1995)

Articolo 3

1. Ogni persona che appartiene ad una minoranza nazionale ha diritto di scegliere liberamente se essere trattata o non trattata in quanto tale e nessuno svantaggio dovrà risultare da questa scelta o dall’esercizio dei diritti ad essa connessi.

(Posso scegliere di essere “sardo” ed essere trattato in quanto tale, senza subire alcuno svantaggio derivante dalla mia scelta).

2. Le persone appartenenti a minoranze nazionali possono esercitare individualmente ed in comunità con altre persone i diritti e le libertà derivanti dai principi enunciati nella presente Convenzione quadro.

Articolo 4

1. Le Parti si impegnano a garantire ad ogni persona appartenente ad una minoranza nazionale il diritto all’uguaglianza davanti alla legge e ad una uguale protezione della legge. A tal fine, è vietata ogni discriminazione fondata sull’appartenenza ad una minoranza nazionale.

2. Le parti si impegnano ad adottare, se del caso, misure adeguate al fine di promuovere in tutti i settori della vita economica, sociale, politica e culturale l’uguaglianza completa ed effettiva – fra le persone appartenenti ad una minoranza nazionale e quelle appartenenti alla maggioranza. A tale riguardo, esse terranno debitamente conto delle specifiche condizioni delle persone che appartengono a minoranze nazionali.

3. Le misure adottate in conformità con il paragrafo 2 non sono considerate come atti discriminatori.  ((Le misure “del caso” che riconoscessero una Parte – quella che “ha diritto di scegliere liberamente se essere trattata o non trattata in guanto tale” – della minoranza nazionale non è discriminatorio nei confronti dell’altra parte che avesse deciso di non essere trattata in quanto tale (cioè in quanto minoranza nazionale).

Articolo 5

2. Fatte salve le misure adottate nell’ambito di una politica generale d’integrazione, le Parti si astengono da ogni politica o prassi mirante all’assimilazione di persone appartenenti a minoranze nazionali contro la loro volontà, e proteggono queste persone da ogni azione volta a tale assimilazione.

Articolo 7

Le Parti assicureranno che per ogni persona appartenente ad una minoranza nazionale siano rispettati i diritti alla libertà di riunione pacifica, alla libertà di associazione, alla libertà di espressione ed alla libertà di pensiero, di Articolo 15

Le Parti si impegnano a creare le condizioni necessarie per la partecipazione effettiva delle persone appartenenti a minoranze nazionali alla vita culturale sociale ed economica, nonché agli affari pubblici, in particolare a quelli che li concernono.

Articolo 16

Le Parti si asterranno dal prendere misure che modificano le proporzioni della popolazione in zone geografiche abitate da persone appartenenti a minoranze nazionali, tali da pregiudicare i diritti e le libertà derivanti dai principi enunciati nella presente Convenzione quadro.

Articolo 22

Nessuna disposizione della presente Convenzione quadro sarà interpretata nel senso di limitare o di pregiudicare i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali eventualmente riconosciute dalle leggi delle Parti Contraenti o a norma di ogni altra convenzione di cui una Parte contraente è parte.

Articolo 23

I diritti e le libertà che scaturiscono dai principi enunciati nella presente convenzione quadro, nella misura in cui sono soggetti a disposizioni corrispondenti nella Convenzione per la Protezione dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali e nei relativi Protocolli, si intenderanno come conformi a dette disposizioni.

LA LEGISLAZIONE ITALIANA

Costituzione Repubblica Italiana

Lo Stato Italiano, al pari dell’O.N.U., nella sua Carta Costituzionale, tutela con apposite norme i diritti fondamentali dell’individuo e della comunità a cui appartiene: nell’art.3 al fianco di una dichiarazione generale di principi “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” vi è una proposta (progetto), di casi in cui l’“uguaglianza” deve essere particolarmente apprezzata, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali”. La Costituzione Italiana individua, inoltre, il “progetto di rimozione” degli “ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, attribuendo, all’organizzazione sociale dello Stato, il compito di partecipare attivamente alla vita del Paese e di rimuovere gli ostacoli che impediscono “la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori (sottolineiamo l’uso “mirato” del sostantivo “lavoratori”, “produttori della ricchezza del Paese” e non, genericamente, i “cittadini” o gli “elettori”) all’organizzazione politica, economica e sociale …”(Art.3).

Oppure “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche” (Art. 6) per sostenere che l’uguaglianza è data dalla condizione di “lavoratore”, mentre la condizione di “minoranza”- (linguistica o nazionale) non può essere condizione che determina ingiustizia.

E ancora  “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (Art. 21, 1° comma).

Senza dimenticare: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”  (Art.1). Oppure  l’art. 4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che

rendano effettivo questo diritto”. L’Articolo 41: “L’attività economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” che deve essere interpretato anche a proposito del divieto della discriminazione delle rappresentanze sindacali in quanto, Articolo 39,  “L’organizzazione sindacale è libera”.

Legge 482/1999

Art. 2.

1. In attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo.

Regolamenti di attuazione della L.482/1999

Sia la legge 482 che i regolamenti attuativi non presentano specificazioni in merito all’attività delle parti sociali e alla negoziazione collettiva, recano, in vero, in due diversi articoli, riferimenti espliciti alla L.R. n°38 del Friuli Venezia Giulia che piuttosto cita chiaramente (Articolo 22) i criteri adottati per le rappresentanze sindacali delle minoranze linguistiche slovene.

Altre Leggi

E’ necessario tener conto delle “timide aperture” accennate nelle leggi di riforma della Pubblica Amministrazione, emanate ai sensi della Legge 8 giugno 1990, n. 142. Indichiamo dunque ai presenti di prendere visione della Legge 15 marzo 1997, n°59, e del D.Lgs. 31 marzo 1998, n°80.

LA LEGISLAZIONE SARDA

Statuto Regione sarda

Art. 5

Salva la competenza prevista nei due precedenti articoli, la Regione ha facoltà di adattare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi della Repubblica, emanando norme di integrazione ed attuazione, sulle seguenti materie:

a) istruzione di ogni ordine e grado, ordinamento degli studi;

b) lavoro; previdenza ed assistenza sociale;

c) antichità e belle arti;

d) nelle altre materie previste da leggi dello Stato.

L.R. n°26 del 15 Ottobre 1997

Art. 1 Finalità

1. La Regione Autonoma della Sardegna assume l’ identità culturale del popolo sardo come bene primario da valorizzare e promuovere e individua nella sua evoluzione e nella sua crescita il presupposto fondamentale di ogni intervento volto ad attivare il progresso personale e sociale, i processi di sviluppo economico e di integrazione interna, l’edificazione di un’Europa fondata sulla diversità nelle culture regionali.

2. A tal fine garantisce, tutela e valorizza la libera e multiforme espressione delle identità, dei bisogni, dei linguaggi e delle produzioni culturali in Sardegna, in conformità ai principi ispiratori dello Statuto speciale.

Art. 2 Oggetto

3. Pertanto la Regione considera la cultura della Sardegna, la lingua sarda e la valorizzazione delle sue articolazioni e persistenze, come caratteri e strumenti necessari per l’ esercizio delle proprie competenze statutarie in materia di beni culturali – quali musei, biblioteche, antichità e belle arti – di pubblici spettacoli, ordinamento degli studi, architettura e urbanistica, nonché di tutte le altre attribuzioni proprie o delegate che attengono alla piena realizzazione dell’ autonomia della Sardegna.

LEGISLAZIONE REGIONALE ITALIANA

Friuli-Venezia Giulia

La Legislazione regionale Friulana nasce, al pari di quella sarda, negli anni 1996-97, ma è stata abbondantemente arricchita, a differenza di quella sarda, in seguito all’introduzione delle normative europee, nel 2001.

L.R. N° 38 del 23 febbraio 2001 del Friuli Venezia Giulia

1. La Repubblica riconosce e tutela i diritti dei cittadini italiani appartenenti alla minoranza linguistica slovena presente nelle province di coscienza e di religione.Trieste, Gorizia e Udine, a norma degli articoli 2, 3 e 6 della Costituzione e dell’articolo 3 della legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1, recante approvazione dello Statuto speciale della regione Friuli-Venezia Giulia, in conformità ai princìpi generali dell’ordinamento ed ai princìpi proclamati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, nelle convenzioni internazionali e nei trattati sottoscritti dal Governo italiano.

2. Ai cittadini italiani appartenenti alla minoranza linguistica slovena si applicano le disposizioni della legge 15 dicembre 1999, n. 482, salvo quanto espressamente previsto dalla presente legge.

“Art. 22. (Organizzazioni e attività sindacali)

Alle organizzazioni sindacali e di categoria che svolgono la loro attività prevalentemente in lingua slovena, le quali, per la loro consistenza e diffusione sui territori di cui all’articolo 4, abbiano carattere di rappresentatività all’interno della minoranza, sono estesi, sentito il Comitato, in ordine all’esercizio delle attività sindacali in genere ed al diritto alla rappresentanza negli organi collegiali della pubblica amministrazione e degli enti operanti nei settori di interesse, i diritti riconosciuti dalla legge alle associazioni e alle organizzazioni aderenti alle confederazioni sindacali maggiormente rappresentative sul piano nazionale.

Su Sindacadu de sa Natzione Sarda chiede al Presidente del Consiglio Regionale della Sardegna, On. Giacomo Spissu, alle Forze Politiche e Sociali, sensibili, presenti a questo Convegno che, alle Organizzazioni Sindacali della Natzione Sarda,  le quali, per la loro consistenza e diffusione sul territorio e per il carattere di rappresentatività all’interno della minoranza, vengano estesi i diritti riconosciuti dalla legge alle associazioni e alle organizzazioni aderenti alle confederazioni sindacali maggiormente rappresentative sul territorio statale; che siano rimosse dalla legislazione le norme che determinano differenza di trattamento nei confronti delle Organizzazioni Sindacali della Natzione Sarda, in conformità ai principi  proclamati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, nelle Convenzioni Internazionali (O.I.L.), nei Trattati sottoscritti dal Governo italiano e nella Costituzione Italiana; che lo Statuto Sardo richiami l’obbligatorietà e la positività dell’inserimento delle delegazioni sindacali che s’ispirano ai valori della Natzione Sarda, in qualunque contrattazione in corso, comprese, quindi, quelle sulle Conferenze Stato-Regione o quelle Internazionali.

Tatari su 5 de Sant’Andria 2005

PAOLO FOIS

(Università di Sassari)

Ho seguito con interesse la relazione di Angelo Marras, che correttamente attribuisce un particolare rilievo a quegli aspetti di diritto internazionale dai quali non è possibile prescindere nel trattare i temi oggetto di questo Convegno. L’interesse è accresciuto dal fatto che i concetti  sviluppati nella relazione che abbiamo appena ascoltato mi  consentono, nell’ intervento che ora svolgerò, di dare per scontato il contenuto delle  varie norme internazionali che qui rilevano, per focalizzare invece la mia attenzione sui criteri da seguire nell’interpretazione delle norme stesse.

Tratterò quindi il tema dei diritti delle minoranze nell’ordinamento internazionale avendo cura  di vedere, una volta fissati alcuni principi, in che misura e sotto quale profilo questi principi possano mettere in rilievo l’identificazione del particolare “status” di un Sindacato di un gruppo minoritario.

Nella relazione di Angelo Marras è stato fatto riferimento al “principio di libertà sindacale”: questo emerge sia dalle prime Convenzioni internazionali dell’OIL, in cui si riconosce il diritto di costituire un’organizzazione sindacale  senza discriminazioni di sorta e senza autorizzazione preventiva da parte dello Stato, nonché di aderire alle stesse, sia alla  successiva Convenzione n° 98 del 1949, contenente  il divieto di costituire sindacati “di comodo”, tali da  comprimere indirettamente la libertà sindacale.

Quanto al “principio di non discriminazione”, su cui parimenti la relazione introduttiva si sofferma diffusamente, il problema che si pone è di sapere se  il solo “riconoscimento”   dei sindacati più rappresentativi sul piano nazionale rappresenti una violazione del principio di non discriminazione e dello stesso principio di eguaglianza, di cui quello di non discriminazione altro non è che un corollario.

Se noi considerassimo la situazione di un sindacato qualsiasi, operante sul piano nazionale, in una qualsiasi regione d’Italia che non presentasse caratteristiche particolari, fondate su elementi obiettivi, riterrei che la risposta al problema ora posto sia nel senso di considerare dubbia una violazione dei principi contenuti in atti internazionali incentrati sul principio di non discriminazione e su quello di uguaglianza.   Basti ricordare che, secondo la giurisprudenza della nostra Corte costituzionale, non potrebbe considerarsi contrario al principio di eguaglianza un atto che risulti basato su “presupposti logici obiettivi”: sull’esistenza, cioè, di “un ragionevole motivo” che giustifichi “un trattamento diverso ai cittadini che si trovano in situazione eguale”.

Ben diversa risulterebbe la risposta se il problema fosse posto in termini più aderenti alla specifica questione di cui oggi ci occupiamo: se, cioè, sia conforme alle norme internazionali il mancato riconoscimento di un determinato status ad un sindacato che opera in una regione ove vi sia un gruppo minoritario. Si tratta infatti –il punto va sottolineato- di una questione che non può essere affrontata unicamente sotto il profilo del “principio di non discriminazione”. Un principio, questo, che sicuramente è applicabile anche alla condizione delle minoranze, ma che non riveste, in questa precisa materia, un ruolo fondamentale. E’ la persona umana in quanto tale, e non soltanto l’appartenente ad una determinata minoranza, il titolare del diritto di non subire discriminazioni. Indicativo al riguardo è la considerazione che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 10 dicembre 1948, che ignora totalmente le minoranze, riconosce i principi di uguaglianza e di non discriminazione come diritti della persona umana in quanto tale.

In realtà, quando si tratta di individuare le regole specificamente applicabili alle minoranze, è a un altro  principio, assolutamente da non confondere con quello di non discriminazione, cui dobbiamo fare riferimento. Il principio al quale intendiamo alludere è quello generalmente definito “principio di non assimilazione”, la cui finalità è, appunto, quella di evitare l’assimilazione del gruppo minoritario: mediante la conservazione delle caratteristiche, delle tradizioni e di valori propri di una data minoranza, il gruppo minoritario viene salvaguardato dal pericolo di perdere la sua identità e di venire conseguentemente assorbito da parte della maggioranza della popolazione: Il principio di assimilazione viene quindi a differenziarsi nettamente non solo dal principio di non discriminazione (corollario, come si è detto, di quello di eguaglianza), ma altresì da quello di “eguaglianza sostanziale”, secondo il quale situazioni che sono di fatto diverse non possono essere trattate in modo identico. Mentre infatti, secondo il principio di eguaglianza sostanziale, obiettivo da perseguire è essenzialmente la rimozione delle cause che sono all’ origine di una simile diseguaglianza, con il principio di non assimilazione è la diversità il valore che deve essere prioritariamente tutelato, almeno finché un dato gruppo minoritario non preferisca confondersi con la maggioranza della popolazione. Più concretamente, con il principio in parola si tende a tutelare il valore della differenza: misure  di protezione “speciali” –differenziate, cioè, rispetto a quelle applicabili alla maggioranza- risultano in definitiva perfettamente legittime.

E’alla luce dei concetti pur così sommariamente esposti che conviene a questo punto sottolineare l’evoluzione che, specie in questi ultimi tempi, si è prodotta nell’ambito dell’ordinamento internazionale per quanto riguarda il regime delle minoranze: mentre da un lato il principio di non discriminazione si è affermato come diritto fondamentale della persona umana, del singolo, quello di non assimilazione è andato assumendo, soprattutto dopo la fine della guerra fredda e della contrapposizione tra i due blocchi, una sempre crescente importanza. Specie in Europa, l’esigenza di affrontare e risolvere in modo adeguato le diffuse aspirazioni dei gruppi  minoritari “storici” insediati sul territorio degli Stati del nostro Continente a vedere salvaguardata la propria identità ha fatto sì che venisse posto l’accento non tanto sul diritto delle persone appartenenti ai gruppi minoritari di non essere discriminati, quanto sulla definizione di regole, a livello internazionale, volte a tutelare l’identità etnica, culturale, linguistica e religiosa di ogni gruppo minoritario.

Tenuto conto di quanto ora evidenziato, mi sembrerebbe opportuno che il vostro Sindacato, nello sviluppare la ricerca che vi proponete di svolgere sul diritto internazionale delle  minoranze, abbia cura di mantenere ferma la distinzione tra i due principi, di “non discriminazione” e di “non assimilazione”. Poiché, infatti, la questione che maggiormente assilla i gruppi minoritari è quella di ottenere il riconoscimento della propria identità, è il raggiungimento di questo risultato che consentirebbe di evidenziare importanti implicazioni anche sul piano politico e sociale: più concretamente, il diritto a godere di uno status particolare, differenziato, da parte di un sindacato “maggiormente rappresentativo sul territorio locale”, quando si tratti del territorio di un dato gruppo minoritario. Il precedente della Valle d’Aosta è in proposito assai indicativo, trattandosi di una Regione che, sulla base di una specialità riconosciutale per l’esistenza di una minoranza linguistica, ha potuto emanare delle norme, che trovano regolare applicazione, incentrate sul ruolo che un sindacato maggiormente rappresentativo sul territorio regionale è abilitato a svolgere.

Pur nella consapevolezza dell’ opposizione che, specie in tempi recenti, si è manifestata nei confronti della specialità (con un attacco alle Regioni a statuto speciale in cui chi parla di “privilegi” di queste ultime mostra di ignorare totalmente l’esistenza del principio di non assimilazione), ritengo sia giunto il momento di porre, sul piano politico, il diritto che anche la Sardegna può vantare di vedersi riconosciuta la sua specialità in considerazione del fatto che, sul suo territorio, è insediata una “minoranza linguistica”. Sotto il profilo giuridico, una simile richiesta risulterebbe pienamente fondata, a seguito dell’entrata in vigore

della legge 11 dicembre 1999, n. 482, sulla tutela delle minoranze linguistiche storiche, che include le “popolazioni parlanti il sardo” tra quelle la cui lingua e cultura la Repubblica è tenuta a tutelare “in attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali”. Con questa legge –il punto va tenuto ben presente- che ha inequivocabilmente riconosciuto l’esistenza di una minoranza linguistica in Sardegna, anche nell’isola sarebbero applicabili le norme oggi in vigore in materia di tutela delle minoranze, con inclusione, evidentemente, dello stesso principio di “non assimilazione”. Va da sé che, per effetto di questo doveroso riconoscimento, la Sardegna sarebbe posta dal punto di vista giuridico sullo stesso piano delle altre Regioni a statuto speciale (con la Valle d’Aosta, il Trentino – Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia), caratterizzate dall’esistenza, nei rispettivi territori, di gruppi minoritari. E poiché tra le “misure speciali di protezione” che il principio di non assimilazione comporta rientra anche quella secondo la quale a un dato gruppo minoritario andrebbero anche  riconosciute istituzioni capaci di contribuire in modo determinante a salvaguardare l’identità dello stesso, non è certo eccessivo ipotizzare che un regime speciale debba essere previsto anche per un sindacato che fosse “maggiormente rappresentativo” nel territorio regionale.

Questo è il quadro di principi che, sul piano giuridico, da internazionalista ho inteso delineare con riferimento alle aspirazioni della vostra Confederazione Sindacale Sarda. In sede di elaborazione del nuovo Statuto speciale, nonché di revisione della legge regionale 11 settembre 1997, n. 26, sulla promozione e valorizzazione della lingua e cultura sarda, questi principi potranno trovare, con il concorso di tutti, un’ effettiva, coerente applicazione.

FRANCESCO CASULA

“Globalizzazione e risveglio etnoidentitario”

Il mio intervento si muove per alcuni versi su un crinale differente rispetto alle relazioni svolte da Angelo Marras e dal Prof. Paolo Fois –che peraltro condivido in pieno- ma con esse si incrocia e in qualche modo ne è complementare, ponendone le basi teoriche, culturali, storiche e ideologiche specie per quanto attiene ai problemi dell’Identità e dell’assimilazione indotta dal processo di globalizzazione, su cui l’intervento stesso specificatamente verte.

Ma entro subito -come si dice- in medias res.

Le disuguaglianze sociali ed economiche crescono con l’estendersi della globalizzazione. Sia all’interno dei paesi coinvolti, sia nelle relazioni con gli altri paesi. A sostenerlo non è qualche no-global arrabbiato bensì il più grande consesso internazionale difficilmente sospettabile di estremismo: l’ONU. Il cui rapporto “Sulla situazione sociale mondiale” presentato nei giorni scorsi al palazzo di vetro parla di vera e propria “crisi di disuguaglianza”, per usare le parole del segretario generale aggiunto per gli affari economici e sociali, Josè Antonio Ocampo.

A dieci anni dalla dichiarazione di Copenaghen “Sullo sviluppo sociale” e a cinque dagli “Obiettivi di sviluppo del Millennio”, poco o niente è stato fatto per ridurre la povertà nel mondo e i problemi connessi. Anzi: ci troviamo di fronte una situazione ancor più peggiorata.

In Africa la malaria uccide un bambino ogni 30 secondi, quando nel primo mondo esistono insetticidi che eliminano il rischio di questa malattia con una spesa minima e un danno insignificante per la salute e l’ambiente; nell’Africa subsahariana vive meno del 10% della popolazione mondiale eppure qui sono concentrati il 70% dei casi di AIDS. Molte patologie sconfitte nel resto del mondo affliggono questi paesi per colpa della mancanza di acqua pulita e delle condizioni igieniche povere: si pensi alla febbre tifoide o ad altri tipi di infezioni. A uccidere le nuove generazioni sono patologie come diarrea e polmonite, dalle quali è facile difendersi nelle altri parti del mondo.

E ancora: un dollaro al giorno è la paga media su cui possono contare un quarto dei lavoratori mondiali. La disoccupazione è in costante aumento e dei 186 milioni di disoccupati il 47% sono giovani. In misura sempre crescente aumentano il lavoro sommerso e la flessibilità del lavoratore. E si allarga il divario fra lavoratore qualificato e non. Con gravissimi risvolti sociali, umani e psicologici.

Negli stessi paesi ricchi e opulenti – come Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada, cui aggiungerei anche l’Italia- sono aumentate negli ultimi dieci anni, progressivamente, le differenze di reddito all’interno della propria popolazione: con i ricchi che diventano sempre più ricchi e i poveri che diventano sempre più poveri.

Di pari passo procede lo smantellamento del welfare state, che colpisce soprattutto la sanità e l’istruzione.

Gli ottimistici credenti nelle magnifiche e progressive sorti della globalizzazione –o mondializzazione che dir si voglia- hanno di che riflettere. Ad iniziare da quelli nostrani. Quei sardi, intendo, che pervicacemente continuano a sostenere l’industrialismo. Che tante sciagure ha comportato per l’Isola.

A fronte di ciò occorre iniziare a mettere in discussione tale globalizzazione e insieme ad essa il loro padri naturali: il capitalismo e il liberismo. E il modello di sviluppo che sottendono. Basato sul consumo intensivo delle materie prime e delle risorse naturali –di cui accelera ogni giorno di più l’esaurimento- e sulla produzione di merci finalizzate alla realizzazione di un profitto immediato che può continuare a riprodursi solo a costi sociali, ambientali e culturali assolutamente superiori rispetto ai vantaggi che è in grado di produrre: Che inoltre con il suo bisogno imprescindibile di produrre sempre di più e al più basso costo – aziendale!- possibile, genera vieppiù spreco e inquinamento ed è ormai vicino a una vera e propria incompatibilità ambientale e umana.

Infatti la devastazione della natura con danni profondi agli ecosistemi (il buco dell’ozono, la deforestazione selvaggia, il problema delle acque, dei rifiuti etc.) e alla salute degli esseri umani (nuove malattie fisiche, esteso malessere fisico) ha ormai raggiunto livelli drammatici, sempre meno compatibili con i processi e i cicli biologici. E non potrebbe essere diversamente dal momento che “lo sviluppo” è valutato in termini esclusivamente monetari, di PIL, di costi aziendali, facendo coincidere il benessere con la concentrazione industriale, con la crescita quantitativa dei consumi, dei profitti e dei salari, a prescindere dal fatto che producano beni e servizi utili e senza computare i costi in termini di risorse naturali, equilibri ambientali, rinnovabilità delle risorse, sistemi degli organismi viventi e loro riproducibilità, giacimenti culturali, tesori artistici, codici giuridici e linguistici, valori etici.

A questo proposito basti pensare alla sistematica distruzione di intere etnie, nazionalità, culture e lingue oltre che di specie animali e vegetali: sacrificate appunto sull’altare dello “sviluppo”.

Uno sviluppo che ha creato situazioni di invivibilità negli stessi paesi industrializzati e ricchi: con le fabbriche dei veleni e della morte, le sofisticazioni alimentari, le megalopoli; ma che soprattutto si rivela incompatibile con i tre quanti dell’umanità, che subisce la spoliazione imperial-industrial-global-capitalista da parte dell’Occidente e del Nord del Pianeta, di cui il debito dei paesi poveri è il segno tangibile del rapporto di espropriazione. Un debito che nasconde fame, oppressione, subalternità, sfruttamento, malattie –di cui dicevo all’inizio- razzismo e spesso feroce repressione e guerre: l’Irak docet.

Di fronte a questo scenario disastroso verso cui rotola il pianeta, occorre cambiare radicalmente rotta, soprattutto tenuto conto del fatto che in pochi decenni sono state dissipate risorse accumulate in milioni di anni di storia biologica e che se la crescita continuasse al tasso attuale e/o fosse estesa a tutto il pianeta, in poco tempo, dell’ordine di decenni, potrebbe provocare alterazioni irreversibili con conseguenze catastrofiche sugli elementi sia biotici che abiotici dell’atmosfera. Le grandi catastrofi naturali di questi anni e giorni (lo Tzunami, e la Katrina) ne sono solo una labile ma insieme tragica avvisaglia. Se è vero che –come ha sostenuto in una intervista al Quotidiano italiano “Repubblica”(del 4-9-2005) uno degli economisti più  conosciuti nel mondo, Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trendes e  attento studioso delle sfide della globalizzazione- “gli USA sono stati colpiti dall’effetto serra e non da un semplice uragano, perché il legame tra surriscaldamento e aumento degli uragani è ormai noto. La Casa Bianca ha nascosto all’opinione pubblica mondiale ciò che la comunità scientifica internazionale ha previsto da anni ovvero che il surriscaldamento del pianeta è dovuto allo scellerato modello di sviluppo neoliberista. Quello che vediamo oggi è un paese spaccato ove i più poveri sono lasciati morire: il sogno americano individualista e diretto al solo profitto è fallito”.

Forse, a fronte di ciò, è il caso di iniziare ad ascoltare economisti come Rifkin e scienziati e teorici dell’ecologia sociale come Vandana Shiva, indiana, che in “Sopravvivere allo sviluppo” denuncia le distorsioni irreparabili della globalizzazione capitalistica, scrivendo che: “Le necessità materiali dei poveri potranno essere soddisfatte soltanto quando l’economia naturale e le economie di sussistenza saranno robuste e resilienti. Per garantire che lo siano dobbiamo farla finita con l’ossessione per l’economia del mercato globale e per la ricchezza. La crescita finanziaria che distrugge la natura è la formula per aumentare la povertà e per degradare ancor più l’ambiente”.

O l’italiano Enzo Tizzi che in “Tempi storici e tempi biologici” ci ricorda i limiti oggettivi delle risorse naturali –soprattutto energetiche- e quindi dello sviluppo, l’era del “mondo finito” di cui parlava Paul Valery.

O infine il teorico marxista e terzomondista Samir Amin che il “La teoria dello sganciamento” prospetta la necessità di fuoruscire dal sistema occidentalista.

O l’americano Alvin Toffler che in “La terza ondata” sostiene la crisi dell’industrialismo e la necessità di una nuova civiltà, non più basata sulla concentrazione-centralizzazione-standardizzazione-omologazione.

Ovvero quell’ideologia, vacuamente ottimistica e credente nelle “magnifiche sorti e progressive”, tutta basata su una crescita e uno sviluppo materiale illimitato, che avrebbe dovuto eliminare le nazionalità minori e marginali, diversità e specificità linguistiche e culturali, bollate sic et simpliciter come primordiali e arcaiche, quando non veri e propri cascami e residui del passato.

Sull’altare di tale sviluppo e progresso, scandito dalla semplice accumulazione di beni materiali e fondato sulla onnipotenza tecnologica, si sono sacrificate e distrutte lingue, codici, culture, soggetti, intere etnie. Si è trattato e si tratta – perché il processo diabolico e devastante, sia pure oggi messo in discussione continua – di una vera e propria catastrofe antropologica, se solo pensiamo a quanto ci rende noto il Centro studi di Milano “Luigi Negro”, secondo il quale ogni anno scompaiono nel mondo dieci minoranze etniche e con esse altrettanti lingue, culture e civiltà, modi di vivere originali, specifici e irrepetibili.

Il pretesto e l’alibi di tale genocidio è stato che occorreva superare, trascendere e travolgere le arretratezze del mondo “barbarico” – per noi Sardi “barbaricino” – le sue superstizioni, le sue “aberranti” credenze, i suoi vecchi e obsoleti modelli socio-economico- culturali, espressione di una civiltà preindustriale e rurale ormai superata. I motivi veri sono invece da ricondurre alla tendenza del capitalismo e degli Stati – e dunque delle etnie dominanti – a omologare e assimilare, in nome di una falsa “unità”, della globalizzazione dei mercati, della razionalità tecnocratica e modernizzante, della universalità cosmopolita e scientista, le etnie minori e marginali e con esse le loro differenze e specificità, in quanto “altre”, scomode e renitenti. Quella “unità” di cui parla lo scrittore Eliseo Spiga nel suo recente suggestivo e potente romanzo, “Capezzoli di pietra” :”Ormai il mondo era uno. Il mondo degli incubi di Caligola. Un’idea. Una legge. Una lingua. Un’eresia abrasa. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Un nuragico bruciato. Un barbaricino atrofizzato. Un’atmosfera lattea. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda. Città villaggi campagne altipiani nazioni livellati ai miti e agli umori di cosmopolis”. Che vorrebbe – aggiungo io – un mondo uniforme, una sfera rigida e astratta nell’empireo e non invece tanti mondi, ciascuno col proprio movimento e con un suo essere particolare e inconfondibile.

Oggi, dicevo, fortunatamente, sia pure con difficoltà e lentamente, inizia ad affermarsi la convinzione e la consapevolezza che la standardizzazione, l’omogeneizzazione e l’omologazione, insomma la reductio ad unum, rappresenta una catastrofe e una disfatta, economica ancor prima che culturale, per gli individui e per i popoli. Di qui la necessità del recupero, della valorizzazione e dell’esaltazione delle diversità e delle differenze, ovvero delle specifiche “Identità”: certo per aprirci e guardare al futuro e non per rifugiarci nostalgicamente in una civiltà che non c’è più; per intraprendere, come Comunità sarda, una “via locale” allo sviluppo alla prosperità e al benessere e partecipare così, nell’interdipendenza, agli scambi.

E’ dentro quest’universo di contestazioni e insieme di proposte che da anni è in atto nell’intero Pianeta un forte e ubiquitario risveglio etno-identitario, in cui convergono nazioni senza stato, partiti e sindacati etnici, l’ambientalismo sociale, culture alternative, gruppi e comunità locali. Ed è dentro quest’universo che da 20 anni esatti si muove l’azione e la lotta della Confederazione sindacale sarda come sindacato etnico e di base.

Tale risveglio etnoidentitario, non si pone come fenomeno passatista e nostalgico rispetto a un passato che non c’è più ma come fenomeno moderno e postindustriale: come protesta e lotta contro gli Stati ufficiali, accentrati e oppressori delle minoranze nazionali coattivamente incorporate. E si pone dunque come rivendicazione e proposta perché le minoranze, le nazionalità minori e le etnie vengano riconosciute e valorizzate nelle loro identità e specificità: da quelle politiche a quelle culturali, storiche e linguistiche, da quelle economiche a quelle ambientali e geografiche, e nel nostro caso. A quelle sindacali: ovvero per il riconoscimento del sindacalismo etnico e nazionalitario , che è il tema specifico del Convegno di oggi.

Identità -ripeto e mi avvio alle conclusioni- da leggere e interpretare non con le lenti logore di un’ideologia passatista, ma con un restyling concettuale nuovo e complesso che rifiuta e oltrepassa una improbabile visione mitografica, un’impostazione musealistica, la riproposizione tradizionale di un cliché che la riduce a semplice recupero acritico del passato e delle sue tradizioni o del suo folclore; o a un attributo eterno e immutabile. Provocatoriamente sosterrei anzi che la visione puramente etnografica dell’identità, certifica la morte dell’identità stessa.

L’identità non è un dato che si contempla: quando ciò avviene vuol dire che il fenomeno è ormai svanito: E neppure semplicemente si studia o si indaga: questo avviene infatti quando essa viene a mancare o si è trasformata in oggetto estraniante. Pensiamo alle lingue morte che sono sempre oggetto di attenzione alla luce fioca dei tavoli accademici, quando “il morto” è sezionato e classificato. O pensiamo alle lingue, le arti, le tradizioni sempre più materia per i nuovi entomologi.

L’identità non è un dato, rassicurante e immobile, ma un elemento dinamico, da rielaborare continuamente, da ricostruire in progress, secondo la logica del bricolage, nella dimensione di un grande blob, che crea inedite adiacenze tra segni e simboli delle vecchie certezze e nuovi elementi mobili dai confini elastici.

L’identità si vive, nel segno della contaminazione e dell’appartenenza. L’identità è quella che si trasforma in questione operativa, caricandosi di vita, suscitando conflitti, impegnandosi con le lotte a trasformare il presente.

E’ questa l’Identità per cui combatte, coraggiosamente, su sindacadu sardu. Perché venga anche formalmente riconosciuto e legittimato, ad iniziare dallo Statuto sardo.

Intervento del compagno

GHIJUVANLUCCA MORUCCI

Responsabile Internazionale dell’STC (Sindacatu di li Tavaglijadori Corsi)

Buon giorno a tutti e a tutte.

Cari amici la Corsica ha un’antica cultura orale e ho sentito dire che l’identità si viva e io penso che anche i convegni si vivano. Ed io vivo questo convegno in maniera intensa. Quando sono venuto pensavo di venire a un appuntamento come ce ne sono tanti: si fa un intervento per dire grazie all’organizzazione, grazie a tutti….

Quello di oggi, questo convegno, sembra più importante di altri perché la “questione” che viene posta è quella del riconoscimento del Sindacato Sardo. In Corsica, per il riconoscimento del Sindacato non abbiamo fatto convegni. All’inizio ci siamo battuti per avere un riconoscimento dai lavoratori corsi mentre la Francia e i francesi … come dire … li abbiamo staccati, non li abbiamo tenuti in considerazione. Pensiamo, infatti, che il riconoscimento del sindacato avvenga nei luoghi di lavoro dove i lavoratori hanno la possibilità di votare quindi scegliere i propri delegati .Dunque per noi non ha ripercussioni sulla nostra attività sindacale in Corsica avere nelle aziende o nelle amministrazioni o in altri settori, un riconoscimento nazionale, vale a dire da parte dello Stato. Questo riconoscimento non ci serve tanto. Quando noi abbiamo lottato, altri hanno rifiutato il nostro riconoscimento (soprattutto c’è da dire che principalmente non siamo stati riconosciuti dagli altri sindacati) ma, infine, ci siamo imposti nel panorama sindacale e come avete visto durante lo sciopero dei marinai abbiamo avuto per prima volta in quel settore un’unità e un’integrazione generale nella lotta anche con la Cgt. Sapete anche della rottura perpetrata durante quello sciopero (dalla CGT), ma  noi  cerchiamo sempre, quando c’è la possibilità, di lottare unitariamente. Quando si lotta unitariamente, noi del STC, ci siamo.

Dunque la questione del riconoscimento per noi non era, anzi non è tanto importante.

Dico “non era” ma stamattina  ho capito una cosa: ho capito quanto sia importante  pensare al “riconoscimento legislativo” del Sindacato.

Si deve parlare di legge e di regole, di regole internazionali. Si deve parlare dell’Europa e del “riconoscimento” e, come dice il Sindacato Basco nel suo messaggio a questo Convegno, “La lucha por la libre determinación de los pueblos es una tarea prioritaria también para los sindicatos de naciones sin estado, la soberania politica y capacidad de decisión de nuestras instituciones territoriales, posibilitarán la vertebración y desarrollo de espacios socio económicos de carácter nacional así como la ordenación de marcos propios en las relaciones laborales”.

Per me vuole dire semplicemente che la battaglia del Sindacato – per costruire il Sindacato – è una battaglia che riguarda il popolo che si batte per riconoscersi come un popolo e come un attore politico della trasformazione. Il popolo è un attore politico che vuole imporre le sue scelte. Le sue scelte sociali. Le proprie scelte politiche. Questo vuole dire battersi per costruire il Sindacato e imporlo alla legge, nel quadro del diritto nazionale, locale ed internazionale. Dunque questa è una battaglia che non è finita neanche per noi in Corsica ed io quando ritornerò al mio paese domanderò ai miei compagni: e il riconoscimento del Sindacato? E il riconoscimento della nostra battaglia? E il riconoscimento del nostro popolo? Che ne facciamo? Abbiamo finito la lotta? NO! Bisogna riprendere il lavoro, bisogna riflettere e Angelo e il sindacato sardo ci danno questa opportunità. E’ per questo che io oggi ho pensato: “Stamattina qualcosa è nata”.

Stiamo preparando la seconda Conferenza Internazionale del Sindacato delle Nazioni Senza Stato che si terrà in Corsica il 16, 17 e 18 marzo. Andremo a Barcellona dove si terrà una conferenza delle Nazioni Senza Stato e noi sindacati siamo stati invitati per discutere  i problemi delle nostre Nazioni. Sono diversi gli aspetti della lotta che dobbiamo mettere insieme sapendo che le condizioni di partenza sono differenti. Il quadro istituzionale dell’Italia, della Francia, della Spagna sono differenti ma il momento centrale della lotta è lo stesso e il riferimento per noi che vogliamo costruire l’Europa dei popoli e dei lavoratori, è lo stesso. Dunque abbiamo riflessioni, battaglie, lavori da sviluppare insieme. Voglio terminare su una cosa. Sono veramente stupito  per la presenza qui dell’onorevole Presidente del Consiglio Regionale della Sardegna. In Corsica questo, per il momento, non è possibile che accada. Un Presidente del Consiglio Regionale che viene e trascorre tutta la mattinata con noi, ad ascoltare e questo mi dice che in Sardegna la battaglia del Sindacato e del popolo avanza.

Grazie

Intervento di

BUSTIANU CUMPOSTU

Segretario Natzionale “Sardigna Natzione Indipendentzia”

No ischio de dever fagher una relatzione e no appo preparatu un’interventu iscrittu però sas ideas las tenzo bastante claras supra su Sindacatu. Unu Sindacatu sicuramente diversu: custu si narat Sindacatu de sa Natzione Sarda. Ite compitu at unu Sindacatu de custu tipu: unu compitu meda difficile. No est chi si devet ponner su compitu de tutelare su sardu solu in cantu trabagliatore – est su “Sindacatu de sa Natzione Sarda” – quindi devet tutelare su sardu in cantu sardu. Unu compitu meda difficile. Ca sas contropartes chi intrant in giogu sono diversas.

Una cosa est cando custu Sindacatu devet tutelare sa persona, su cittadinu sardu e lu devet tutelare in cantu trabagliatore e tando a un’ala b’est su sindacatu chi tutelat sos interessos de sos tribagliadores e a s’atera b’est su chi li dat trabagliu – capitalista o non capitalista chi siat, su ch’est… Ente pubblicu, ecc – e tando su Sindacatu si battit pro su rispettu de sos dirittos … e custu est su compitu classicu de su Sindacatu, unu compitu chi podent aer totu sos sindacatos, Cgil, Cisl, Uil.

Su problema si ponet cando poi su trabagliatore est de tutelare in cantu sardu ca custu est su “Sindacatu de sa Natzione Sarda”. No est unu sindacatu autonomo, unu Cobas, unu sindacateddu minore … – podet esser minore – ma cun d’unu compitu meda mannu, ca cando andas a tutelare unu sardu in cantu sardu sas cosas sunt meda diversas e s’acciapant, a s’ater’ala, ateros Sindacatos chi tutelant sos interessos de sos tribagliadores in cantu tribagliadores , ma sunt Sindacatos chi innoghe rappresentant unu Istadu diversu.

Rappresentant istanzias politigas, Organizzatziones politigas chi no sunt de genesi sarda, ma chi naschint in ater-ue, da-e ateros bisonzos e da-e un’atera organicitate.

B’at unu iscontru madornale, incredibile – ca nos acciapamus a s’ater’ala potentzias incredibiles! Issos sunt sos veros poteres chi oje mantenent unu modello sociu-economicu e politicu  in Sardigna (“Est inutile chi andamus a cuare su sole”): custu modellu chi b’est oje, industriale, est istadu fraigatu in organicitate da-e fortzas politigas chi ant genesis in foras e custas fortzas sunt sos sindacatos italianos chi ant fattu in modu chi una realidade che-i sa sarda bentzerat trasformada pro la render possibile e interpretabile da-e griglias de interpretatziones sotziales e economicas chi sunt naschidas in foras.

Cioè ant trasformatu s’abba pro no diventare , issos, pisches. Incapaces de natare in s’abba sarda, ant trasformatu, ant inquinatu s’abba de sa Sardigna pro facher in modu de poder natare.

Custu est successu in Sardigna, ma de custu no est chi no nde semus abitzatos como!

Bos cheglio legher su chi iscriiat Antoni Simon Mossa, annos colatos: “Alle baronie feudali dei tempi passati si sono sostituite, oggi, le non meno spietate baronie del neocapitalismo colonialista, della burocrazia onnipotente, del sindacalismo d’importazione, dell’occupazione militare e poliziesca. Baronie di un nuovo feudalesimo che ha svilito e frenato ogni processo di sviluppo in una sorta di orgiastica congregazione tra operatori capitalisti e gruppi di sindacalisti politicanti guidati e sorretti da gruppi di potere centralismi”.

Ite est successu? Est successu chi una parte de custos sindacatos – sa parte chi tenet veramente su potere – e nois non nde semus abitzatos in s’iscontru supra su referendum de sas iscorias industriales (ammentadebos chi-e b’aiat a s’ater’ala cuntra su referendum) – a s’ater’ala baiat chi-e campat da-e custu modellu sociale e economicu. (Cussos potentes) ant bistu chi si podiat torra cambiare s’abba sutta de pedes e in cue (in cussa direzione) ant torratu a ispingher.

Sunt bistados captzes non de organizzare sos operaios ma de los trasformare in “servi della gleba” e l’ant fattu cumprender chi oje est prus importante unu postu de travagliu chi non sa vita.

(Applausi)

Custu est succedende oje in Sardigna! Custu at dichiaratu s’atera die, in d’una intervista chi est istada proiettada in Pattada, in d’una cunferentzia supra sas bases militares, dae unu sardu. Appo intesu unu sardu nande chi est prus importante unu postu de trabagliu in d’una base militare chi non sa vita de sas personas. Su matessi succedit in sa “Portovesme srl”. Trechentamitza de tonnelladas  de arga, chin s’autorizzatzione de sa Regione podent benner a innocue. Velenu puro. S’atera die ant isgarrigatu battor mitza tonnelladas da-e una nave frantzesa. Però est importante chi custu modellu economico degat, ca si ruet cussu modellu economicu ruet puru su sistema de potere.

Compitu malu custu sindacatu (sardu)! Ma est compitu nostru de lu rafforzare, ca est un’isperantzia pro custu populu. Como, su battordichi de custu mese, andant a fagher una manifestazione in Roma pro petire su chi issos ant cuatu fintzas a oje … (e si so nende ballas calicunu bentzat a m’ismentire – ca bi sunt registratziones televisivas e bi sunt documentos chi sunt bistados datos a sos varios Presidentes chi sunt alternatos a su guvernu de sa Regione.

Cando li naraiamus chi, non nois, ma sa Fondazione Agnelli, at iscobertu chi noemitzas miliardos a s’annu beniant rapinatos da-e s’Istatu Italianu … si nde poniat a rier. Ma proite si nde poniat a rier? No ca no aiant cumpresu … No ca (issos) aiant una funzione… E sa funzione issoro est cussa de “cuare su sole”.

Oje sos cuddos sunt currende. Ant iscobertu chi semus creditores verso s’Istadu.

Un Istadu chi nos cunsideraiat miseros e assistitos … Oje semus creditores (ironico) sos miseros, segundu issos!

Naraiat Spinelli – unu parlamentare europeu de sos Birdes – “Bois sezis la Nuova California d’Europa”: e già est veru! Cussos (s’Istadu) nos devent dinari! E-i como chi sos cuddos sunt currende si ponent in dainnantis fachende finta d’esser issos a los guidare… e inbetzes sunt currende ca si no – sos cuddos – che lis colant supra. Sunt imberghendesi da-e sos cuddos chi curret e faghent finta de los guidare ca los devent frenare. E cal’est su frenu chi nos devimus aisettare da-e innocue a unu pacu?

Trasformare custa discriminazione coloniale, trasformare custa rapina coloniale de sas risorsas, trasformare totu custu in d’una vertentzia economica, cioè in d’una vertentzia chi podet esser appianata semplicemente pacande!    Ma no est gai!

Custa no est una vertentzia economica: est unu rapportu de sudditantzia chi no podet esser appianata pacande cussos battor mitzas miliardos – chi poi sunt meda de prus si fachimus su contu da-e su 1948 a oje!

Si fachimus su contu de totu sas industrias chi no ant sa sede sotziale in Sardigna, chi s’Istadu Italianu est incassende su ‘inari de sas fabricas chi no ant sa sede sotziale e chi pagant sas tassas in ater-ue e nois perdimus su 70/80 % de sas tassas chi aiant devidu pacare in oche, e invetze su Prodottu Internu nos benit calculatu considerende puru cussas produtziones e de cussas produtziones nois no nd’amus nudda…

Est custu amicos meos! Su tentativu de sos sindacatos de trasformare custa vertentzia de creditu de sos sardos verso s’Istadu in d’una vertentzia (puramente9 sindacale, appianabile e accettabile semplicemente cun d’unu pacamentu. Ma no est gai! Comente no est gai pro sas bases militares! No sunt contrattabiles! Custu populu no las at cerfidas, quindi nois no cherimus unu “ridimensionamento, un adeguamento e un’equa ripartizione” in su restu de s’Istadu! (Ironico)

No est gai! Nois devimus diventare meres. Nois cherimus narrer “emmo” o “nono”.   Deo scherzo esser in sa conditzione de poder narrer puru “emmo” e si poto narrer “emmo” scherzo esser postu in sa condizione de poder narrer puru “nono”.   Est custu su compitu de custu Sindacatu.   Tando deo lancio un appellu e l’accabbo – ca tantu l’ischides ite poto sichire a narrer.   Deo naro a totu sos chi sunt iscrittos a sos sindacatos italianos de aer sa digitate de si nche cantzellare pro no diventare issos puru “servi della gleba”.

Grazie.

Intervento di

GAVINO SALE

Indipendentzia Repubblica de Sardigna

A me pare che stiamo vivendo una stagione già vista. Le stagioni sono quattro, dico le stagioni naturali. Però la Sardegna mi paret chi in custu periodo stia vivendo una quinta stagione. C’è un certo ribollire. C’è una dinamica in atto. Certi temi che erano sopiti stanno emergendo. C’at cosa in movimentu. E’ nell’aria. Si percepisce. Guai a chi non lo percepisce. Guai a chi tenta di frenarlo. Anche perché queste stagioni le abbiamo già vissute.

La prima nel primo dopoguerra, quando i sardi scoprono, sul fronte, di essere una Natzione, scoprono di essere un popolo … e muoiono in 13.500 per un’altra natzione.

E’ un paradosso tutto sardo!

Ma al rientro, questo fremito, questa presa di coscienza… Inie amus apidu una misura… Io, nel momento in cui vivo solo non so se sono basso oppure alto, acciappo a Marras chi est prus altu de a mie e tando naro che sono basso, in quel momento i sardi si sunt cunfrontados con altri popoli e con altre nazioni e hanno scoperto di essere sardos.

Un’identità chiara, netta. Poi, conseguentemente, ragionano e decidono e narant “cherimus s’indipendentzia”, ma paradossalmente la forza chi podiat esser diretta … quelli che avevano la capacità di dirigere totu custu, frenano cust’imput e lo riportano nell’alveo, tirant sa briglia, controllati dall’Autonomia. Firmano una resa incondizionata e perdimus la possibilità di libertà.

Ma questo si ripete anche nel 1981. Di nuovo un ribollire. Cussu chi Plinio il Vecchio descriveva: “Stanno trenta o quarant’anni… parent domados e poi torrant a partire cun ribellioni sanguinose, indisciplinate, incontrollate”. Nel 1981 torrat a partire custa …  “ondata” chi narant … però cun d’una vena indipendentista, una gana torra de libertà e paradossalmente il popolo va avanti e la classe politica, chi no est preparada a-i custu, lo percepisce o non lo percepisce, cheriat fagher ateru … e est a frenare, in conseguenza di quel “Trattato de sa cadena longa” e non della Funzione della cesoia che (quando tagli la catena) ti fa volare.    Custa logica infernale…. E, torra, anche nel 1981, si frenat. Si tirat sa briglia e si torrat allo Statu quo. Como no!

Como (su progettu) est torra posto in atto ma no solu in Sardigna, est “postu in atto” in Europa. E-i sa preghiera chi nois faghimus ai politici ufficiali, chi devent percepire, chi devent riscrivere lo Statuito est chi no chirchent torra de tirare cuddas briglias. Su problema, infatti, est totu intro de a nois. Si l’Italia cattiva ha fatto tutto il suo lavoro, ma custu meccanismu de disvalore de sa cussentzia natzionale est solamente insita in noi, intro de a nois. No funtzionat prus a narrer chi sos italianos sunt malos. No! Semus nois chi amus unu meccanismu autoriproducente chi resessit a partorire un’aberrazione de negazione de libertà. Custu est su problema: tottu in cue est! Si resessimus a dipanare custu nesso… nois bolamus. Est assurdu chi una classe intellettuale impegni le sue potenzialità culturali a partorire ideas inue si devet giustificare sa negazione della liberazione di un popolo. Una follia (custa) chi podimus concretizzare pensando a Francesco Cesare Casula chi resessit a trasformare su chi Eleonora e Mariano IV aiant iscrittu sulla “Repubblica Sardisca” e quindi un Trattato a cui tutti i giuristi europei si sono inchinati per tanta conoscenza e … naramus … avanguardia giuridico-penale, in pieno medioevo … cando brujaiant sas feminas in tota Europa, noi le liberavamo … F. C. Casula resessit a narrer chi cussu no fit su Codice de sa “Repubblica sardisca” ma lo riduce a “un codice che parla della cosa pubblica sarda”, cioè crea un picco disvaloriale de carchi cosa chi fit di grande preziosità. Modernamente, pagas dies faghet, ant costoidu trenta statue nuragiche (il cui ritrovamento) sconvolgiat tutta la teoria europea inue fint sos grecos l’avanguardia della scultura, costoint, per trent’anni, custa bellesa chi aiat devidu far venire i brividi al mondo, far mettere le mani nei capelli agli storici. Custos ant negadu … negadu l’esistenza di una capacità di esistere, di produrre arte, di produrre storia.

Ma proite mi so attacchende alla storia? Ca est fondamentale la conoscenza de-i custu. Ca nois la storia la podimus puru manipolare ca amus necessità di un futuro. Rapido. Direzionale.  Abbiamo assolutamente necessità di dare una prospettiva. Un verso. Un senso .. alla necessità di tracciare un indirizzo direzionale chi eppat una logica noa, chi est emergende. Est emergende la necessità di libertà. Necessità di coscienza, di conoscenza. E i politici ufficiali e non, devent assolutamente percepire custu. Sarebbe un secondo, terzo crimine negare custa evidenza. Ecco, como b’est s’occasione. Semus faeddende de “riscrittura dello Statuto”. Il popolo basco at presentadu lo Statuto. Il popolo catalanu at presentadu il Nuovo Statuto ca su bezzu no est prus sufficiente, at maturadu….. Eleonora, dopo sedici anni, ha riscritto il codice … ca nachi fint troppu seighi annos… si fit modificada sa sotziedade. Innoghe, dainnantis a questo straccio di Statuto semus sessant’annos terrorizzados a s’idea de lu leare in manu. Ma pro cale motivu? Ma non semus leende s’Istatuto semplicemente per dare dignità, serenità, tranquillità, felicità, libertà a un popolo? Proite amus terrore de custa cosa? Inues est … il nesso? Est in cue chi attoppamus la classe politica. Cheret torrare a ponner briglias? O, finalmente, semus disponibiles a las segare?

Innoghe ch’est su Presidente, il suo è un atto di grande sensibilità, a esser bendidu a innoghe, ma est fondamentale che si avviino atti consequenziali, coerenti a custu tipu de realtà chi totu cantos semus percepende. E totu cantos amus impignu a li dare la giusta direzione. Si no,  est inutile, poi, a nos lamentare! (Toccat de) aciappare sas formas e-i sos metodos chi invertano custu tipu de tendenza.  Fimis faeddende de dinari, issara, chi est chi at su coraggiu, in sa nostra classe politica chi mi narat “Occ’annu – 2005 – torramus a versare a s’Italia”. Ma si est s’Italia e-totu chi nos est nende “mi chi nois bo lu leamus, no l’ispendimus e mancu bos nde torramus … (e s’Italia narat puru) “Ma neanche ne abbiamo (da restituire)”. Non n’ant prus.

Si como, issos nos devent deghemitza miliardos di vecchie lire nois semus prontos, disponibiles a nde li dare ateros milli… E issos ant a narrer “ma custos (sardos) sunt veramente un’accozzaglia di pecoroni!”. Cioè “mi nde deves deghe mitza (miliardos) e deo ti nde do ateros milli”: è vergognoso custu tipu de atteggiamentu. Sos bascos versant a Bilbao, versant a Pamplona … poi andat Madrid (a Bilbao e a Pamplona) a chiedere il pizzo di stampo mafioso. Quindi nois no devimus prus andare a Roma a pedire su chi nois l’amus dadu. Cioè custa cosa no si devet ischire nel mondo, si no nos leant puru in giru … a narrer “ma bois sezis mancantes, li dades su dinari nostru e poi andades torra a bi lu pedire”.- Est un attu de umiliazione e di non senso. Nois devimus versare nelle casse sarde e poi si b’amus contenzioso devent benner issos  da-e Roma a si che leare il 10/20% … no, chi l’ispettant, ma chi ant sa fortza di estorcerci. Innoghe cambiat s’atteggiamentu. No semus nois “s’accozzaglia” de pedidores, in viaggiu deghe bortas (a pedire). No! Nois amus prodotto ricchezza dal nostro popolo e dal nostro territorio e issos … naramus … per una situazione storica forzosa e forzata e barbara, nos che leant su chi est legittimamente su nostru. Semplicemente ca nois bi lu damus. In cue est sa “presa di coscienza”: no ti nde do, ca no ti nd’ispettat! E agio (agisco) conseguentemente e coscientemente ai principi di “buon senso”… senza faeddare de altissima politica … è semplicemente “buon senso”. Ma innoghe c’at una classe politica chi no atzettat custu tipu de principio perché all’interno di questo agire, di questo sentire, è racchiuso quell’involucro chi nois cherimus dipanare, chi est una progressione de libertà. Quindi, naro, si nois semus vivende custa istoria, e totu cantos sos chi sunt innoghe l’ischint, nois devimus continuare a impulsare, senza timire, anche perché in sa relazione chi at fattu Angelo Marras b’est iscrittu, e b’est iscrittu in tutti i Trattati, chi custa cosa nostra est legittima.

Tando toccat a chie devet legiferare … est banale … mi lu dat s’U.E., mi lu dat su Dirittu Internatzionale, mi lu dat sa legge italiana e tando ch’intramus in cudda solita contraddizione: “Semus nois”, in un processo autocastrante, in cui la classe politica è paradossalmente indietro e frenante rispetto alle esigenze popolari.

Totu su chi nois semus fattende est de una legittimità lampante e chiara. Non dobbiamo aver paura di rappresentare custa cosa in forma gioiosa e felice, ca semus traccende quelle linee direzionali di esistenza che riempiono il senso della vita di un uomo.

Oe, noi siamo, si amus custa netzessidade e custa cussentzia, amus a esser la generazione che stà mettendo le fondamenta … no a diventare assessores alla tutela del “riccio di macchia” … No! Semus andende a costruire una Natzione, in forma non violenta, comente amus sempre teorizzadu, ca bi sunt gli spazi (per realizzarla). Ca no semus in situaziones de tipu de sos palestinesos o de sos irachenos per cui con la fantasia e con la passione nos podimus innantis a custa opera.

Totu cussos chi sunt innoghe ant a esser iscrittos nella Storia comente cussos chi ant postu le fondamenta (della Natzione Sarda) … ca, poi, sutta-sutta a-i cussu cherimus arrivare … (a porre) le fondamenta di una Repubblica Sarda Indipendente … inue s’at a costruire una nuova esistenza libera di fronte all’Europa e di fronte al mondo. Grazie.

ntervento del compagno

BRUNO BELLOMONTE

Portavoce di “A Manca pro s’Indipendentzia”

Vorrei riallacciarmi a quel che ha detto stamattina il compagno Angelo Marras ricordando il  poeta cubano Pablo Armando Fernandez Bruno e la sua conferenza di ieri. Il poeta ricordava Cuba in maniera artistica e ricordava anche che alla base della dignità del popolo cubano vi è la lotta. La grande dignità del popolo cubano si manifesta attraverso la lotta, ed è la lotta che attiva la dignità dei figli di Cuba, per conquistare Cuba, la loro nazione cubana. Qui siamo all’interno di un’assemblea sindacale e questo sindacato oggi non coinvolge solo i suoi iscritti ma investe, oggi, il problema di tutta la nazione sarda.

Sentendo Angelo Marras ho percepito una nozione sulla quale non mi trovo d’accordo .

I lavoratori sardi riuniti intorno al sindacato della nazione sarda non possono essere considerati “il valore aggiunto” della Nazione Sarda. Sono semmai il valore . Gli altri che non sentono il valore della Nazione sarda sono semmai da considerare il “valore aggiunto”.

Tra qualche tempo, quando la vera identità sarda sarà più forte di adesso, quando le forze indipendentiste si muoveranno in maniera diversa da adesso e avremo conquistato molti più poteri di adesso, allora, indipendentemente dal fatto che uno Statuto regionale ce lo consenta o meno, faremo come i compagni cubani ci hanno insegnato: le cose si conquistano e non si chiedono. Allora il nostro “valore” non sarà “parziale” ma “totale”, allora saremo “padroni” nella nostra terra.

Parto dal presupposto che oggi non è più possibile parlare solo di “identità” e di “dignità”, io credo che sia arrivato il momento di iniziare, come indipendentisti e come sardi, anche a parlare di “Lavoro” muovendoci sul campo sindacale.

Il “ problema”  sindacale è uno dei fattori che ci deve riguardare. Come messo in evidenza negli interventi precedenti, “esiste un diritto, ma esso ci viene negato”, ma allora, cosa vogliamo fare? Vogliamo rimanere calmi, casti e puri perché il diritto esiste anche se viene negato?

Vogliamo accontentarci del diritto senza fare nient’altro?

Giustamente invitiamo il presidente della regione sarda perché si muova in proposito e qualcosa faccia muovere e qualcosa venga aggiunto nello statuto… speriamo che questo statuto venga fatto nel più breve tempo possibile, speriamo che nello statuto ci siano tutte le rivendicazioni del popolo lavoratore sardo… Speranze!

Io invito tutti gli indipendentisti che credono nell’indipendenza della nazione sarda a riconsiderare la propria adesione ad un sindacato nazionale. Non riesco a concepire infatti l’idea che un vero indipendentista non possa non iscriversi alla Confederazione Sindacale Sarda, come non concepisco l’idea che un indipendentista non faccia la battaglia contro le basi militari o non usi la propria lingua madre.

Il suo “valore” è l’uso della propria lingua, l’occupazione di una base; è avere un sindacato sardo: noi non siamo un “valore aggiunto”. Gli altri devono sentirsi un “valore aggiunto”.

Il termine “valore aggiunto” lo toglierei completamente non solo dalla relazione ma dal nostro cervello.

Noi siamo il sindacato dei sardi. Forse, probabilmente, formalmente, numericamente non lo siamo, ma lo dobbiamo diventare, e proprio per questo dobbiamo trasformare questo piccolo “sindacatino” di quattro poveri disgraziati che ancora credono in una sua struttura nazionale, in qualcosa di più grande: dobbiamo trasformare questo piccolo sindacato in una struttura che a cgil cisl e uil gli fa un culo così .

Non è pensabile che nelle trattative il nostro sindacato rimanga all’esterno mentre i signori maiali che vengono da altre nazioni debbano comandare e imporre i loro diktat anche sul mondo del lavoro

Io lavoro in ferrovia e il mio datore di lavoro è a Roma. Io ubbidisco ai comandi di Palermo (anche lì, lo sapete, Tremonti a Palermo ha dato tutto e a noi non ha dato niente) quindi dal punto di vista formalistico, dal punto di vista del puro diritto scritto noi siamo fuori dal mondo.

Giustamente il compagno Angelo e i convenuti a livello regionale (gli onorevoli) faranno le loro “opere di bene” nel senso che nello statuto e nelle altre forme faranno in modo che questo sindacato venga riconosciuto ma non sarà sufficiente.

State pur tranquilli che Cgil, Cisl e Uil (che già ci stanno facendo la battaglia) faranno in modo che questo non avvenga. Non è pensabile che in 20 anni non sia successo niente solo  perché la CSS non ha fatto niente.

Piuttosto è successo che la borghesia, il capitale, gli imperialisti (italiani e stranieri) hanno sempre impedito che strutture di base e strutture sindacali delle nazioni potessero prendere piede nei rispettivi Stati .

Guarda caso la Valle d’Aosta e il Trentino hanno abbondanti riconoscimenti mentre la Sardegna non può avere il riconoscimento che altri hanno. Come mai? Che cosa è successo?

E’ che la Sardegna si trova in uno scacchiere più debole, motivo per cui il sindacato sardo è stato relegato nelle piccole stanze.

E non può partecipare alle trattative semplicemente perché cgil, cisl e uil e i padroni dicono “Signori miei, la legge non esiste”.

Noi adesso stiamo studiando come il legislatore sardo, non italiano o internazionale, dal 1948 oggi possa inventarsi come far entrare una piccola struttura sindacale a far parte e a sedersi ai tavoli di trattativa insieme ai signori della cgil, cisl e uil.

Sia ben chiaro che Cgil, Cisl e Uil sono i padroni all’interno del mondo del lavoro, sono coloro che hanno determinato il fallimento delle politiche del lavoro in Italia e in Sardegna firmando tutti quei contratti collettivi perdenti che hanno firmato.

Io lavoro nelle ferrovie e quando il mio padrone romano e palermitano ha incontrato l’onorevole Soru e l’onorevole Broccia hanno incontrato a Roma il ministro Lunardi, l’on. Soru ha detto al ministro “Guardate che in Sardegna le ferrovie sono ormai allo sbando… bisogna parlare di come incrementare gli introiti”.

Un signore delle Ferrovie dello Stato, l’ing. Moretti, segretario nazionale della CGIL negli anni ottanta, oggi amministratore delegato delle ferrovie, quindi contro i lavoratori, ha risposto che per lui le ferrovie sarde vanno da Cagliari ad Oristano e che del resto non gli interessa niente.

Quando i lavoratori dei trasporti della Corsica hanno sequestrato il battello (e meno male che l’hanno fatto!) ci hanno dimostrato che contro i comandi o i diktat nazionali, istituzionali e sindacali “si può fare”, i compagni corsi hanno deciso di fare di testa loro e hanno dimostrato che al di là delle questioni formali o istituzionali a cui qui si dà, correttamente, spazio e tempi, i lavoratori devono agire.

Non possiamo restare a guardare.

Di questo sindacato dobbiamo farne la nostra bandiera così come abbiamo già fatto della lotta per l’indipendenza, ecc.

GRAZIE.

ntervento del compagno

ANTONELLO LICHERI

(Capogruppo al Consiglio Regionale della Sardegna del Partito della Rifondazione Comunista)

Ringrazio i compagni e gli amici de su Sindacatu de sa Natzione Sarda per avermi consentito, in Rappresentanza del Gruppo Comunista in Consiglio Regionale, di partecipare a questa manifestazione. Siamo di fronte ad un momento storico della Sardegna nel quale ognuno di noi è chiamato a dare il proprio contributo per la costruzione del percorso riformatore e per  la riscrittura della nostra Carta Costituzionale, lo Statuto Regionale.   Affrontare il tema dei sindacati cosiddetti minori, ed in particolare quelli nazionalitarí, che hanno subito in questi anni, fin dalla loro nascita, una discriminazione inaccettabile da parte della classe politica e imprenditoriale isolana,è anzitutto una priorità di ordine democratico per dare risposte chiare a quei lavoratori e a quelle lavoratrici che hanno fatto la scelta di aderire a questo sindacato, oltre a tutti quelli che ancora non lo hanno fatto proprio a causa del riconoscimento istituzionale che gli viene negato.

Come ha rimarcato più volte il compagno Angelo Marras nella sua relazione introduttiva, la Sardegna è in ritardo rispetto a quelle regioni che hanno applicato le normative europee in materia di riconoscimento del diritto al rispetto delle minoranze nazionali, delle loro rappresentanze sindacali, delle loro espressioni linguistiche e culturali.   Il popolo sardo sta vivendo proprio in questi anni un risveglio sociale e politico che passa proprio attraverso una riscoperta e valorizzazione delle proprie specificità storiche, nazionali e culturali, tutto questo implica un’attenzione nuova da parte della classe politica chiamata a governare oggi la nostra Regione.

Oggi è di assoluta attualità la battaglia contro le basi militari, ma anche nella contingenza di questa battaglia è bene ricordare che essa affonda le sue radici nelle lotte sociali immediatamente successive alla Liberazione dal nazifascismo. In Sardegna, che grazie al ruolo storico svolto dai comunisti  sardi, dalle forze autonomiste e progressiste, è stata sin dal principio lotta di pace ma al contempo lotta per lo sviluppo e la Rinascita economico-sociale, mobilitazione in difesa dell’ambiente ed insieme battaglia di riscatto sociale e civile di un popolo.

Tutti oramai sanno che la Sardegna è stata individuata sin dai primi anni cinquanta come “punto nevralgico” del sistema politico militare di alleanza atlantica creato dagli Stati Uniti d’America e che le installazioni logistico-operative delle basi sono il risultato di accordi segreti tra SIFAR e CIA, pochi pero ricordano oggi che quando i militari iniziarono ad appropriarsi delle terre, i comunisti sardi e non solo (anche singoli cittadini) furono in gradoni sviluppare un’epica lotta di resistenza insieme a  pastori e contadini. Quella lotta si scontrò con dinamiche ed equilibri di politica internazionale e con forze reazionarie ben più forti e determinate, ma io ritengo comunque che quelle pagine di eroica resistenza vadano ricordate, vadano indagate nuovamente e rivalutate, perché si pongono oggettivamente come il seme più forte, persistente e prolifico da cui è germogliata – a tanti anni di distanza – I’attuale lotta di popolo contro la presenza militare in Sardegna.

Allora la resistenza contro i militari era la diretta prosecuzione del grande movimento contadino che iniziò a svilupparsi tra 1947 e il 1948 e che sfociò nel biennio dell’occupazione delle terre del 1949-50, nella Costituente contadina, nelle assisi per il mezzogiorno. Pochi oggi lo ricordano ma il grande movimento per la riforma agraria e per un diverso modello di sviluppo nelle campagne esplose in Sardegna prima che nel resto d’Italia, portando già nell’ottobre del 1949, nella sola provincia di Sassari, migliaia di contadini ad occupare 8000 ettari di terre espropriate ai grandi latifondisti, dando il via ad un movimento che si sarebbe articolato poi in Calabria e Sicilia. Oggi dedichiamo, giustamente, tanta attenzione a movimenti come il Movimiento Sin Tierra (MST) del Brasile, non capisco però perché non si dedichi altrettanta attenzione a quel che siamo stati capaci di fare noi comunisti  sardi nel secondo dopoguerra. Proprio quel grande movimento di massa – su cui non mi soffermo oltre – fu truffato due volte dai Governi filoamericani della DC di allora: truffati una prima volta, perchè la riforma agraria del Ministro Segni (un altro sardo collocato però sull’altro fronte della barricata) non ebbe il coraggio di andare fino in fondo, lasciando nella sostanza immutati i rapporti sociali di produzione delle campagne; truffati una seconda volta, perchè in diversi casi proprio le terre espropriate dall’Ente di riforma agraria furono accaparrate dai militari per costruirci le basi.

Ho fatto questa lunga premessa perché penso che oggi in Sardegna anche la lotta per la pace e contro la guerra e quella per la tutela ambientale, investano una vera e propria questione di sovranità, nella quale la Regione e i suoi organismi esecutivi e legislativi debbono essere soggetti attivi della ridiscussione e della trattativa sulla presenza militare e più in generale sulle scelte fondamentali che riguardano il proprio territorio. E la minuta cronaca politica di questi mesi a porci con forza questa esigenza. L’arroganza del Governo Nazionale e delle autorità militari – che continuano a caricare la Sardegna del 66% delle servitù militari in Italia e del 70% degli ordigni fatti esplodere, contro il parere delle sue istituzioni e del suo popolo – svelano senza infingimenti quanto sia fondamentale dotarsi di strumenti che rendano effettivi i principi di autogoverno “pieno” sulla nostra terra.

E che dire poi del fatto il Governo Berlusconi – anche in questo caso colto da un flagrante conflitto d’interessi – e arrivato ad impugnare di fronte alla Corte costituzionale “Legge salva-coste”, varata per avviare una nuova stagione governo razionale del territorio che evitasse la cementificazione selvaggia e la devastazione del nostro territorio? Anche in questo caso  il tema è quello dell’autogoverno.

In questi mesi è in atto un processo di revisione degli statuti regionali in tutta Italia che ci devono preoccupare non poco, dal momento che in diverse regioni i nuovi Statuti vengono redatti in forma Presidenzialistica Una scelta che porta come conseguenza la verticalizzazione dei poteri, la personalizzazione della politica, la compressione delle rappresentanze. Il presidenzialismo rafforzando il principio passivo di delega, finisce per attenuare le modalità collettive di partecipazione alla politica. Noi, da comunisti, non possiamo che osteggiare una simile concezione della politica.

Sono fermamente convinto che se anche la Sardegna dovesse scegliere un sistema di questo tipo, si indebolirebbero i Partiti, si ridurrebbe la partecipazione popolare,si svilirebbe in ultima analisi il tessuto democratico della nostra società. Quindi per noi comunisti e necessario percorrere una strada radicalmente diversa, ciò significa ribadire la natura parlamentare della nostra democrazia; esaltare le forme collettive e popolari di partecipazione politica; evitare qualsiasi rischio di deriva plebiscitaria che inevitabilmente ogni sistema presidenziale comporta.

Noi comunisti non poniamo da oggi il tema delle riforme di sistema e l’idea che attraverso l’ampliamento in senso orizzontale (non verticale) dei sistemi di rappresentanza politica si possono aprire ed allargare via via gli spazi di democrazia, politica e sociale del nostro paese.

Ad alcuni potrà apparire vetusta eppure io continuo a ritenere attualissima l’idea della Democrazia Progressiva e con essa la possibilità di avvicinare per via democratica e partecipata: un’ipotesi di società che si sviluppi a partire dai lavoratori e dalle classi subalterne oggi escluse.

Lo Statuto non si esaurisce solo nella forma di governo ma è la spina dorsale, l’anima della nostra Democrazia. Esso può risolversi in un fiacco documento che rimane sulla carta, oppure divenire uno strumento innovativo attraverso cui trovano sintesi le istanze di rinnovamento e autogoverno del popolo sardo: dipende solo da noi.

In altre parole, lo Statuto non deve essere un semplice strumento burocratico,deve divenire tutt’uno con il popolo sardo per andare oltre la semplice specialità della nostra Regione, oltre la semplice autonomia delle sue Istituzioni. La riforma degli statuti delle Regioni ordinarie hanno reso di colpo obsoleti gli elementi di specialità e autonomia del nostro Statuto del 1948, oggi possiamo, anzi dobbiamo, andare oltre per rimetterci in linea con le altre Regioni a Statuto Speciale. Ma la prima necessità in assoluto è che lo Statuto deve contenere una corposa parte relativa alla questione dei diritti, per compensare gli effetti nefasti su questo versante delle riforme costituzionali. Attraverso il percorso delle riforme dobbiamo difendere il carattere pubblico della gestione ed erogazione dei servizi sociali, dobbiamo cioè introdurre in controtendenza con la concezione di essenzialità delle

prestazioni presenti nella riforma di del Titolo V della Costituzione, un’idea della tutela dei diritti che intenda e comprenda questi in tutta la loro pienezza.

Penso alla necessità di ribadire la centralità del lavoro quale elemento basilare su cui deve strutturarsi la nostra democrazia, dunque al tema dell’occupazione, del diritto al lavoro, quale principio forza della riforma, in ragione della quale verranno impegnate le istituzioni in un’azione di contrasto della precarietà e di sostegno a tutte le iniziative che possono concorrere a garantire ai cittadini un lavoro stabile e garantito. Ribadire il diritto al lavoro nei principi ispiratori di uno Statuto significa anche ribadire il dovere delle istituzioni ad intervenire per una redistibuzione delle ricchezze prodotte, significa fare una scelta di campo che riguarda il modello di sviluppo e l’idea di società che si intende realizzare.

In tutto questo rientra anche un’altra priorità: la valorizzazione del carattere pubblico delle risorse presenti nel nostro territorio

Se nelle sue linee generali la prospettiva riformatrice deve essere questa, allora si pone il compito di delineare un quadro nuovo nel rapporto Stato-Regione in modo da qualificare in senso sempre più avanzato il principio stesso di sovranità. Se nei disegni di riordino istituzionale delle forze più conservatrici e liberiste il concetto di sussidiarietà si trasforma nella delega senza limiti all’intervento dei privati in parti significative delle funzioni pubbliche, noi, da comunisti – fedeli al dettato costituzionale antifascista – continuiamo a intendere il principio di sussidiarietà come delega di parti essenziali delle funzioni dello Stato centrale alle Regioni e quindi agli Enti Locali.

In conclusione, dobbiamo avere pertanto il coraggio di costruire uno Statuto ambizioso aggressivo, attraverso cui riaffermare quei punti irrinunciabili di sovranità che l’operato del Governo Berlusconi ha in più punti svilito. (Progetto dell’eolico, legge salva-coste, basi militari).

In tutto questo il riconoscimento e il coinvolgimento di una forza sindacale come la Vostra è un fatto politico di primaria importanza ma è anche una necessità per porre a disposizione di questa fase riformatrice il del Consiglio Regionale e delle forze politiche più avanzate che lo rappresentano, quello di dare risposte già nello Statuto sardo, inserendo l’obbligatorietà di far partecipare tutte le delegazioni sindacali che si ispirano all’idea della Nazione Sarda in conformità con le direttive europee che già altre regioni e nazioni rendono operative.

L’impegno del Gruppo Regionale del PRC è quello che tale processo possa realizzarsi, convinti che ognuno di noi, chiamato a governare la Sardegna, possa arricchirsi del contributo fornito dai compagni e dalle compagne del Sindacato sardo.

Del resto, da comunista e da leninista, come ancora oggi orgogliosamente ritengo di essere,continuo a credere che il socialismo non possa che coniugarsi con il principio di libera autodeterminazione dei popoli, con la necessità di combattere I ‘appiattimento culturale che l’imperialismo pretende di imporre, attraverso l’eroica resistenza dei popoli che si oppongono ad ogni soprafazione: dal popolo iracheno a quello palestinese, dal Venezuela a Cuba, dal Chapas alla Sardegna, la lotta dei popoli per l’autogoverno è una lotta di dignità, di progresso e di giustizia.

Grazie.

(Applausi)

Intervento

del  Presidente del Consiglio Regionale

compagno GIACOMO SPISSU

Applausi)

Grazie a tutti per l’attenzione che avete riservato alla mia persona. Normalmente   quando  prendo l’impegno di partecipare ad un convegno lo faccio per cercare di capire le   opinioni che in quel contesto vengono rappresentate.

A me fa piacere sentire la vostra opinione, sentire il modo con il quale, per esempio, nella relazione introduttiva, Angelo Marras ha posto un problema, un problema complicato, un problema che la CSS sente sulla propria pelle.

M’interessa capire anche come da un punto di vista diverso dal mio  – diverso cioè da quello di chi ha ricevuto dai sardi i voti per governare la Sardegna in questi anni – vengano affrontate le questioni, capire, in questo caso, il vostro punto di vista e le vostre opinioni che non solo –ritengo – debbano essere rispettate, ma che non è detto che siano in contrapposizione o alternative alla mia opinione o “altre” in campo.

Penso anzi che sia indispensabile uno sforzo   per ascoltarsi, per capirsi; penso che sia fondamentale per il rispetto che dobbiamo al popolo sardo e che sia fondamentale per riaffermare quei principi che Angelo Marras richiamava, citando numerose risoluzioni dell’Unione Europea oltre che dello Stato Italiano.

Richiamarsi ai principi, enunciati e definiti come principi sui quali si fonda e si costruisce la nostra convivenza democratica significa sottolineare come nel passaggio alla loro attuazione pratica esista una difficoltà grande. Significa porsi perciò l’obiettivo politico di passare dai principi ai fatti, per realizzare una effettiva democrazia.

Pensavo, mentre Angelo parlava, come il diritto al lavoro sancito nella nostra Costituzione sia un diritto al quale tutti noi ci richiamiamo e che riteniamo fondamentale per la vita di ciascuno di noi. Da questo diritto, infatti, dipende la libertà, da questo dipende la libertà di vivere la propria vita, la possibilità di rendersi autonomi e indipendenti dalla propria famiglia. Insomma il “diritto al lavoro” è il fondamento della democrazia nel nostro Paese.

Eppure noi tutti sappiamo quanta fatica si faccia a rendere concretamente praticabile il “diritto al lavoro” nella nostra società: il diritto al lavoro per chi sta bene, il diritto al lavoro per le donne, il diritto al lavoro per chi è diversamente abile, ecc.

Penso, quindi, che il confronto delle nostre idee sia il tentativo necessario per capirci, per trovare – non dico posizioni uguali – ma punti d’incontro; l’ascolto è fondamentale per affrontare la vicenda che la Sardegna attraversa, con la coscienza che la “questione” non riguarda solo la Sardegna.

Concentrerò il mio intervento sul tema della “discriminazione” e della“non assimilazione” trascurando, non perché il tema non sia interessante, tutta la parte introdotta da Casula sulla globalizzazione, sul modello di sviluppo, sul consumo delle risorse del pianeta, sulla ripartizione di queste risorse. Così come non entrerò

nel merito di tutta la parte ideologica e ideale che fa parte del patrimonio del Sindacato – ma non solo del Sindacato, diciamo dei movimenti indipendentisti della Sardegna – perché è un terreno sul quale sarebbe necessario fare un apposito convegno (e se verrà organizzato e se m’inviterete, verrò volentieri), ma è un tema che ci porterebbe, oggi, lontano da quello principale che invece vogliamo affrontare.

Dico, comunque, che ho un grande rispetto per voi che dite che è necessario battersi per conseguire l’indipendenza della Sardegna, per costituirci come nazione indipendente. Non è questa la mia opinione, però penso che su moltissime questioni dobbiamo trovare punti in comune, anche transitori. Poi… potrebbe essere che il punto d’arrivo sia quello che dite voi … insomma io credo che tutti noi “siamo un incidente molto piccolo nella storia di una nazione e di un popolo”…

Quindi le nostre persone possono contribuire – e speriamo di poterlo fare – a migliorare oggi, con le nostre piccole forze, la condizione della Sardegna.

Il punto che m’interessa richiamare – perché altrimenti rischiamo di “chiederci troppo” e rischiamo di non capire quello che succede intorno a noi – è il contesto che noi viviamo cioè il sistema europeo. Noi partecipiamo alla costituzione di un’Europa e lavoriamo perché questa Europa,   partita da un Trattato, abbia una Costituzione e che questa Costituzione – alla quale noi dobbiamo lavorare – non sia solo una Costituzione di Stati, ma sia una Costituzione che rappresenti i popoli europei.

Per quanto ci riguarda – insieme alla Catalogna, insieme ai Paesi Baschi, insieme all’Irlanda e a moltissime regioni dell’Europa – ci battiamo e ci stiamo battendo, all’interno di una confronto molto complesso, in un contesto geopolitico molto variegato per condizioni di partenza, ci stiamo battendo perché questa  Europa sia anche l’Europa delle Regioni come la Sardegna, la Catalogna, l’Irlanda, ecc.

L’Europa riconosce la “diversità” linguistica, l’esistenza delle minoranze e la diversità dei popoli, e parlo della “diversità” culturale, oltre che, per quanto ci riguarda, di una diversità geografica determinata dall’insularità.

Su questo si fonda e si deve costruire la Costituzione di quella grande entità che è l’Europa della quale ci sentiamo partecipi e nella quale ci distinguiamo.

Senza escludere le altre parti del mondo, ci sentiamo protagonisti in una nuova frontiera che si apre verso il Mediterraneo, tra il Sud dell’Europa, la Sardegna e il Nord dell’Africa, che diventerà dal 2009, una zona di “libero scambio”,  aperta al commercio  e quindi agli scambi culturali e politici. Siamo pronti ad affrontare relazioni e scambi più profondi fra i popoli.

Questo è il contesto generale nel quale noi, come Sardegna, difendiamo la nostra diversità, il nostro diritto ad essere Regione, il nostro diritto ad essere popolo, la nostra identità linguistica, culturale, paesaggistica. E’ questo il contesto, Europeo e Mediterraneo, col quale ci relazioneremo difendendo e usando opportunamente tutto ciò che  traduciamo con il concetto di “identità della Sardegna”.

Affermare questo concetto così forte non è né semplice né banale perché, appunto, non dobbiamo dimenticare che l’Europa, è fatta di molti popoli e perché esiste una tendenza ad “assimilare”, ad “omogeneizzare” (e riprendo il concetto della ”non assimilazione” che richiamava il professor Fois). Si tende a viaggiare per macro-sistemi, per cui sono gli Stati che predominano, sono le lingue statali che “valgono”, sono le reti dei grandi sistemi, quelle che prevalgono.

Noi affrontiamo una battaglia difficile, ma il fatto che sia difficile non ci deve indurre ad abbandonare il dibattito e non combatterla.  La nostra battaglia è comune a quella di altri popoli, ed è una battaglia da portare nel contesto europeo perché riteniamo che quello sia il contesto che deve esaltare le diversità, perché riteniamo che le diversità siano una ricchezza piuttosto che un limite per i popoli e per gli Stati.

Riteniamo, infatti, che un’Europa fatta di tante diversità, che non opprima le lingue, le culture, che non opprima le economie, sia un’Europa che riuscirà più facilmente a sviluppare l’integrazione, riuscirà più agevolmente a reggere la diversità dei popoli che la compongano, riuscirà positivamente a confrontarsi con il grande mondo con il quale dobbiamo interagire.

Questo principio della “non assimilazione” è un principio che deve valere anche nel nostro paese.

Noi abbiamo conquistato dopo una durissima e difficilissima guerra che ha abbattuto la dittatura, una Costituzione nella quale ci riconosciamo, una Costituzione che ha fondato la democrazia in questo paese e anche nella nostra regione.

In questa Costituzione, alla Sardegna e ad altre quattro Regioni   sono state riconosciute condizioni di “disparità”, di “diversità” e di “specialità”. Per queste Regioni, infatti, era previsto un diverso trattamento fiscale e a loro erano attribuite  competenze in una serie di campi e materie.

In Sardegna,  però, nonostante la “specialità”,  non sono state   completamente colmate le disparità  e la responsabilità di ciò è certamente da attribuire ai gruppi dirigenti: ci sono sempre responsabilità nei gruppi dirigenti, sia per le cose che si fanno sia per tutte quelle che non si fanno. Va ricordato comunque che quei “gruppi dirigenti” erano stati eletti democraticamente, sebbene (non dimentichiamo) col sostegno dei poteri forti, delle economie forti dei palazzi “romani”, ecc. Tutto vero. Però essi erano “gruppi dirigenti democraticamente eletti”, che forse si sono battuti poco per attuare pienamente e totalmente lo Statuto Sardo, che si sono battuti per altro …  insomma… ma anche in quest’analisi dei “gruppi dirigenti” io chiederei “che non si facesse di tutta l’erba un fascio”.

Noi abbiamo fatto delle storiche battaglie per la rinascita della nostra Regione e può darsi che abbiamo sbagliato il “modello di sviluppo”, ma i Piani di Rinascita e i Piani per la Rinascita della Sardegna non sono stati una “cosa” di élite. Sono stati una vicenda di popolo, sono state battaglie durissime, durate negli anni, che hanno cambiato la Sardegna in meglio. Adesso che ci ritroviamo, trenta-trentacinque anni dopo, possiamo fare un bilancio nel quale riconosciamo anche molte ombre -  ed io non ho difficoltà ad ammetterlo – anzi, se facessimo una discussione sul “modello di sviluppo”, sull’industria, sul come è stata imboccata quella strada, sono disponibile a discutere con voi e con molta serenità, non essendone stato protagonista principale,   per individuare i punti di criticità di quelle scelte e di quelle battaglie di popolo.

Potrei affermare che allora l’attenzione era incentrata sull’esigenza di emancipazione materiale della nostra Sardegna piuttosto che sull’applicazione dei singoli dettati dello Statuto. Adesso, però, registriamo che questo Statuto Sardo, in moltissime parti, non è applicato.

Questo Statuto non è stato interamente  applicato, ma non è solo ”poco applicato”- perché questo ridurrebbe la nostra battaglia – il nostro  Statuto Sardo è superato.

Che sia  superato  lo dimostra anche il fatto che in tutta l’Italia, da parte delle altre Regioni, venga rivendicata un’identità, una specificità, una cultura, una storia, una tradizione, ricordo per tutte la Lombardia e quel che dice la Lega Nord, ma non solo: tutte le regioni italiane ritengono di essere, a vario titolo, “speciali”, per un motivo o per un altro. La specialità sarda, la nostra diversità rischia di essere assimilata e di essere disconosciuta o di essere annullata in questo mare magnumdi “specificità”, in cui ognuno cerca di sollevare la propria bandiera più in alto di quella degli altri.

Allora la battaglia che dobbiamo fare è quella di confermare, cinquantasette anni dopo la nostra Costituzione, nel nostro Statuto Sardo, la specialità della Sardegna, cioè la permanenza di condizioni che ci rendono speciali e che non sono solo condizioni legate al Prodotto Interno Lordo uguale o diverso da quello di altre Regioni Italiane, ma la “specialità” è data dal permanere delle questioni legate all’insularità, alla nostra lingua, alla nostra cultura, sono questioni legate al fatto che siamo “speciali” dal punto di vista dei beni paesaggistici e da quello ambientale.

Da qui l’esigenza di riscrivere un nuovo Statuto che non dovrà essere un esercizio teorico, ma sarà un esercizio che richiederà l’applicazione e l’impegno del legislatore, quindi del Consiglio Regionale della Sardegna. La riscrittura dello Statuto Sardo ha bisogno del contributo di tutti e nessuno deve tirarsi fuori. E’ questo l’appello che vi rivolgo “non tiratevi fuori” dicendo magari “noi abbiamo un’altra traiettoria e seguiamo un’altra storia”.

La riscrittura dello Statuto ha bisogno della partecipazione di tutti per la fissazione di quei princìpi di carattere generale su cui fondiamo la nostra “specialità” e su cui fondiamo la richiesta di “autodeterminazione” per una serie di materie sulle quali il popolo sardo può dire la sua, non solo attraverso i rapporti giuridici con lo Stato, ma in maniera autonoma rispetto allo Stato.

Questo vale per le scuole,  per la tutela delle nostre coste, questo vale per i parchi nazionali,   per le servitù militari, questo vale per tutta una serie di materie sulle quali dobbiamo e vogliamo assumere nei confronti dello Stato un rapporto diverso, di piena Sovranità.

Una battaglia importante, una grande battaglia che non ha bisogno solo della maggioranza che oggi governa la Regione, ma che ha bisogno di una spinta che provenga da tutti i settori della società sarda, dai sindacati riconosciuti, dai sindacati poco riconosciuti, da tutti quelli che non sono riconosciuti o sono riconosciuti meno, ma fanno parte di quello che chiamiamo “popolo sardo”.

Voi aggiungete pure “Natzione Sarda” se questo ci può accomunare in questa battaglia grande, importante, storica, che deve essere senza sangue, senza armi ma non per questo meno importante o meno storica o meno decisiva per la Sardegna.

Quindi io mi sento di fare un appello all’unità più che alla divisione, ma non perché non abbiamo idee anche differenti – oggi sono venute fuori e verranno fuori quando le affronteremo nei singoli dettagli -, ma perché l’ unità è decisiva per vincere.

E’ decisivo non dividersi.

E’ decisivo non dividersi in questi giorni della battaglia con lo Stato per la restituzione delle quote IVA e IRPEF spettanti alla Regione Sarda.  Dico questo sapendo che le responsabilità di quanto è avvenuto sulle Entrate sono diverse e voi potete anche non avere responsabilità di questa situazione, io posso averne un po’ di più. Ma questo non elimina il fatto che negli anni si è determinata una condizione di intollerabile sottrazione alla Sardegna, non di risorse aggiuntive, ma di risorse che vengono prodotte in Sardegna e che non avendo noi un’autorità e una sovranità impositiva, come ha la Sicilia, non siamo in condizione di controllare, se non a posteriori, attraverso la verifica di quanto viene rimesso dallo Stato alla Regione Sarda se  il nostro Statuto – il quale dice che per il 70% certe Entrate devono essere riportato in Sardegna – viene rispettato. In questi anni non solo non ci hanno dato il 70% delle Entrate ma ci hanno “mischiato le carte”, non fornendo con esattezza l’entità delle somme incassate dall’Erario in Sardegna e dallo Stato e dalla Repubblica Italiana, ma anche di quelle risorse che sono effettivamente entrate con certezza, soltanto una parte è stata trasferita in Sardegna.

Questo ha prodotto un danno gravissimo, un danno per tutti noi e per la nostra Regione. Qualunque schieramento dovesse prendere in mano, domani mattina, la Regione Sarda, non potrebbe garantire più la sanità, lo stato sociale, i trasferimenti finanziari ai Comuni, e molte altre funzioni necessarie, non parlo delle “cose in più” che vorremmo fare, ma non siamo in condizioni di garantire le “cose” essenziali.

Ecco perché i nemici non sono in Sardegna, senza per questo dimenticare le differenze che esistono fra noi.

I nostri interlocutori sono altrove e la Sardegna non deve fare l’errore di dividersi in questa grande battaglia sebbene – lo ripeto – gli accenti possono essere assolutamente diversi e le responsabilità sono assolutamente diverse ed è giusto che ognuno assuma le sue.

Io penso che il tema che avete affrontato oggi, sia un tema complicato che non si risolve semplicemente dicendo “bisogna riconoscere il sindacalismo nazionalitario sardo come uno dei soggetti che si siede al Tavolo della discussione, della concertazione, della trattativa, che viene riconosciuto come soggetto che può esprimere la sua rappresentanza all’interno del Crel”, se fosse stato così semplice il problema non avrebbe presentato difficoltà di risoluzione .

La questione è un pochino più complicata.

In Sardegna, in cui si riconosce a tutti i sindacati firmatari di CCNL – e non solo a CGIL, CISL e UIL – il diritto a rappresentare i lavoratori, non siamo in una condizione di discriminazione politica o di non riconoscimento dell’altro che professa una religione diversa, un’idea diversa, non siamo in questa fattispecie. Stiamo dicendo e state dicendo una cosa in più e così l’ho capita io.

Dal dibattito si evince che noi (Regione Sarda) dobbiamo trovare un modo per scrivere che non solo la rappresentanza e il riconoscimento sindacale devono avvenire nei modi stabiliti dalla legge, ma devono anche avvenire in maniera diversa, per chi rappresenta – non la Natzione Sarda perché non siamo a questo livello e non possiamo scrivere questo in una Legge –  ma una minoranza linguistica che, in questo caso, è localizzata in tutta la Sardegna.

Io penso che questo si possa scrivere per   i sindacati che si richiamassero al principio generale di appartenenza o di rappresentanza di una minoranza linguistica, e ovviamente non parliamo solo della CSS. Noi scriviamo un principio generale e introduciamo questo principio generale per cui i sindacati rappresentativi delle minoranze linguistiche hanno un riconoscimento, e fondiamo questo riconoscimento sul principio di non assimilabilità (di cui parlava Paolo Fois).

(Applausi)

Io penso che noi possiamo lavorare e precisare ancora di più il concetto della nostra diversità e della nostra specialità, specificità linguistica, culturale per allargare, dilatare questi concetti, e sostanziarli nello Statuto. Noi siamo, infatti, in presenza dell’avvio di un importante stagione di riforme. Nelle prossime settimane credo che approveremo una legge che istituisce una Consulta i cui componenti verranno eletti dal Consiglio Regionale.

Una Consulta rappresentativa, il più rappresentativa possibile (e già in questo possiamo vedere in quale modo questo concetto delle minoranze linguistiche può essere contenuto anche in termini di rappresentanza), in una Sede consultiva diversa dal Consiglio Regionale, un luogo formalmente dedicato alla scrittura del nuovo Statuto.

In questo nuovo Statuto possiamo stabilire dei princìpi più vasti di quelli attuali, ma stiamo parlando di princìpi, non possiamo scrivere che “anche” la CSS è un sindacato, però possiamo scavare un po’ di più sul concetto di minoranza linguistica e culturale che poi si porta appresso molte altre questioni. Scrivendo questo possono conseguirne forme di riconoscimento “altro”. “Altro”,  rafforzato dalla legge.

Oggi non c’è una legge della Regione Sarda che riconosce Cgil, Cisl e Uil o un altro sindacato autonomo.

Stiamo parlando di un regime di protezione maggiore, nuovo e innovativo, diverso da quello di cui si parla per la Valle d’Aosta o il Trentino perché lì, quei sindacati, sono sindacati maggiormente rappresentativi, ancorché di una minoranza linguistica. Perchè in quelle regioni i lavoratori sono iscritti quasi tutti al sindacato valdostano, quasi tutti, al sindacato della comunità ladina, quasi tutti a quella della minoranza linguistica tedesca.

Qui abbiamo un problema diverso: siccome il principio fondamentale è quello della libertà di adesione a Organizzazioni politiche e sindacali, i sardi possono liberamente scegliere se iscriversi tutti, come suggeriva Bruno Bellomonte, alla CSS: questo sarebbe un fatto. Noi stiamo dicendo un’altra cosa. Siccome i lavoratori sardi non s’iscrivono automaticamente alla CSS, non riconoscendosi forse nel suo progetto…. Ma anche qui il processo è lungo…  dobbiamo trovare un altro percorso legislativo che consenta il riconoscimento di una “diversità”.

Perché la Legge è un dispositivo che deve “garantire a tutti” i medesimi diritti, quindi anche la Legge che dovrà risolvere il problema giusto che voi ponete, non dovrà portarsi appresso altre “dieci discriminazioni”. Quindi deve essere una Legge concepita senza demagogia, sulla quale io personalmente sono disposto ad applicarmi: abbiamo bisogno di dirci oggi che il principio è un principio serio, un principio accolto, ma un principio difficile da scrivere in Legge per tutte le cose che dicevo, però, il fatto che sia difficile, non significa che ci ritiriamo e rinunciamo a scriverlo.   Io, questo impegno, sono disposto ad assumerlo, sono disposto a scavare anche con voi concretamente … Col professor Fois si dovrebbe collaborare alla ricerca di soluzioni che individuino la norma,  in quanto dobbiamo stare attenti che le cose che scriviamo non siano viziate da incostituzionalità e ci siano rimandate indietro. Poiché le cose che facciamo noi valgono anche e vengono guardate da altre Regioni che possono trarre da noi esempi, spunti e attenzione: certamente non ci preoccupano le obiezioni di CGIL, CISL e UIL.

In questo senso mi sento di dire che ho partecipato ad una interessantissima mattinata e che conosco qualcosa in più di quanto non conoscessi ieri sul tema che avete affrontato oggi, e che avete affrontato fra l’altro, in maniera molto seria e con grande passione.

Quando si fanno battaglie difficili è giusto metterci una carica passionale che serve per vincere le battaglie difficili.

Io ho fatto il sindacalista in uno di quei “sindacati di servi”, come ha detto Bustianu Cumpostu,  ho fatto battaglie anch’io e so che è necessario, per vincere e superare momenti difficili, sognare orizzonti nuovi e orizzonti diversi perché questo aiuta tutti noi a spingere in avanti la prospettiva. Grazie.

(Applausi)

Messaggio

Sindacato Basco L.A.B.

Jesús Mª Gete Olarra (Purri)

( Secretario de Relaciones Internacionales de LAB )

Euskal Herria, 31 de octubre del 2005

Compañeras y Compañeros de la Nación Sarda,

A través del presente manifiesto, queremos mostrar públicamente nuestra solidaridad y apoyo a la Confederación Sindical Sarda ( Sindicato de la Nación Sarda ) en sú lucha por la liberación nacional y social del Pais Sardo.

Mostramos nuestra más firme adhesión a la Conferencia que organiza la C.S.S. el dia 5 de noviembre de este año 2005, “ la lucha por hacer ún sindicato de la Nación Sarda “, y lamentamos en esta ocasión no poder participar fisicamente en la misma.

Los sindicatos que desarrollamos nuestra intervención sindical y social en el marco de una lucha por la soberania de nuestros respectivos pueblos, somos sindicatos que nos enfrentamos a la globalización neoliberal desde la simbiosis que realizamos entre la lucha por la soberania con la lucha por la defensa del presente y futuro de las trabajadoras y trabajadores de nuestros respectivos pueblos. Somos sindicatos que aportamos a la lucha contra la globalización desde el impulso de nuestros propios procesos de liberación nacional y social, es decir, tenemos en común una caracterización de la funcionalidad del sindicalismo en la caracteristica que adquiere la lucha de clases en nuestros respectivos pueblos y ámbitos territoriales.

La lucha por la libre determinación de los pueblos es una tarea prioritaria también para los sindicatos de naciones sin estado, la soberania politica y capacidad de decisión de nuestras instituciones territoriales, posibilitarán la vertebración y desarrollo de espacios socio económicos de carácter nacional así como la ordenación de marcos propios en las relaciones laborales.

La lucha que viene desarrollando la C.S.S. por la liberación nacional y social de la nación sarda, es también la lucha de LAB por la liberación de Euskal Herria y la lucha de muchos sindicatos de naciones sin estado, oprimidos por el ejercicio de politicas estatalistas que atentan gravemente contra los derechos individuales y colectivos de la ciudadania.

Denunciamos la discriminación a la que se ve sometida la Confederación Sindical Sarda en el libre ejercicio de sú acción sindical para la defensa de los derechos de la clase trabajadora del pais, y en consecuencia exigimos se garantice con caracter inmediato el derecho innegable a la libertad sindical.

Exitos para la conferencia y las consecuencias que de la misma se deriven, para la clase trabajadora de nuestra hermana nación sarda.

Jesús Mª Gete Olarra

( Secretario de Relaciones Internacionales de LAB )

(Libera traduzione)

Compagne e compagni de la Nazione Sarda

attraverso il presente manifesto vogliamo mostrare pubblicamente la nostra solidarietà e il nostro appoggio alla Confederazione Sindacale Sarda (sindacato della nazione sarda) nella sua lotta per la liberazione nazionale e sociale del paese sardo.

Mostriamo la nostra più ferma adesione alla conferenza che organizza la C.S.S. il giorno 5 novembre di questo anno 2005, “la lotta per fare un sindacato della nazione sarda” e ci dispiace, in questa occasione di non poter partecipare fisicamente alla stessa.

I sindacati che sviluppano il nostro stesso intervento sindacale e sociale nel segno della lotta per la sovranità dei nostri rispettivi popoli, si confrontano con la globalizzazione neoliberale, realizzano una simbiosi tra la lotta per la sovranità e la lotta per la difesa del presente e del futuro delle lavoratrici e dei lavoratori dei nostri rispettivi popoli.

Siamo sindacati che apportano alla lotta contro la globalizzazione l’impulso dei nostri processi di liberazione nazionale e sociale, ossia abbiamo in comune una caratterizzazione della funzionalità del sindacalismo nella specificità che riguarda la lotta di classe nei nostri rispettivi popoli e ambiti territoriali.

La lotta per l’auto-determinazione dei popoli è un impegno prioritario per i sindacati delle nazioni senza stato; la sovranità politica e la capacità di decisione delle nostre istituzioni territoriali, renderanno possibile strutturare e sviluppare spazi socio-economici di carattere nazionale, e l’individuazione di caratteristiche proprie nelle relazioni di lavoro.

La lotta che sviluppa la C.S.S. per la liberazione nazionale e sociale della nazione sarda, è anche la lotta del L.A.B. per la liberazione di Euskal Herria e la lotta di molti sindacati delle nazioni senza stato oppressi dall’esercizio di politiche stataliste che attentano gravemente contro i diritti individuali e collettivi della cittadinanza.

CONDANNIAMO la discriminazione a cui è sottoposta la C.S.S. nel libero esercizio della sua azione sindacale per la difesa dei diritti della classe lavoratrice del paese, e di conseguenza CHIEDIAMO CON FORZA che venga garantito con carattere immediato il diritto innegabile alla libertà sindacale. ………………………………………

Messaggio

del compagno

VINCENZO MIGLIUCCI

dell’Esecutivo Nazionale della Confederazione dei Cobas

Data invio: mercoledì 2 novembre 2005, 23.22

Ad Angelo Marras

Al Sindacatu de sa Nazione Sarda

Mi rincresce di non poter presenziare a questa vostra importante iniziativa a cui auguro il miglior successo di rispondenza agli obiettivi che la C.S.S. si propone.

Precedenti impegni mi tengono lontano da Sassari. Soprattutto nella giornata del 5 novembre, costruita razionalmente intorno alla lotta contro il carovita con i “Comitati per la quarta settimana” per la riduzione dei prezzi del50%, che a Roma vede l’iniziativa principale poiché cade ad un anno esatto dall’enorme manifestazione “contro la precarietà per il Reddito Sociale” del 6/11/2004, fatta oggetto di stroncature repressive da parte del ministro di polizia, della magistratura, dei media, dei partiti di entrambi gli schieramenti, preoccupati dalla presa sociale che nel Paese ha la battaglia per il Reddito e contro il Carovita.

Quanto andate richiedendo non solo è legittimo per tutta la copiosa documentazione e ricerca prodotta , ma è connaturato al dettato Costituzionale, che solo biechi interessi di parte padronale e istituzionale impediscono la piena soddisfazione ed applicazione. La Confederazione Cobas è con voi in questa decisiva battaglia per la democrazia sindacale da opporre allo strapotere delle sigle concertative: quel monopolio è da scardinare in quanto non solo impedisce una più equa redistibuzione della ricchezza prodotta, ma boicotta tutti gli sforzi intesi a realizzare processi di trasformazione ed emancipazione sociale.

La Confederazione Cobas nel suo Statuto e nelle iniziative prodotte sostiene il riconoscimento e l’esercizio pieno dei diritti sindacali per tutti/e, nonché l’obbligo per i datori di lavoro di “convocazione a consultazione contrattazione d” i tutte le sigle senza alcuna esclusione. La Confederazione Cobas subisce attualmente le stesse discriminazioni lamentate dalla C.S.S., e lavora per il loro superamento:

1) di fatto, impegnando le Amministrazioni Locali ad un protocollo democratico includente tutte le Organizzazioni Sindacali e battagliando con i padroni privati a suon di scioperi ed art. 28 L. 300/1970;

2) di diritto, sollecitando i Parlamentari Regionali e Italiano a leggi

sulla ” rappresentanza sindacale democratica” rispettose della tipicità territoriale e dei basilari principi Costituzionali.

A nome della Confederazione Cobas, vi porgo di nuovo i saluti e l’augurio di un proficuo risultato. L’auspicio di rapporti tra le nostre compagini sindacali improntati alla comune lotta contro l ‘attuale assetto capitalistico – che è causa di indigenza e d’arbitrio nei confronti dei lavoratori e della popolazione – e ad un sollecito riscatto in nome di valori umani ed universali.

Vincenzo Migliucci – Esecutivo Nazionale della Confederazione dei Cobas

Messaggio dei compagni

dell’Associazione dei sardi emigrati

SARDIGNA RUJA

Emigrare non è sempre una libera scelta. Organizzare l’emigrazione per organizzare la liberazione nazionale e sociale sarda.

Le società a capitalismo avanzato si fondano sul postulato della libertà.

Libertà di commercio, libertà di accumulare ricchezze, di massimizzare profitti, di impiegare manodopera, di reinvestire capitale e libertà di circolazione delle merci.

I sardi emigrati siamo circa un milione e la propaganda borghese vuole convincerci che ciò che muove i sardi verso l’Italia o verso altre parti del mondo è la libertà di viaggiare, di fare nuove esperienze lavorative, di cercare fortuna lontano dalla propria matrice storica e culturale. Forse una parte dei sardi emigrati si sposta effettivamente perché desiderosa di altre esperienze di vita e lavorative, ma sicuramente non si tratta  della stragrande maggioranza del popolo lavoratore sardo.

Quella di chi ha più di vent’anni oggi è una generazione di emigranti peculiare rispetto all’emigrazione storica. Oggi la Sardigna non esporta più soltanto manodopera da impiegare nelle industrie del Nord: dalla Sardegna partono, spesso staccando biglietti di sola andata, intellettuali, tecnici, artisti, studenti, precari che costituiscono larga parte della nuova classe lavoratrice. La Sardigna è  nei fatti un gigantesco bacino di general intellect e di manodopera in senso classico, da cui il padronato italiano, congiunto con la borghesia compradora sarda, attinge a piene mani.

Come giustamente sostiene la CSS: “Il lavoro dei sardi non è diverso (né tecnicamente né qualitativamente) da quello delle altre donne e altri uomini del mondo”, ma noi sardi viviamo un doppio sfruttamento, sia tecnico che qualitativo. Tutti sanno che nell’Isola ci sono picchi di disoccupazione che raggiungono il 40%, ma non si tratta solo di questo. Con l’emigrazione spesso si compie quel ciclo di demolizione sistematica della cultura e della storia che compongono la fibra del nostro popolo. Quando un sardo emigra non va soltanto incontro ad un lavoro precario, flessibile, spesso mal pagato e inserito un ciclo produttivo sempre più privo di diritti e garanzie sociali. Quando un sardo emigra va in incontro al logorìo sistematico del tempo e dell’ambiente circostante che completa l’opera, già massicciamente intrapresa in patria, di annichilimento della sua lingua, della sua memoria storica, della sua particolare concezione del mondo e delle cose. Il cerchio si chiude quando smettiamo di sentirci Sardi, quando proviamo disinteresse per le violenze coloniali che la nostra Terra subisce o quando, seduti a qualche tavolino di un circolo di sardi che spaccia formaggelle, salsicce, malloreddus e culurgiones e poster di spiagge famose, pensiamo, rigorosamente in lingua italiana, ai bei tempi andati o ci sentiamo dominati da quel senso di vergogna e di impotenza che caratterizza la psicologia dei colonizzati!

Sardigna Ruja vuole organizzare la compagine sana dell’emigrazione sarda ed affermare con forza che nella maggior parte dei casi non emigriamo per noia, per divertimento o per curiosità, ma perché costretti da un sistema coloniale che ha trasformato la nostra Terra in una gigantesca caserma di carabinieri, in una serie infinita di alberghi di lusso e di villaggi turistici, in una galassia di basi militari italiane, americane e NATO. Se un sardo desidera fare qualcosa di diverso dal mestiere di carabiniere, soldato, facchino dei turisti, cameriere, spesso è obbligato a fare le valigie e a timbrare il biglietto di sola andata che lo strappa dalle sue radici e dalla sua comunità. L’emigrazione agisce insomma come fattore costante e calcolato nel processo di cancellazione della Nazione Sarda e la diaspora che ne consegue è uno dei tasselli più importanti nella storia di demolizione sistematica della possibilità di riscatto nazionale e di emancipazione sociale del nostro popolo.

Sardigna Ruja saluta quindi l’iniziativa della CSS come ha salutato da poco la lotta intrapresa  dalle principali organizzazioni indipendentiste contro la base americana di S. Stefano. Questo perché siamo convinti che sconfiggere il colonialismo, l’occupazione militare, lo spopolamento delle zone interne, la demolizione della lingua e della cultura è possibile soltanto se tutti i sardi sfruttati riescono a creare organismi strutturati e competenti su tutti i diversi livelli della vita sociale e politica dei sardi.

È indispensabile che lavoratori, studenti, precari, emigrati e non emigrati abbiano la possibilità di maturare la propria coscienza di classe sul terreno della lotta, per una Sardigna  emancipata dalle servitù militari ed economiche. Allo stesso tempo è necessario però che il popolo lavoratore sardo costruisca la sua identità nazionale sul terreno più generale dell’inter-nazionalismo proletario e della lotta generale contro le guerre imperialiste, contro lo sfruttamento, contro le privatizzazioni, le esternalizzazioni: insomma  contro le strutture portanti del modo di produzione capitalistico.

Il compito che ci siamo prefissi è quello di appoggiare, favorire e organizzare il movimento di rivendicazione sarda fuori dall’Isola; promuovere sul territorio italiano lotte e iniziative che possano ridestare, o creare, la coscienza nazionale degli emigrati e contribuire a diffondere, fra i soggetti italiani sensibili (antimperialisti), tematiche di portata non solo sarda. Vogliamo insomma stringere legami e intraprendere lotte comuni con tutte le realtà italiane, corse, basche, bretoni che agiscono su di un terreno marcatamente antiliberista

Stiamo lavorando per tessere la tela della Sinistra Indipendentista aperta alle lotte dei lavoratori e degli sfruttati di tutto il mondo e, pertanto, tutto ciò che si muove nel senso di un movimento complessivo di liberazione nazionale e di liberazione sociale non può che ricevere il nostro appoggio, il nostro sostegno, la nostra complicità.

Vi auguriamo un lavoro buono e fecondo e vi salutiamo a pugno chiuso dal cuore dello stato colonizzatore.

Sardigna Ruja (Associazione dei sardi emigrati)

Messaggio dei compagni

del Collettivo Rivoluzionario Antimperialista Sardo

“TUPA RUJA”

al Convegno organizzato a Sassari, il 5 Novembre 2005, dal Sindacadu de sa Natzione Sarda

A tutti militanti rivoluzionari,

e a voi compagni, nel porgervi il nostro più sincero saluto di militanti del Collettivo Rivoluzionario Antimperialista Sardo “Tupa Ruja”, intendiamo dare un contributo all’interno di quelli che sono i contenuti espressi in questo incontro, proposto dalla C.S.S. zonale di Sassari. Consentiteci di inviare un saluto solidale e militante a tutti i combattenti corsi, baschi e catalani, nonché a chi oggi in Sardegna combatte, con tutti i mezzi possibili, in maniera sincera e rivoluzionaria, tutto ciò che depaupera la nostra Natzione. Non c’importa che questo depauperamento venga dall’imperialismo americano o da quello italiano o inglese, per noi  conta poco:   il nostro nemico sono loro, ed è dal loro giogo che dobbiamo liberarci con ogni mezzo possibile. Noi, come militanti del “Tupa Ruja” che si riconoscono nell’indipendenza della Natzione Sarda e che si riconoscono in una società liberata da ogni dominio dell’uomo sull’uomo, diamo la nostra solidarietà militante al Sindacato della Natzione sarda e ci collochiamo al fianco della lotta che la C.S.S. zonale di Sassari vuole portare avanti. Questo perché ne riconosciamo politicamente il suo reale spirito indipendentista oltre che una pratica di antagonismo a fianco dei lavoratori sardi per l’emancipazione e per la liberazione dallo sfruttamento del lavoro salariato. E’ nella nostra solidarietà che sosterremo ogni iniziativa atta al riconoscimento formale nelle contrattazioni col nemico di classe del Sindacato della Natzione Sarda. La nostra sarà una solidarietà fattiva, non equivocabile in alcun modo col solidarismo di maniera di cui è impregnata antagonismo in Sardegna. Nel rinnovare la nostra solidarietà all’iniziativa che intende proporre il Sindacato della Natzione Sarda di Sassari, offriamo tutta la nostra disponibilità militante ad ogni attiva proposta di lotta.

- A fianco di ogni combattente antimperialista!

- A fianco della resistenza dei popoli dell’Iraq, dell’Afghanistan e della Palestina!

- A fianco dei prigionieri ostaggi nelle carceri dell’imperialismo!

- Solidarietà militante alle Organizzazioni Sindacali Corse in lotta contro lo stato francese!

- Onore ai caduti nella guerra all’imperialismo

Messaggio

dell’On.le GIUSEPPE ATZERI

Consigliere Regionale del Partito Sardo d’Azione

SINDACATO ETNICO E NAZIONE SARDA

Impossibilitato a partecipare all’importante Convegno della CSS per inderogabili impegni consiliari, allego tuttavia, quale contributo alla discussione una breve nota di riflessione intorno alle importanti questioni da voi individuate e portate all’attenzione.

ll problema d elle discriminazioni – individuali e collettive – sofferte dai Sardi è un tema centrale delle lotte e delle rivendicazioni sardiste da oltre ottanta anni. La Sardegna è discriminata nei trasporti, nelle tariffe energetiche, nel riconoscimento delle spettanze fiscali, nell’uso pubblico della lingua e in tantissime altre vertenze pluridecennali. Se discriminare significa non riconoscere in capo ad una collettività diritti, poteri e risorse, allora la Sardegna rappresenta un vero e proprio esemplare laboratorio.

I problemi purtroppo vengono da lontano. Per troppi decenni si è parlato di Specialità senza avere la minima percezione di parlare con categorie vecchie e superate.

Nata e modellata secondo canoni economicistici figli di una cultura antiautonomistica in un contesto caratterizzato da un regionalismo debole e connotato da una cultura statualistica forte, la specialità si è ridotta ad un simulacro buono per qualche retorica consiliare ma vuota di contenuti e quel che è peggio tutto cioè accaduto nell’ indifferenza della classe politica sarda.

Il problema della specialità rinasce a partire dagli anni ’70, quando è lo Stato a decretare la propria crisi. E mentre in tutto il mondo si faceva strada l’idea che il federalismo rappresentava l’unica vera alternativa ad un regionalismo fuori dalla storia, in Sardegna veniva persa la fondamentale battaglia per la riforma dello Statuto. La collusione politica tra partiti italiani e la debolezza endemica della Sardegna nei palazzi romani ha fatto il resto.

Contemporaneamente, si faceva strada I’Europa per decenni sottovalutata ridotta a mera citazione colta priva di valenza politica e progettuale. Ma le istituzioni europee hanno prosperato e la dimensione comunitaria ha ben presto occupato la scena della politica, condizionando pesantemente non solo gli Stati membri, ma anche le Regioni. Per molto tempo la specialità è stata semplicemente annacquata e talvolta persino esautorata dal potere regolamentare comunitario.

La questione fondamentale del pieno riconoscimento dell’insularità come gap strutturale è rimasta nell’ombra. A quel principio, che rappresenterebbe una specificazione del principio di coesione, non si è mai data integrale e coerente applicazione. Con il risultato che alla Sardegna, uscendo dall’Obiettivo 1 in base a calcoli ragionieristici, non verrà riconosciuto il gap insulare nei settori nevralgici e strategici dello sviluppo, dell’energia, dei trasporti.

Infine, la legge 482/1999, da molti acriticamente enfatizzata,non ha riconosciuto la Sardegna come minoranza linguistica (al pari di Val d’Aosta, Trentino-AltoAdige,Friuli-Venezia Giulia). Con un artificio degno dei migliori prestigiatori, la pur importante legge italiana si limita a riconoscere,  nel caso di specie, il sardo come lingua e cultura minoritaria. Non si tratta di un diritto collettivo, ma di un fascio di diritti azionabili individualmente. Salutata enfaticamente come una legge rivoluzionaria, in realtà la 482 si è limitata a fare della Sardegna il figlio di un Dio minore, una specialità di serie B , un limitato riconoscimento che di fatto certifica una discriminazione gravissima.

Se proviamo a ricomporre le fila, vediamo subito che la Sardegna ha una specialità limitata, un’insularità di principio, una valenza minoritaria relativa solo alla sua lingua e alla sua cultura. La Sardegna non ha lo status di minoranza linguistica piena e, l’art.6 della Costituzione è in realtà largamente inattuato.

Queste brevi considerazioni, che meriterebbero ben altri sviluppi, dimostrano che sino a che la Sardegna non sarà a tutti gli effetti minoranza etnico-linguistica, lo stesso Diritto di rappresentanza rivendicato dalla CSS si rivelerà inattuabile.

Purtroppo storicamente la Sardegna sconta, sin dai dibattiti alla Consulta, una speciale in capacità di far valere le proprie ragioni.

ll problema etnico-linguistico intatti entrato nel vocabolario sardista solo negli anni ’60 con Antonio Simon Mossa.

Ma il treno della Costituente era già passato. E aver costruito la specialità sarda su basi economicistiche e sul mito illusorio del Piano di Rinascita ha determinato sul lungo periodo una debolezza strutturale delle nostre rivendicazioni. La nostra specialità si è trasformata in une debole piattaforma per attirare capitali italiani a disposizione delle imprese continentali.

Ma questa è storia e non vogliamo ripeterne gli errori.

Quanto alla battaglia della CSS, per i sardisti si tratta di una rivendicazione sacrosanta che però non ha appigli significativi, cioè giuridicamente cogenti, nella legislazione vigente.

Non mancano, invero -e  nel documento programmatico sono opportunamente riportati importanti documenti normativi di principio, raccomandazioni, convenzioni, risoluzioni, ecc. Ma se li si legge con attenzione, si coglie subito la fragile base sulla quale si fondano.

La legge statale ha infatti il compito di tradurre i princìpi in norme. Ma l’attuazione concreta dei principi può avvenire solo con la mediazione parlamentare, che ha da sempre interpretato in senso restrittivo e antiautonomistico  le direttive e le raccomandazioni comunitarie.

Perciò, sino a che la Sardegna non godrà dello status di minoranza linguistica, sarà di fatto impossibile obbligare le istituzioni renitenti a riconoscere il diritto della CSS ad essere rappresentata nei tavoli della concertazione.

Mi limito a fare qualche esempio concreto. E’ vero che il diritto comunitario emana direttive vincolanti, indicando genericamente l’obiettivo da realizzare, ma è anche vero che poi la concreta traduzione in norma statale è di esclusiva competenza dei Parlamenti.

La Risoluzione sulle lingue e le culture delle minoranze regionali ed etniche nella Comunità Europea (1987) stabilisce che gli Stati che riconoscano princìpi generali di tutela delle minoranze, debbano provvedere all’attuazione pratica di tali princìpi. Ebbene, un esempio di applicazione pratica in linea con la generica Risoluzione comunitaria sarebbe stata, ad esempio, proprio dalla Legge 482. Si tratta di un modo legittimo e coerente di attuare i princìpi della risoluzione, ma per la Sardegna è un atto di mancato riconoscimento dello status di minoranza linguistica. E non si deve dimenticare che la stessa 482 è considerata a tutti gli effetti una legge di attuazione del principio costituzionale di cui all’art. 6 Cost.

La Risoluzione sulle minoranze linguistiche e culturali  dell’UE (1994) si limita a “invitare” gli Stati a “tenere in debito conto il retaggio linguistico e culturale delle regioni” in tema di sviluppo e di politiche sociali.

La Carta europea delle lingue regionali o minoritarie(1992) parla altrettanto genericamente di “protezione” e “promozione delle lingue regionali o minoritarie” ma è chiaro che la qualità della protezione e della promozione è direttamente collegata allo status di minoranza. Dove lo status non c’è Ia lingua è tutelata dove lo status sia riconosciuto è più facile operare in termini

di promozione.

La stessa Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali (1995) rimanda a generiche” misure adeguate”  tra persone appartenenti a minoranze nazionali e persone appartenenti a maggioranze, ma il criterio di fondo rimane la qualificazione completa senza se e senza ma dello status di minoranza linguistica.

GIi stessi princìpi costituzionali  (ad esempio il combinato disposto dell’art. 3 con gli articoli 6 e 21 della Cost.) non appaiono altro che mere dichiarazioni di principio che devono essere calate nella realtà delle leggi di attuazione.

Un’ultima annotazione.

Il più importante regolamento attuativo della 482 è non a caso la L,R. 38/2001 del FriuliVenenziaGiulia, in cui sono espressamente previsti i criteri da adottare per le rappresentanze sindacali delle minoranze linguistiche slovene. Tutto ciò non deve stupire, perché alla base di tale situazione si pone lo status di minoranza linguistica.

Per portare avanti una battaglia sacrosanta di civiltà politica e giuridica occorre lavorare in due direzioni.

Da una parte la modifica dello Statuto,in cui sarà determinante qualificare la Sardegna come  Nazione (in senso nazionalitario, ovviamente, cioè come Nazione senza Stato).

Si tratta di una delle parti più controverse, anche se Soru sul punto si è già sbilanciato pubblicamente. Le difficoltà sono assai complesse se si pensa che su questo punto si sta combattendo anche la controversa battaglia giuridica di riforma dello statuto catalano in cui si vuole affermare che la Catalogna è “Nazione” piuttosto che semplice “Comunità autonoma”.

Dall’altra parte occorre seriamente pensare ad una proposta di legge nazionale firmata da tutte le forze politiche che oggi si dichiarano sardiste e con il contributo determinante delle forze sociali nazionalitarie, per estendere, a norma dell’art. 6 della Cost., anche alla Sardegna lo status di minoranza etnico-linguistica.

Con queste osservazioni, pur stringate, siamo arrivati al cuore del problema.

Viviamo in una stagione costituente – o almeno così amano dire le forze politiche di maggioranza – ma siamo ben lontani dallo spirito costituente che sarebbe necessario attivare per coinvolgere l’intera Nazione Sarda.

I Sardisti hanno proposto una Assemblea Costituente del Popolo Sardo con funzioni consultive per evitare che ciò fosse utilizzato come appiglio per denunciare I’esautoramento del Consiglio Regionale. La maggioranza ha optato per l’aborto istituzionale della Consulta, in cui il popolo e i singoli cittadini “possono” essere consultati.

E’ una grande occasione persa, anche perché nel progetto sardista avrebbero dovuto partecipare non solo le forze politiche escluse da una legge elettorale liberticida, ma anche le  associazioni, le forze sociali, e in generale le rappresentanze di tutti gli interessi diffusi.

In questo modo le riforme,da operazione tecnico-ingegneristica costruita a tavolino da qualche giurista di palazzo, si sarebbero trasformate in una grande occasione di partecipazione collettiva della nuova Nazione Sarda alla riscrittura del nuovo patto sociale.

I problemi posti dalla CSS sono tutt’altro che marginali e, infatti riguardano la stessa idea di democrazia rappresentativa negli ambiti del regionalismo speciale ed etnico. Le istanze della CSS sono le nostre istanze, e a tal proposito lancio l’idea di collaborare assieme alla redazione del Nuovo Statuto e, contemporaneamente, alla elaborazione di una proposta di legge nazionale con cui parificare la Sardegna alle altre minoranze linguistiche riconosciute.

E’ ferma convinzione dei sardisti che accanto alle battaglie ideali sia però necessario stare alle regole del diritto costituzionale vigente. Chi non sa lavorare in quegli stretti argini si condanna a una rivendicazione sterile e demagogica, magari utile nel corto periodo, ma estremamente velleitaria e perdente in quanto incapace di utilizzare gli strumenti a disposizione. Tecnica giuridica e mobilitazione collettiva rappresentano le armi che dobbiamo sfruttare nella nuova fase costituente.

Noi vogliamo vincere con voi questa battaglia, che rappresenta anche un contributo alla migliore definizione della vera specialità che merita la Nazione sarda.

On.le Giuseppe Atzeri

Telegramma del Gruppo Consiliare “La Margherita”

On ANTONIO BIANCO

Alla C.A. del Sig. Angelo Marras, Segretario Territoriale della CSS di Sassari

Da On. Antonio Biancu, Presidente Gruppo Consiliare Regionale La Margherita

Impossibilitato partecipare al Vostro importante convegno per impegni politici precedentemente assunti mi scuso vivamente e auguro a tutti i partecipanti un proficuo lavoro.

A nome di tutto il Gruppo Regionale de La Margherita, mi metto a Vs. disposizione per un incontro presso i locali del nostro Gruppo in Consiglio Regionale con formale impegno ad esaminare le Vostre importanti istanze da Voi già segnalate all’On. Gavino Manca.

Cordialità

f.to

On Antonio Biancu

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CHIE SEMUS

Intendiamo il sindacalismo come un’azione congiunta, organizzata, democratica, libera e autonoma al servizio delle lavoratrici e dei lavoratori per la difesa del diritto al lavoro, del diritto socio-economico e del diritto nazionale. Un’azione diretta dunque alla trasformazione dell’attuale struttura sociale in un’altra più giusta, più libera e più solidale

Fondiamo la nostra azione sindacale in una concezione della persona intesa come motore, protagonista e fine dell’azione economica e dell’azione sociale.

Lottiamo per eliminare le situazioni di oppressione individuali e collettive costruire una struttura socio-economica che permetta il pieno sviluppo della personalità umana e il raggiungimento delle risposte adeguate alle giuste necessità.

Lottiamo per un’autentica democrazia sociale ed economica nella quale gli interessi collettivi prevalgano su qualsiasi interesse di qualsivoglia minoranza privilegiata e nella quale le lavoratrici e i lavoratori abbiano una maggiore partecipazione nelle decisioni economiche, tanto nelle imprese che nella società.

Consideriamo il Sindacato come uno strumento di lotta contro gli abusi del potere e lo concepiamo come una delle armi necessarie per conseguire questo scopo.

Intendiamo la libertà di riunione come la possibilità giuridica efficace per fondare associazioni e aderirvi liberamente. Difendiamo la diversità, crediamo nel dialogo e nelle decisioni della maggioranza oltre che nel rispetto della/le minoranza/e.

Proponiamo l’unità d’azione fra le differenti Organizzazioni Sindacali se tese al miglioramento della difesa degli interessi collettivi delle lavoratrici e dei lavoratori e lottiamo, nello stesso tempo per il consolidamento della Confederazione Sindacale della Sardegna, intesa come Cunfederatzione Sindacale de sos tribagliadores de sa Natzione Sarda, indispensabile per tutelare le lavoratrici e i lavoratori dei nostri paesi e delle nostre città.

Rivendichiamo il diritto del Popolo Sardo e della Natzione Sarda all’Autodeterminazione e vincoliamo sa Liberatzione Natzionale della Sardigna a sa Liberatzione Sotziale de su populu sou.

Riaffermiamo il nostro impegno di lotta perché la lingua sarda, che è la lingua propria della nostra Natzione, sia usata comunemente in tutti gli ambiti e specialmente in quello del lavoro e delle professioni e che sia oggetto e soggetto di protezione, di promozione di fronte a qualunque altra imposizione

Reclamiamo la protezione dell’ambiente davanti a qualunque tipo di aggressioni.

Affermiamo la nostra assoluta indipendenza da qualsiasi gruppo di pressione di tipo sociale, economico, politico e religioso.

Ammetteremo nel nostro Sindacato tutte le lavoratrici e lavoratori senza discriminazioni per motivi di razza, di religione, di sesso e d’ideologia.

Rifiutiamo il conflitto fra i popoli, così come rifiutiamo il dominio di un popolo sopra un altro.

Lavoriamo per rinforzare la Società Civile contro l’onnipresenza dell’Amministrazione Pubblica, dello Stato e/o  dell’iniziativa privata ed esigiamo che le Istituzioni creino le condizioni oggettive, mediante appoggi legali ed economici, perché la Società Civile possa svilupparsi.

Riaffermiamo il nostro impegno di lavorare in solidarietà con tutti i lavoratori e le lavoratrici dei Sindacati delle altre Nazioni e i popoli del mondo intero, perché attraverso la solidarietà sia possibile raggiungere i nostri obiettivi collettivi.

Lavoriamo e partecipiamo al cammino della costruzione di un’Europa dei popoli, liberi e solidali, nella quale la forza dei lavoratori e delle lavoratrici trasformi le attuali strutture degli Stati e riaffermi la volontà di partecipare alla costruzione di un sindacalismo europeo e mondiale

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