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Il lavoro è dignità.

Il lavoro è dignità. E’ una frase che mi ha davvero colpito, durante l’ultima puntata di “Annozero” trasmessa. Una frase ripetuta alla festa per i 110 anni della FIOM.

E’ verissimo; il lavoro è dignità. Eleva l’essere umano anche spiritualmente perché gli fa capire che può essere assolutamente autonomo ed indipendente, che può e deve essere padrone del suo futuro.

Vale per tutti.

Molto meno per i diversamente abili.

Nel corso della mia vita ho letto e visto rivendicazioni assolutamente giuste e condivisibili. Ma, molto raramente, rivendicazioni riguardo il lavoro dei diversamente abili. A destra come a sinistra. Non è un caso che la percentuale di diversamente abili occupati non superi il 10% degli aventi diritto. A nulla sono valse le leggi che istituivano, di volta in volta, le liste speciali di collocamento. Ma non basta, ovviamente. Anche quei pochi fortunati che riescono a trovare lavoro, poi, sono vittime di feroci discriminazioni sul posto di lavoro. Gli esempi che potrei fare, vissuti personalmente od anche solo raccolti da altre voci, sono innumerevoli.

Pare che in Italia essere diversamente abili significhi esclusivamente avere una prospettiva, per dirla come dice Tremonti, di “parassitismo sociale”. Almeno, questo è il sentire comune a molti. Anche se non corrisponde affatto alla realtà.

Il lavoro è dignità.

Noi diversamente abili non abbiamo il diritto alla dignità.

Mi avrebbe fatto immensamente piacere se, sul palco di Villa Angeletti, dove si è svolta la kermesse di Santoro, si fosse data voce anche a chi, sinora, voce non l’ha mai avuta. A chi, pur essendo professionalmente preparato, non ha uno straccio di lavoro. E non può neanche sperare di trovarlo all’estero.

Io capisco perfettamente che chi non vive la condizione di diversamente abile quotidianamente possa, in qualche modo, dimenticare il problema.

Quello che, invece, non riesco a capire ed accettare è come delle persone, culturalmente preparate e che ritengono di essere dei professionisti, possano dimenticare il problema.

Ecco, caro Michele Santoro, è questo che proprio non mi è andato giù venerdi sera. Te lo volevo scrivere pubblicamente proprio perché ritengo che questo mio scritto possa, in qualche misura, contribuire all’apertura di una riflessione seria e non estemporanea.

Se non proprio da parte tua, che non so se mi leggerai mai, da parte di chi passerà da questa pagina.

Danilo Monaro

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A rischio migliaia di posti di lavoro per i disabili

A rischio migliaia di posti di lavoro per i disabili

Si profilano sempre più drammatiche le opportunità di lavoro per le persone con disabilità. Con un fumoso articolo, la Legge 126/10 ha disposto che le aziende con più di 50 dipendenti siano prioritariamente obbligate all’assunzione di orfani e di superstiti delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata. Tale priorità, che colma gli obblighi di assunzione, andrà a scapito della riserva prevista dalla Legge 68/1999 a favore delle persone con disabilità.

Una sperequazione che è apparsa ai più tanto incredibile da richiedere una immediata interpretazione autentica che salvaguardasse i diritti di tutte le fasce disagiate. Ma le risposte alla specifica interrogazione parlamentare (On. Schirru e altri, n. 5-03384, Seduta n. 367) sono state ambigue e dilatorie. E gli impegni di soluzione non sono stati mantenuti.

Nel frattempo, a causa di questi ritardi, sono ogni ora più a rischio migliaia di posti di lavoro. Sono imminenti i bandi di assunzione nella Pubblica Amministrazione (si calcola saranno circa 10.000 posti), ma alle quote di riserva le persone con disabilità saranno ammesse solo dopo gli orfani e i superstiti delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, il cui numero è ben superiore alle persone con disabilità candidate a lavorare.

Una soluzione ci sarebbe. Esiste una specifica Proposta di Legge – la n. 3720, On. Schirru e altri – che fornirebbe un’interpretazione autentica del comma 2 dell’articolo 1 della Legge 23 novembre 1998, n. 407 in materia di applicazione delle disposizioni concernenti le assunzioni obbligatorie e le quote di riserva in favore dei disabili.

Ma la Proposta giace ancora alla Commissione Lavoro della Camera. Mancano ancora i Pareri delle Commissioni Tesoro (V) e Finanze (VI). Inoltre, il testo dovrebbe poi passare in Aula e, quindi, al Senato. Un modo per accelerare l’iter sarebbe l’attribuzione alla Commissione della funzione legislativa per questa Proposta: in tal caso il testo non dovrebbe transitare per l’Aula. I tempi sono strettissimi!

Questi i motivi del sit-in di protesta, cui ha partecipato anche una delegazione della FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, organizzato a Roma davanti al Ministero per i Rapporti con il Parlamento.

L’azione di pressione sul Ministro del Lavoro, sul Governo, sui Parlamentari – commenta Pietro Barbieri, Presidente della FISH – dovrà proseguire, al di là dell’iniziativa di oggi, prima che sia troppo tardi per migliaia di persone con disabilità ancora escluse dal mondo del lavoro. C’è bisogno di una simultanea azione di tutto l’associazionismo e delle voci più attente”.

18 gennaio 2011

FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap

www.fishonlus.it

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Handicap e mondo del lavoro – 2

In passato, in Sardegna (ma anche in altre realtà), il diversabile svolgeva, anche inconsapevolmente, un ruolo importantissimo nella società arcaico-pastorale; quella di mediatore di conflitti che, altrimenti, sarebbero sfociati inevitabilmente in faide sanguinose. Per farmi capire meglio è necessario, a questo punto, fare un esempio: una persona affetta da sindrome di Down, lungi dall’essere emarginata o peggio rinchiusa, frequentava il bar del paese ed imitava gli avventori presenti nelle movenze, nei gesti od anche nel parlare. Questo aiutava le persone presenti a fare emergere anche dell’autoironia perché capivano che il “verso” del diversabile era spontaneo, sincero e non fatto per nuocere alla loro immagine. Prendevano, insomma, coscienza dei loro difetti ed imparavano che non sempre era indispensabile prendersi troppo sul serio. Nessuno, quindi, avrebbe mai rinunciato alla presenza del diversabile, compiendo, quindi, quel primo passo verso l’integrazione sociale che tutti ci aspettiamo. Il diversabile non era visto come un “corpo estraneo” ma era parte integrante del tessuto sociale, una parte fondamentale. E, come tale, otteneva il rispetto (non la pietà o peggio l’atteggiamento pietistico) delle persone, che riconoscevano a lui un ruolo fondamentale anche di educatore.


Queste capacità sono state sfruttate, recentemente, nel napoletano, dove una cooperativa impegnata nello stoccaggio differenziato dei rifiuti ha assunto, dopo un breve addestramento, sei persone affette da sindrome di Down che girano, di casa in casa, per sensibilizzare la gente sul problema della raccolta differenziata con ottimi risultati

Questo esempio dimostra, se mai ci fossero ancora dei dubbi, che laddove i cosiddetti “normodotati” falliscono, i diversabili possono invece arrivare.

Ovviamente bisogna avere anche l’intelligenza e la cultura per capire quale aiuto un diversabile possa apportare alla società. E, d’altro canto, il diversabile deve impegnarsi per mettere a disposizione di tutti le sue capacità.

Ma veniamo al tema concreto; tramite quali mezzi il diversabile può fare in modo che gli venga riconosciuto l’effettivo diritto al lavoro sancito dalla Costituzione?

Indubbiamente il primo passo è quello di una adeguata legislazione in merito. La legge 68 del 12 marzo del 1999 ha riformato l’ambito di applicazione del collocamento obbligatorio ma non ha affatto risolto i problemi.  La prova evidente di quanto affermato sono i dati del sito gestito dall’INAIL (www.disabilitaincifre.it) che informano su quanta strada ancora ci sia da fare per il riconoscimento del pieno diritto dei diversabili al lavoro.

Il dato più significativo è quello dei diversabili occupati rispetto, invece, a quello dei “non diversabili”: 19,3% contro il 55,8%.

Quindi, nonostante il collocamento obbligatorio e mirato, oltre l’80% dei diversabili è inoccupato o disoccupato.

Quali possono essere le cause? Senza dubbio una di queste, la più importante, è la paura delle aziende, siano esse pubbliche o private, di affrontare degli ulteriori costi nel corso della vita lavorativa del diversabile. Adeguamento dei luoghi di lavoro alle specifiche esigenze, mancanza di mobilità territoriale, prolungate assenze lavorative in talune patologie sono alcuni dei fattori scatenanti queste fobie. Vincerle è una scommessa che deve vedere impegnate tutte le parti.

Trattiamo, per esempio, della mobilità territoriale; ancora oggi molte aziende ritengono che questo sia un fattore di produttività per l’impresa, dimostrandosi scarsamente attente alle dinamiche sinergiche del lavoro. Infatti la mobilità territoriale, per tutti i lavoratori, è un fattore d’insoddisfazione che può ingenerare l’insorgenza di disturbi di carattere psicosomatico talvolta gravissimi.

Le tecnologie potrebbero venire incontro a questa esigenza con il telelavoro. Ancora in Italia e, soprattutto, in Sardegna, questa risorsa è scarsamente utilizzata od addirittura sconosciuta. La legislazione, in merito, è carente e dimostra la scarsa sensibilità del mondo imprenditoriale e sindacale nel merito.

Eppure, nei paesi a tecnologia avanzata, moltissime realtà hanno adottato questa soluzione, migliorando considerevolmente il rapporto tra il soddisfacimento delle esigenze dei lavoratori e la produttività.

Che senso ha, infatti, costringere i lavoratori a muoversi di casa quando lo stesso lavoro può essere svolto in ambienti familiari?

Certo, per il diversabile è importantissimo anche il poter interagire a raffrontare le proprie esperienze con gli altri. Ma questa attività è, comunque, minima e potrebbe essere pianificata su base periodica, riducendo notevolmente la necessità di spostamenti, come invece accade attualmente.

Il denaro cosi risparmiato potrebbe essere investito nell’approntare sedi di lavoro più confortevoli per tutti, con un forte ritorno non solo d’immagine per l’azienda.

Questo, però, in un mercato del lavoro sempre più preoccupantemente competitivo al ribasso, potrebbe non bastare affatto. Quando si inizia a studiare economia politica, una delle prime cose che si studiano è il comportamento del cosiddetto “homo economicus”. Un “ipotetico” essere umano che non agisce se non in funzione del principio economico assoluto del profitto, senza nessun coinvolgimento della sfera delle emozioni. La professoressa mi diceva che, per l’appunto, era un comportamento ipotetico. Crescendo ed ampliando la mia esperienza, mi sono reso drammaticamente conto che, invece, l’homo economicus esiste davvero. Ed a questo non importa proprio niente degli esseri umani, tanto meno dei “diversabili”. Dickens, nel suo più popolare racconto (“Canto di Natale” – “A Christmas Carol”), descriveva la conversione di un homo economicus. Ma questo non avviene nella realtà. Anche perché questa entità può essere, per esempio, una società di capitali. Ed è impossibile pretendere che una società di capitali possa provare emozioni o sentimenti.

Il problema, quindi, è come fare per correggere questi comportamenti. Chiaramente non tutto può essere risolto con la trattativa. E’ necessaria una legislazione di riferimento inappuntabile, che lasci davvero poco spazio all’inventiva furbesca dei tanti homo economicus che si aggirano sul pianeta. Ma è altrettanto chiaro che, utilizzando talvolta le stesse armi di chi cerchiamo di combattere, possiamo ottenere dei discreti risultati.

Il neoliberismo considera gli esseri umani non in quanto tali ma nella loro veste di consumatori. Consumatori di beni e servizi. E’ dimostrato che campagne di boicottaggio mirate a colpire gli interessi delle multinazionali hanno, spesso, una grande efficacia, tale da far recedere le multinazionali dal proseguire negli atteggiamenti che portano al boicottaggio.

Il problema, però, è informare, creare un’opinione pubblica favorevole al boicottaggio. La soluzione più idonea ed efficace sarebbe quella di una massiccia campagna informativa fatta sui media a più ampia diffusione. Ma questo lo sanno anche le multinazionali che, giocando d’anticipo, hanno acquisito tutti i media.

Rimangono ancora liberi da condizionamenti, e chissà ancora per quanto, alcuni canali alternativi, come Internet. Davvero una goccia in un oceano. Ma esiste, anche, il radicamento territoriale. Portare informazione tramite le persone. Un lavoro non semplice che potrebbe vedere coinvolti, anche, i diversabili.

Assistenza e non assistenzialismo.

Si sono analizzate, sinora, alcune tematiche riguardanti il mondo del lavoro dei diversabili, fornendo alcuni spunti di riflessione riguardanti, più strettamente, coloro che possono e vogliono essere occupati. Questo, tuttavia, richiede un enorme investimento, non sono d’impegno, sin dai primissimi momenti in cui si manifesta la diversabilità. Il nodo cruciale è, quindi, l’assistenza alle famiglie. Attualmente esistono in Italia, almeno teoricamente, due tipi di sostegno; uno di carattere prettamente economico, l’altro di natura solidaristica. Questi due tipi di sostegno, regolati dalla Legge 104/92 e dalle leggi finanziarie, dovrebbero fornire aiuti adeguati e sostegno. Purtroppo, spesso, accade che le farraginosità burocratiche impediscano, a chi ha veramente bisogno di tali sostegni, di usufruirne. A questo si aggiunge un’ulteriore beffa; chi è titolare di diritti, troppo spesso, non sa di esserne titolare e, perciò, non fa nessun tipo di richiesta. Insomma, il quadro è abbastanza desolante. Anche perché la normativa assegna le competenze a diversi istituti pubblici che il più delle volte non dialogano tra loro. Occorrerebbe, sull’esempio di quanto creato per le imprese, uno sportello unico a cui potersi rivolgere e che esplichi in tempi rapidi le proprie funzioni. In tutto questo caos burocratico, chi approfitta delle situazioni sguazza indisturbato, attingendo risorse che dovrebbero essere dedicate esclusivamente ai diversabili ed alle loro famiglie, spessissimo, soprattutto nel sud Italia, con la compiacenza, se non proprio l’aiuto, di politici in cerca di voti di scambio. Ed a nulla valgono i controlli che, di tanto in tanto, i ministeri decretano, visto il sempre alto numero di “falsi invalidi” che vengono scoperti.

Ma se vivessimo in una società pensata anche a misura del diversabile, probabilmente non avremmo bisogno né di controlli né di stanziare gigantesche somme di denaro per mantenere in piedi, più che altro, la macchina burocratica. Pensiamo, ad esempio, a marciapiedi e strade percorribili ed attraversabili a chi soffre di una qualsiasi forma di diversabilità. Pensiamo a centri per l’avvio al lavoro che svolgano al meglio la loro funzione. Pensiamo ad aziende che siano sensibili alle tematiche sociali e non solo al profitto. Assistenza, appunto, e non assistenzialismo.

Conclusioni

Come può definirsi civile una società che non viene incontro alle esigenze di una delle sue componenti più deboli? E cosa si può fare per invertire la tendenza? Non basta, a nostro avviso, una rivisitazione ed una razionalizzazione della normativa esistente. Il cambiamento deve iniziare dalla scuola e deve toccare dei settori cruciali quale quello dell’informazione.

Si legge sempre più spesso di amministratori pubblici che vorrebbero reintrodurre le famigerate “classi differenziali” come panacea alla mancanza di fondi per gli insegnanti di sostegno. Queste abominevoli idee condurrebbero, ben presto, ad una maggiore esclusione dei diversabili dalla società.

Si dovrebbero, invece, liberare delle risorse dalle attività improduttiva del bilancio dello Stato (il bilancio della difesa divora circa 20 miliardi di euro annuali e non porta nessun beneficio se non ai mercanti di morte ed alle multinazionali) per destinarli, almeno in parte, al finanziamento destinato agli insegnanti di sostegno. Va detto, inoltre, che dovrebbero essere tagliati i fondi alla scuola privata, che nella maggior parte dei casi non accoglie diversabili, per dare ossigeno alla scuola pubblica.

Andrebbe ripensata la legge sul collocamento obbligatorio, innalzando di nuovo le percentuali destinate alle categorie protette. Ma, altresì, dovrebbero essere riviste le cosiddette categorie protette in quanto, purtroppo, sono un pessimo mix di reali esigenze e di diritti di casta.

Andrebbero ripensati e costruiti gli spazi delle città e dei paesi, con appositi stanziamenti, per consentirne l’usufruizione a tutti. Anche quegli spazi che, attualmente, sono in mano ai privati dovrebbero, finalmente, adeguarsi. E’ impensabile, infatti, concedere la licenza di esercizio a dei professionisti (medici, avvocati, notai) che non adeguino le loro strutture alle esigenze di tutti i cittadini, nonostante (e lo sappiamo bene) le loro faraoniche parcelle.

In tutto questo il Sindacato può e deve dire la sua. Ma non solo; il Sindacato deve essere il motore propulsivo del cambiamento perché è il movimento trasversale ed intercategoriale che funge da collante per i cittadini.

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Handicap e mondo del lavoro

Una premessa nell’affrontare questo argomento è obbligatoria. I problemi legati al vivere quotidianamente le diversabilità, termine politicamente corretto e che consente di riassumere determinate situazioni, sono tali e talmente complessi che diventa pressoché impossibile essere esaustivi, soprattutto se si hanno pochi minuti a disposizione per parlare dell’argomento. Farò, quindi, un brevissimo cenno alla situazione legislativa italiana e straniera, legata ai vari sistemi del welfare, che consentirà di avere un panorama di massima per, poi, lanciare l’idea di un grande progetto che coinvolga il Sindacadu e, più in generale, le forze civili che operano sul territorio.

In passato, in Sardigna (ma anche in altre realtà), il diversabile svolgeva, anche inconsapevolmente, un ruolo importantissimo nella società arcaico-pastorale; quella di mediatore di conflitti che, altrimenti, sarebbero sfociati inevitabilmente in faide sanguinose. Per farmi capire meglio è necessario, a questo punto, fare un esempio: una persona affetta da sindrome di Down, lungi dall’essere emarginata o peggio rinchiusa, frequentava il bar del paese ed imitava gli avventori presenti nelle movenze, nei gesti od anche nel parlare. Questo aiutava le persone presenti a fare emergere anche dell’autoironia perché capivano che il “verso” del diversabile era spontaneo, sincero e non fatto per nuocere alla loro immagine. Prendevano, insomma, coscienza dei loro difetti ed imparavano che non sempre era indispensabile prendersi troppo sul serio. Nessuno, quindi, avrebbe mai rinunciato alla presenza del diversabile, compiendo, quindi, quel primo passo verso l’integrazione sociale che tutti ci aspettiamo. Il diversabile non era visto come un “corpo estraneo” ma era parte integrante del tessuto sociale, una parte fondamentale. E, come tale, otteneva il rispetto (non la pietà o peggio l’atteggiamento pietistico) delle persone, che riconoscevano a lui un ruolo fondamentale anche di educatore.

Queste capacità sono state sfruttate, recentemente, nel napoletano, dove una cooperativa impegnata nello stoccaggio differenziato dei rifiuti ha assunto, dopo un breve addestramento, sei persone affette da sindrome di Down che girano, di casa in casa, per sensibilizzare la gente sul problema della raccolta differenziata con ottimi risultati.

Questo esempio dimostra, se mai ci fossero ancora dei dubbi, che laddove i cosiddetti “normodotati” falliscono, i diversabili possono invece arrivare.

Ovviamente bisogna avere anche l’intelligenza e la cultura per capire quale aiuto un diversabile possa apportare alla società. E, d’altro canto, il diversabile deve impegnarsi per mettere a disposizione di tutti le sue capacità.

Ma veniamo al tema concreto; tramite quali mezzi il diversabile può fare in modo che gli venga riconosciuto l’effettivo diritto al lavoro sancito dalla Costituzione?

Indubbiamente il primo passo è quello di una adeguata legislazione in merito. La legge 68 del 12 marzo del 1999 ha riformato l’ambito di applicazione del collocamento obbligatorio ma non ha affatto risolto i problemi.  La prova evidente di quanto affermato sono i dati del sito gestito dall’INAIL (www.disabilitaincifre.it) che informano su quanta strada ancora ci sia da fare per il riconoscimento del pieno diritto dei diversabili al lavoro.

Il dato più significativo è quello dei diversabili occupati rispetto, invece, a quello dei “non diversabili”: 19,3% contro il 55,8%.

Quindi, nonostante il collocamento obbligatorio e mirato, oltre l’80% dei diversabili è inoccupato o disoccupato.

Quali possono essere le cause? Senza dubbio una di queste, la più importante, è la paura delle aziende, siano esse pubbliche o private, di affrontare degli ulteriori costi nel corso della vita lavorativa del diversabile. Adeguamento dei luoghi di lavoro alle specifiche esigenze, mancanza di mobilità territoriale, prolungate assenze lavorative in talune patologie sono alcuni dei fattori scatenanti queste fobie. Vincerle è una scommessa che deve vedere impegnate tutte le parti.

Trattiamo, per esempio, della mobilità territoriale; ancora oggi molte aziende ritengono che questo sia un fattore di produttività per l’impresa, dimostrandosi scarsamente attente alle dinamiche sinergiche del lavoro. Infatti la mobilità territoriale, per tutti i lavoratori, è un fattore d’insoddisfazione che può ingenerare l’insorgenza di disturbi di carattere psicosomatico talvolta gravissimi.

Le tecnologie potrebbero venire incontro a questa esigenza con il telelavoro. Ancora in Italia e, soprattutto, in Sardegna, questa risorsa è scarsamente utilizzata od addirittura sconosciuta. La legislazione, in merito, è carente e dimostra la scarsa sensibilità del mondo imprenditoriale e sindacale nel merito.

Eppure, nei paesi a tecnologia avanzata, moltissime realtà hanno adottato questa soluzione, migliorando considerevolmente il rapporto tra il soddisfacimento delle esigenze dei lavoratori e la produttività.

Che senso ha, infatti, costringere i lavoratori a muoversi di casa quando lo stesso lavoro può essere svolto in ambienti familiari?

Certo, per il diversabile è importantissimo anche il poter interagire a raffrontare le proprie esperienze con gli altri. Ma questa attività è, comunque, minima e potrebbe essere pianificata su base peridica, riducendo notevolmente la necessità di spostamenti, come invece accade attualmente.

Il denaro cosi risparmiato potrebbe essere investito nell’approntare sedi di lavoro più confortevoli per tutti, con un forte ritorno non solo d’immagine per l’azienda.

Questo, però, in un mercato del lavoro sempre più preoccupantemente competitivo al ribasso, potrebbe non bastare affatto. Quando si inizia a studiare economia politica, una delle prime cose che si studiano è il comportamento del cosiddetto “homo economicus”. Un “ipotetico” essere umano che non agisce se non in funzione del principio economico assoluto del profitto, senza nessun coinvolgimento della sfera delle emozioni. La professoressa mi diceva che, per l’appunto, era un comportamento ipotetico. Crescendo ed ampliando la mia esperienza, mi sono reso drammaticamente conto che, invece, l’homo economicus esiste davvero. Ed a questo non importa proprio niente degli esseri umani, tanto meno dei “diversabili”. Dickens, nel suo più popolare racconto, descriveva la conversione di un homo economicus. Ma questo non avviene nella realtà. Anche perché questa entità può essere, per esempio, una società di capitali. Ed è impossibile pretendere che una società di capitali possa provare emozioni o sentimenti.

Il problema, quindi, è come fare per correggere questi comportamenti. Chiaramente non tutto può essere risolto con la trattativa. E’ necessaria una legislazione di riferimento inappuntabile, che lasci davvero poco spazio all’inventiva furbesca dei tanti homo economicus che si aggirano sul pianeta. Ma è altrettanto chiaro che, utilizzando talvolta le stesse armi di chi cerchiamo di combattere, possiamo ottenere dei discreti risultati.

Il neoliberismo considera gli esseri umani non in quanto tali ma nella loro veste di consumatori. Consumatori di beni e servizi. E’ dimostrato che campagne di boicottaggio mirate a colpire gli interessi delle multinazionali hanno, spesso, una grande efficacia, tale da far recedere le multinazionali dal proseguire negli atteggiamenti che portano al boicottaggio.

Il problema, però, è informare, creare un’opinione pubblica favorevole al boicottaggio. La soluzione più idonea ed efficace sarebbe quella di una massiccia campagna informativa fatta sui media a più ampia diffusione. Ma questo lo sanno anche le multinazionali che, giocando d’anticipo, hanno acquisito tutti i media.

Rimangono ancora liberi da condizionamenti, e chissà ancora per quanto, alcuni canali alternativi, come Internet. Davvero una goccia in un oceano. Ma esiste, anche, il radicamento territoriale. Portare informazione tramite le persone. Un lavoro non semplice che potrebbe vedere coinvolti, anche, i diversabili.

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