Posted on 18 marzo 2011.
Posted in Tzentru Curturale "Nino Gramsci" - Ufficio Studi "Nino Gramsci"Commenti disabilitati
Posted on 20 gennaio 2011.
Quadernos
de sos tribagliadores …
a cura dell’Ufficio Studi “Nino Gramsci”
Su tribagliu
Cunsidèru politigu de su CCDP
(Centro di cultura e documentazione popolare)
Il lavoro
ottobre. 2004
Su Sindacadu de sos tribagliadores de sa Natzione Sarda at nadu, da-e temporios, chi sos puntos printzipales de sos arrejonos sindacales cun sos tribagliadores intr’e sas Aziendas e in sas mesas de cuntratatzione devent esser “s’organizatzione de su trabagliu” e su “salariu”. Cale si siat arrejonu devet attoppare a-i cussos duos temas. Custa est su fundamentu de cussa chi giamant “cuncertatzione”
Pro fortza devimus, duncas, cumprender ite siat su “travagliu” in s’organizzazione capitalistica e ite siat su “salariu”. In custa manera podimus determinare una diversa calidade de “ fagher sindacadu”. (a.m.)
L’intero dibattito politico che attraversa il Paese e le forze del centro-sinistra ha al centro sempre e soltanto il Capitale, le istanze del Capitale e mai il Lavoro, le istanze del Lavoro.
In questa ottica allora il Lavoro si deve ritagliare, acconciare a Capitale.
Le differenze, le diversità, stanno unicamente di quanto Lavoro si deve contrarre, acconciare, alle istanze del Capitale.
Il Lavoro, le classi lavoratrici sono unicamente carne da cannone da sacrificare sull’altare del Capitale, sull’altare del PIL, del profitto, della produttività, dell’impresa e del mercato. E’ sempre il Lavoro, è sempre il salario e le condizioni del Lavoro che si devono modificare, contrarre e mai il profitto.
Il profitto è cioè variabile indipendente, mentre Lavoro è variabile dipendente.
Noi assumiamo invece il Lavoro come momento centrale, come variabile indipendente. Assumiamo cioè i valori, le esigenze, le istanze strategiche, storiche e contingenti del Lavoro. Leggiamo ed interpretiamo i fenomeni e quindi sviluppiamo l’analisi e formuliamo proposte prendendo come angolazione privilegiata Lavoro, in opposizione netta all’angolazione privilegiata Capitale che viene presa da tutte le forze politiche italiane, con gradi diversi.
La differenza tra le forze di destra e di centro da una parte e di sinistra dall’altra passa unicamente, esclusivamente per la differenza di chi rispettivamente assume come centralità Capitale e chi assume come centralità Lavoro, e quindi i valori, le esigenze, le istanze del Capitale o del Lavoro.
Destra – Sinistra, Riforme e controriforme, rivoluzionario, progressista, democratico da una parte e reazionario, conservatore, moderato è definito da quale asse viene preso come valore fondante se Capitale, nel primo caso, o Lavoro nell’altro.
E’ cioè Lavoro la discriminante: da una parte Lavoro e dall’altra Capitale; da una parte modernità, progresso,democrazia, innovazione, riforma, sinistra e dall’altra ancien regime, controriforma, reazione, destra.
Si tende invece ad una massificazione di valori e giudizi, ove esiste solo Capitale e così destra – sinistra viene stabilito sulla base di chi sostiene di più e meglio Capitale. In tale massificazione tutto è riforma, tutto è innovazione ed i peggiori valori, i peggiori miti assumono valori e connotati fondanti. E’ questo un evidente processo ideologico.
Si tratta di introdurre le reali distinzioni, le distinzioni e differenziazioni oggettive che la realtà esprime. Si tratta, cioè, di ritornare ad una lettura scientifica, reale, della realtà e quindi dei processi contraddittori reali che l’attraversano: Capitale e Lavoro; e quindi alle due diverse ed opposte angolazioni di letture; ai due diversi ed opposti interessi.
Essi possono trovare un momento di sintesi e di ricomposizione nella dialettica politica e sociale, e questo determina vivacità, ricchezza della Democrazia, ma solo se si ristabiliscono le differenze sostanziali. Se invece si attua una massificazione sono gli stessi àmbiti della diversità che vengono contratti, coartati e quindi la stessa dialettica sociale e politica viene linearizzata, appiattita e quindi la stessa Democrazia viene coartata, mortificata e le stesse istituzioni e leggi fondamentali tendono allora a modificarsi, a plasmarsi, su questa mortificazione, questa coartazione, linearizzazione.
Il clima culturale stesso viene gravemente avvizzito e questo non può che produrre conformismo, allineamenti più o meno innaturali, basso livello ed il prevalere, poi, di mezze tacche, che nella notte della ragione diventano “ i giganti”. E’ indubbiamente il loro momento, ma è anche giunto il momento di porre fine al loro momento e di consentire alle libere forze sociali, politiche, culturali, economiche di liberamente esprimersi. E questo è possibile unicamente riportando la lettura dei processi reali alla realtà oggettiva lasciando che le contraddizioni in essa insite si esprimano liberamente ed appieno.
Noi assumiamo Lavoro come centralità.
Gli anni Ottanta-Novanta hanno visto una reale ubriacatura: le forze operaie, i quadri operai hanno veramente creduto alla fine della classe operaia, il lavoro immateriale, alla lotta di classe, hanno finito così, in varie forme e gradazioni e livelli, per assumere come parametri le istanze del capitale: “ l’impresa Italia”, l’ “ efficienza”, ecc. ecc.
Il processo ha riguardato tutti: chi più, chi meno, ma è veramente difficile stare a soppesare chi il più e chi il meno. Anche chi vi si è opposto è stato attraversato da simile ubriacatura, sia pure nella forma del “ ripensamento”, del ….
E’ stato un processo generale, che ha investito per intero la società.
Le forze operaie sono state travolte da una possente offensiva ideologica e culturale e non hanno retto. Le cause vanno di certo studiate.
Hanno creduto veramente che l’abbattimento del PCI e della cultura democratica e scientifica, in nome del “ pensiero debole” di Vattimo, in nome della teoria della complessità di Biagio De Giovanni, e della teoria sulla pesantezza della democrazia di Luhmann, Bobbio, avessero potuto comportare veramente un miglioramento nell’economia, uno sviluppo ed un progresso del Paese.
Si è veramente creduto che la globalizzazione e la concorrenza avrebbero potuto risolvere i problemi dell’economia ed avere così un nuovo grande sviluppo.
Si è creduto veramente che le troppe libertà sul lavoro costituivano impacci e causa del mancato progresso del Paese; che l’ ” azienda Italia” dovesse potersi muovere in maniera più libera. Si è veramente creduto che liberando il Paese dall’ingombrante presenza della forza comunista, il Paese potesse svilupparsi: la teoria di sbloccare il 30% [1].
Si è, in conclusione, veramente creduto che il capitalismo potesse costituire la base dello sviluppo, del progresso economico, civile, culturale, sociale umano e che restituendo per intero a Capitale il Pianeta esso potesse garantire la Pace, la Libertà e che potessero essere restaurati la libertà del mercato, la concorrenza, ostacolati dall’ingombra presenza del campo socialista e delle forze comuniste, del proletariato in quanto classe.
Una disamina sia pure superficiale delle teorie e posizioni politiche e teoriche che sono state sostenute, a partire dalla metà degli anni Ottanta e per tutti gli anni Novanta, nelle stesse organizzazioni operaie e tra gli stessi operai conferma appieno tale totale ubriacatura.
La dura realtà ha costretto oggi a riprendersi da quella ubriacatura, le illusioni sono svanite e come sempre “ i sogni muoiono all’alba” e si è costretti a guardare alla dura e violenta realtà che ci si para oggi dinanzi.
L’unica cosa che si è ottenuta è stata di trascinare il Paese e l’Europa nel baratro della barbarie: le coscienze sono state avvelenate insieme alla Natura. Si sono spacciate teorie reazionarie ed osannate teorie e credi e superstizioni reazionari ed innalzate paure di sempre degli uomini a credi pseudo scientifici.
La coscienza materialista degli uomini è stata avvelenata da uno scientismo inetto coniugato con il più volgare misticismo e presentato il misticismo nelle veste dello scientismo inetto e reazionario.
Sul piano della teoria e della cultura è stata abolita per decreto la differenza tra materialismo ed idealismo e tutto ridotto ad un insulso laicismo, ad una sterile contrapposizione chierici-laici, di feudale memoria; è stata abolita la differenza tra reazione e rivoluzione, riforma e controriforma, sempre per decreto è stata soppressa la parola “comunista” e sostituito con “radicale”: abbiamo così la “sinistra moderata” – che significa?-, “sinistra riformista”, e “sinistra radicale” – anche qui: che significa?.
E’ veramente il sonno, e profondo, della Ragione, è stata veramente “la notte della Ragione”.
Lentamente, passati i fumi dell’ubriacatura negli anni 1998-2002 si apre un processo di ripensamento critico, che attraversa le forze più sensibili della sinistra italiana e che procede a passo sostenuto.
Dubbi sulle scelte del 1989 iniziano a porsi e ad attraversare le stesse forze di sinistra: sinistra Ds, PRC, Pdci,, una più profonda riflessione attraversa la Cgil di cui il Convegno di Sasso Marconi dell’aprile 2004.
Sono ancora segnali timidi, confusi, contraddittori.
Ma lo sviluppo della lotta di classe, l’incedere poderoso della crisi capitalistica, della violenta opposizione delle moderne forze produttive ai rapporti di produzione capitalistici, che si esprimono in maniera diretta attraverso la forma della crisi economica di sovrapproduzione, provvederanno a fare chiarezza ed a spingere ad un approfondimento più severo ed a liquidare teorie, idee, uomini e forze che per l’innanzi di quelle teorie ne erano stati espressione e portatori di valori ed istanze.
In questa fase di sviluppo della lotta di classe noi come Istituto dobbiamo assumere le istanze del Lavoro, in maniera netta, totale, assoluta; ed in questo, essere momento di riflessione e stimolo alla crescita di quelle tendenze, di quell’approfondimento critico e quindi del processo di liberazione da queste e riapprodo sulle sponde del Lavoro. Ma questo diviene impossibile se non assumiamo in maniera ferma e totale la teoria scientifica del Lavoro, che ha trovato e trova la sua espressione teorica scientifica massima nel Marxismo e nel Leninismo.
Alla luce dei più recenti sviluppi della crisi capitalistica e della società capitalistica hanno trovato totale conferma le analisi e le leggi scientifiche scoperte da Marx, Engels e Lenin.
La teoria marxista si conferma , così, appieno quale teoria scientifica del Lavoro e quindi teoria critica del Capitale.
Lo sviluppo delle contraddizioni del sistema capitalistico procede a ritmi intensi e questo determina la complessità della lotta politica a partire dalla più piccola e marginale realtà locale: di fabbrica, di quartiere, di studio.
Non è più possibile dare risposte locali, parziali.
Non è più possibile vivere sulle risposte di corto respiro.
O si ha una visione complessiva dei processi mondiali e dei suoi sviluppi tendenziali o si è spazzati via.
E questo è possibile unicamente assumendo il marxismo quale teoria scientifica.
Come Istituto in tutti questi lunghi dodici anni abbiamo proceduto ad un approfondimento teorico, ponendo a base lo studio degli sviluppi scientifici e tecnologici e le modifiche che essi hanno determinato e questo ci consente di comprendere meglio i processi in atto. Ma dobbiamo al tempo stesso studiare in maniera organica la scienza del marxismo ed attrarvi i quadri operai e comunisti, altrimenti noi stessi saremo spazzati via, perché non in grado né di comprendere gli sviluppi tendenziali né di guidarli.
Qual è il centro dell’intera situazione internazionale e nazionale? Qual è l’elemento fondamentale, il centro, che scatena l’intera crisi capitalistica? Qual è il centro attorno cui ruotano tutte le scelte politiche degli Stati, dei partiti, delle imprese capitalistiche?
Il centro è il LAVORO.
Gli sviluppi scientifici e tecnologici degli anni Ottanta-Novanta hanno determinato forti contrazioni nella produzione del profitto. La base materiale su cui si regge il sistema di produzione capitalistico, ossia l’appropriazione di lavoro non pagato, e meglio di ore di lavoro non pagato, plusvalore, si è decisamente contratto.
L’altra fonte di profitto quella dell’ulteriore innovazione tecnica della produzione[2] diviene sempre più impraticabile per la massa sconfinata di capitali che ogni pur lieve innovazione richiede per essere applicata ai processi produttivi, di qui la stagnazione stessa della ricerca e dell’innovazione che si riduce a puri aspetti di forma o estensioni quantitative di una innovazione in precedenza introdotta[3].
V. I. Lenin nei suoi scritti economici ha ben studiato le influenze del progresso tecnico nel processo della riproduzione semplice ed allargata, apportando un importante e decisivo contributo teorico allo schema della riproduzione semplice ed allargata del 2° volume del Capitale e che costituisce base fondamentale per la comprensione del processo produttivo nell’epoca dell’Imperialismo.
Le più recenti innovazioni scientifiche e tecnologiche degli anni Settanta-Novanta hanno confermato in pieno l’analisi di Lenin.
Karl Marx e Friedrich Engels avevano già indicato le fasi di sviluppo della crisi capitalistica: prima la guerra dei mercati, poi la guerra per l’innovazione ed infine la guerra ai salari.
La fase attuale è, appunto, la guerra ai salari.
Si tende così a surrogare la contrazione del profitto determinata dall’esaurirsi delle fonti “naturali”, delle basi “naturali” su cui poggia il modo di produzione capitalistico con la guerra al salario, la guerra al proletariato; l’assalto alle condizioni di vita e di lavoro del proletariato: peggioramento delle condizioni fisiche, dell’adulterazione alimentare – Marx ha ben mostrato l’importanza dell’adulterazione alimentare nella produzione della massa complessiva del profitto –, della salute, della sicurezza sul lavoro, ecc.
L’aggressione violenta, militare, alla Natura, come abbiamo indicato nella “Lettere dell’Istituto” sugli Organismi Geneticamente Modificati, OGM, altro non è che l’appropriazione violenta di valori della Natura, che vengono incorporati nel valore, e quindi nel prezzo della merce, ma che al capitalista non sono costati nulla e quindi l’aggressione violenta, militare, alla Natura costituisce un profitto netto, un sovrapprofitto: e meglio un extraprofitto, depredato alla Natura.
Il sistema di produzione si trova, così, bloccato nel suo processo di produzione, è, cioè, bloccato il processo di valorizzazione del capitale, ossia il processo di estorsione del profitto.
Nella furia tecnologica, nella furia dell’innovazione tecnologica, ha introdotto profonde modifiche nel processo di produzione capitalistico, determinando modifiche profonde nella stessa natura della crisi, inchiodandolo ad una crisi generale di sistema senza vie d’uscita. L’innovazione tecnologica ha riguardato l’applicazione della Genetica all’Agricoltura, determinando la modifica del rapporto tra i due settori e la modifica della velocità tra i due cicli, che costituiva camera di compensazione nell’evoluzione e nello scoppio della crisi capitalistica stessa.
Il sistema di produzione capitalistico si trova così bloccato nel suo punto vitale: il processo della riproduzione semplice ed allargata. Esso tende di sottrarsi, o quantomeno di allentare tale pressione, attraverso lo sfruttamento bestiale della manodopera e della Natura, sia attraverso le condizioni ben note di lavoro nei paesi coloniali, attraverso un brutale e violento processo di penetrazione capitalistica in questi paesi, distruggendo le basi economiche di questi – di qui la forte corrente migratoria – e sia l’installazione di condizioni di servaggio in cui il lavoro viene svolto negli stessi paesi capitalistici.
La condizione del lavoro in Italia avviene oggi in condizione di servaggio, la legislazione vigente delinea un rapporto di asservimento, che per ampi tratti prefigura l’asservimento feudale, e meglio l’asservimento del servo della gleba al contado: le agenzie di lavoro, tipi di contratto, delineano condizioni di asservimento feudale del lavoro al capitale, come abbiamo analizzato nella Conferenza di Potenza.
E così il capitale che era partito per liberare il lavoro dalle condizioni del servaggio feudale, chiude la sua parola ripristinando, e peggiorando, proprio ed esattamente quanto nei suoi proclami rivoluzionari diceva di voler liberare, ed ha liberato per un lungo tempo.
E così il capitale che era partito sul piano teorico per liberare il lavoro dalle condizioni della bottega, per liberare il lavoro dal rapporto personale chiude la sua parola ripristinando in teoria, e nella pratica, proprio ed esattamente quel rapporto, le gilde, come attesta ampiamente l’elaborazione che va sotto il nome di “ neocorporativismo”, esponenti in Italia, per esempio, sono Treu, Salvati, ecc[4].
E questo è dato esattamente dal pacchetto Treu, di cui la legge 30 ne è unicamente tranquillo corollario.
Oramai sono queste le condizioni in cui il capitale può esistere, ossia estorcere pluslavoro e plusvalore e consequenzialmente spinge per disegnare livelli ed assetti istituzionali funzionali e consequenziali a tali condizioni.
Il colpo di Stato parlamentare in atto, circa la revisione costituzionale, è la risultante di questo ben più profondo processo di incatenamento del lavoro al capitale, non diversamente dallo svuotamento dei partiti e della democrazia interna ai partiti: la prassi americana del leader maximo, delle primarie, ossia la riperpetuazione della teoria del “decisionismo” e teorie reazionarie, antidemocratiche simili.
Il capitale, cioè, può estorcere plusvalore soltanto, unicamente, ponendo l’intera società in condizioni di servaggio non solo la fabbrica, perché come ha indicato Antonio Gramsci, Americanismo e Fordismo, sono le condizioni tecniche che si determinano nella fabbrica, ossia le condizioni in cui i capitale asserve il lavoro, che richiedono nel tempo modifiche in tutta la società civile, istituzionale, politica, culturale, militare.
Aveva, cioè, ragione Cofferati quanto ha sostenuto che se non c’è democrazia e libertà in fabbrica non vi è libertà e democrazia nella società.
Il sistema capitalistico, bloccato nel suo processo di riproduzione, cerca di sottrarsi o allentare la situazione in cui versa.
Non solo attraverso il servaggio del lavoro, ma anche attuando un massacro della piccola e media borghesia, attuando autentiche rapine, rastrellando tramite atti illegali e violenti capitali, ed imporre così al processo di concentrazione monopolistica violente impennate ed accelerazioni; finendo per ridurre a simulacro il mercato, la libertà d’impresa, la concorrenza: ed in verità più procede in tale direzione e più si innalzano verso il cielo gli inni ed osanna a mercato, libertà d’impresa, concorrenza, ecc.
Le condizioni reali del processo di concentrazione monopolistico attuali danno il 75% della produzione e della ricchezza mondiale in mano a 10mila grandi famiglie ed in Italia l’80% in mano a non più di 900famiglie [5]. Le grandi holdings attuano, cioè, un processo violento ed illegale di concentrazione monopolistico: forte innalzamento del costo del petrolio, controllo violento militare e fisico delle fonti delle materie prime e della produzione delle materie ausiliarie, illegali speculazioni in borse, con innalzamento fittizio di titoli azionari e poi precipitazione degli stessi al fine di rastrellare tramite tali speculazioni capitali e gettare sul lastrico la piccola e media borghesia. I casi Enron, Parmalat, Cirio, Wordcom, ecc. costituiscono un’espressione complessa di questo processo: rientrano entro il progetto di rastrellare in maniera illegale capitali, ma rientrano anche nella problematica che le grandi holdings nel periodo 1985-1995 hanno esageratamente dilatato le sfere di intervento, rispetto al loro “core business”, per cui nella fase di crisi tale allontanamento comporta sprechi di qui la necessità di tagliare per concentrare interventi ed investimenti di più attorno al “core business”: costituisce cioè una difesa, un arroccamento delle holdings in lotta feroce tra di loro e questo costituisce la bunkerizzazione della holding, forme per mettere al riparo da scalate pezzi, o rami, della holding e per avere capitali per dare scalate.
Il tutto ovviamente, nella sostanza, si riduce ad una autentica rapina non diversamente da quanto accaduto ai bond argentini con implicazioni dirette della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, che tramite loro delibere hanno consentito, coperto e legittimato la grande truffa dei bond argentini in cui sono pesantemente incappati investitori italiani, tra l’altro.
Ciascuna holding conduce, cioè, una feroce e sanguinaria lotta contro tutte le altre e contro tutti i capitalisti nella lotta per la sopravvivenza. Ciascuna cerca di accaparrarsi la maggior fetta di profitto mondiale prodotta e poter riservare ciascuna a se stessa migliori condizioni per la riproduzione semplice o allargata, ma avendo come orizzonte non più il profitto massimo, ma il profitto medio.
Dopo la 2° guerra mondiale, come è stato giustamente messo in evidenza, il sistema capitalistico va incontro ad un blocco serio del processo di autovalorizzazione per cui esso persegue il profitto medio e non più il profitto massimo, il profitto massimo costituisce il limite a cui tende, ma è il profitto medio che realmente persegue.
E le condizioni in cui avviene il processo consentono poi a fine anno sempre il profitto medio e mai il profitto massimo.Unitamente a tale guerra all’interno delle holding e di queste contro la piccola e media borghesia – che per l’alto livello di concentrazione del capitale monopolistico non costituiscono più alcun momento autonomo del processo produttivo ma sono dependance del capitale monopolistico, come si ricava dai dati del processo di concentrazione monopolistico – e la stessa grande borghesia, viene condotta una feroce spartizione militare e fisica del territorio in grado di garantire così fette di mercato ed escludere tutte le altre. Il controllo delle materie prime, il controllo dei centri di produzione delle materie ausiliarie, il controllo fisico del mercato di sbocco per le proprie produzioni, il controllo dei principali servizi, il controllo fisico di aree strategiche di produzione e traffico di materie prime e materie ausiliari hanno lo scopo di assicurare margini di sovrapprofitti.
Nelle condizioni reali del processo di concentrazione monopolistico la piccola e media produzione non costituiscono più, ed in alcun modo, momento autonomo del processo produttivo, ma costituiscono dependance del capitale monopolistico: in molti casi sono solo prestanome di tali holdings, in tutti gli altri casi essi sono dipendenti dalla banche, che sono controllate dalle holdings, dalle holding per materie prime ed ausiliarie e servizi per cui sono le holdings che determinano quantità, qualità e saggi di profitto per questa piccola e media borghesia. In queste condizioni libertà di mercato, concorrenza, ecc. ecc. si rivelano solo effimere chimere, ideologia.
Queste sono le condizioni esclusive per attuare l’asservimento esclusive per attuare l’asservimento sul lavoro, sulle condizioni del lavoro al fine di poter accaparrare ciascuna holding per se stessa l’intera massa, o quanto meno la maggiore massa del profitto mondiale che viene prodotto.
La rivolta delle moderne forze produttive.
Le condizioni di servaggio del lavoro costituiscono l’evoluzione di quel processo, avviatosi a partire dal XV-XVI secolo, di sussunzione del lavoro al capitale, che ha comportato la riduzione di tutte le precedenti forme del lavoro all’unica forma funzionale, utile, al modo di produzione capitalistico, al capitale: ossia la riduzione di tutte le forme del lavoro al lavoro subordinato salariato. Il lavoro salariale è l’unica forma che consente al modo di produzione capitalistico di essere.
La condizione salariale del lavoro è l’unica forma che consente al modi di produzione capitalistico di estorcere pluslavoro; ossia solo se la condizione in cui versa il lavoro è quella salariale è possibile l’appropriazione di lavoro non pagato; ossia solo se la condizione in cui versa il lavoro è quella salariale si può avere l’esistenza del modo di produzione capitalistico. Il lavoro salariale è la forma che il lavoro è costretto ad assumere nel modo, e dal modo, di produzione capitalistico.
Consente il comando assoluto del capitale sul lavoro, consente di ampliare ed estendere a dismisura il lavoro appropriato, estendere la massa di lavoro non pagato sia nella forma del plusvalore assoluto, aumento delle ore di lavoro, che nella forma del plusvalore relativo, attraverso l’introduzione di innovazioni che abbassano i tempi di produzione della merce e quindi contraggono il tempo di lavoro occorrente per pagare il salario giornaliero dell’operaio – 5 ore invece di 6ore, di modo che il pluslavoro è di 3ore invece di 2ore, in una giornata di lavoro di otto ore.
Lo sviluppo tecnico e scientifico ha determinato unitamente alla contrazione delle fonti del plusvalore di cui si è detto, la sottrazione del vincolo, della sottomissione del lavoro al capitale. Ogni nuova innovazione tecnica e/o scientifica, ogni nuova condizione tecnica in cui viene ad attuarsi il processo di produzione determinava, e determina, un passo avanti in tale processo di liberazione oggettiva della sottomissione del lavoro al capitale.
Si costruivano così nel tempo le condizioni per il capovolgimento del processo avviatosi tra il XV-XVI secolo: dalla sottomissione del lavoro al capitale alla liberazione del lavoro dal capitale e quindi le condizioni per il superamento del modo di produzione capitalistico, che giunto a tale fase ha compiuto per intero il suo ciclo, per cedere il passo, avendo costruito le condizioni oggettive, ad un altro modo di produzione, ad altre forme di esprimersi del lavoro; altre e nuove e più alte forme per attuare il lavoro, ossia quell’azione che l’uomo mette in atto per la riproduzione delle condizioni materiali di esistenza[6]
Si costruivano nel tempo le condizioni per il capovolgimento, ossia la liberazione del lavoro da quella forma unica, esclusiva, assoluta che era coartato a prendere ed essere, ossia la forma del lavoro salariale e con esso il superamento del modo di produzione del capitalistico, ossia del capitale in quanto rapporto sociale, come centro ed elemento fondamentale, dominante e preponderante tale da caratterizzare tale modo di produzione come modo di produzione capitalistico.
Lo sviluppo scientifico e tecnologico, ossia lo sviluppo delle moderne forze produttive, determinavano, e determinano, un innalzamento della produttività del lavoro e questo determinava, e determina, le condizioni materiali per la sottrazione della sottomissione del lavoro dal capitale, data anche dall’aumento della ricchezza sociale che viene prodotta.
Questo procedeva di pari passo, diciamo per brevità, con la contrazione delle fonti del profitto, e quindi con il ridimensionamento di tale sottomissione. Tutto, l’intero sviluppo, l’intero procedere, del modo di produzione capitalistico concorre, come si vede, da tutti i lati e per ogni lato, al superamento del modo di produzione stesso e getta le basi per un nuovo/altro modo di produzione, che porta nel suo grembo, come quello feudale aveva portato in grembo quello capitalistico. In tali condizioni per il mantenimento ormai dell’ancien règime viene richiesto l’introduzione di norme e vincoli e legacci sempre più drastici del lavoro. Ciò che prima, nel periodo di sviluppo del modo di produzione capitalistico: XV-XVIII secolo avveniva come processo spontaneo, naturale, adesso deve avvenire per costrizione, imprigionando tutte le forze vitali e con il lavoro la società civile tutta: politica, sociale, culturale, istituzionale, ecc. Ciò che prima avveniva spontaneamente, motu proprio, adesso deve avvenire per costrizione tale da consentire il lavoro appropriato, da consentire lo sfruttamento del lavoro, l’appropriazione del pluslavoro, e quindi la possibilità della realizzazione del profitto, che in tale modo di produzione è l’unica condizione per la continuazione del ciclo di produzione capitalistico, ossia della riproduzione semplice e allargata, ossia dell’autovalorizzazione del capitale.
Questo processo indagato scientificamente da Marx, Engels e Lenin ha conosciuto un forte innalzamento negli ultimi venti anni, tale da porsi in maniera oramai netta ed inequivocabile, che ne determina un inasprimento forte fino a porlo in maniera esclusiva come la contraddizione fondamentale e principale; la forma che assume è quella della contraddizione tra le moderne forze produttive ed i rapporti di produzione capitalistici.
La necessità di asservimento del lavoro, di costruire condizioni di servaggio del lavoro è la condizione unica per l’esistenza del modo di produzione capitalistico. Per la realizzazione di questo tutto viene maciullato e massacrato: dalla Natura alle stesse fazioni e frazioni della borghesia, alla lotta feroce e sanguinaria tra le stesse grandi holdings. Ciascuna di queste tende a disegnare i suoi spazi di mercato in maniera stabile, attuando un controllo fisico del territorio sul piano politico, istituzionale, culturale, militare per garantire a se stessa la sicurezza di tali spazi vitali per lo sbocco e la produzione delle sue merci. Questo determina il ridisegno degli Stati nazionali, la pesante ingerenza in ciascuno di essi, l’imposizione di propri uomini, autentici mastini, nei gangli vitali degli Stati nazionali, il superamento degli Stati nazionali ed il configurarsi di regioni transfrontaliere, ecco allora la feroce spartizione della Federazione jugoslava, l’aggressione ai Balcani, all’Albania, all’Afghanistan: aree vitali per il controllo della via di terra del petrolio: gasdotti ed oleodotti, e delle materie prime dei paesi socialisti; la guerra irachena, la sovversione in Nigeria, e vari paesi africani, ecc. ecc. ecc.
Ecco che allora il centro di tutte le scelte è determinato dalla necessità di costruire condizione per l’accaparramento del profitto nelle condizioni in cui si sono decisamente contratte le fonti naturali di esso ed occorre sopperirvi con forme surrogate, violente, illegali che distruggono la natura e riducono l’intera società civile a gabbia.
Il Lavoro per le nuove condizioni tecniche può essere condotto in forme diverse da quelle salariali; lo sviluppo ed il progresso ulteriore possono svilupparsi unicamente al di fuori delle condizioni salariali, essendo queste àmbiti troppo ristretti per il pieno dispiegamento di tutte le possibili forme che lavoro può assumere. e quindi le infinite forme di produzione della ricchezza sociale.
La produzione può essere condotta, per le nuove condizioni tecniche, non più sulla base della valorizzazione del capitale, ma sulla base delle esigenze della società e degli uomini. La produttività del lavoro si è innalzata al punto da determinare un ben diverso livello della coppia costo/beneficio, sottraendo sostanzialmente, così, la produzione dalla necessità della legge dello scambio basato sul valore, ossia del tempo di lavoro socialmente necessario, ossia sottraendo la produzione dalla necessità di produzione di merci per la produzione di beni[7]. Questi due aspetti sono stati ben individuati l’uno da D’Antona e l’altro da Biagi.
Biagi coglie appieno il superamento del lavoro subordinato, ma poi legge unicamente il problema dal lato giuridico, ossia del giuslavorismo ed attribuisce a tale angolazione un ruolo che esso non ha e non può avere, ossia di potere una legislazione determinare condizioni per la produzione; la legislazione è sempre un post e mai un ante; la legislazione ratifica una situazione ma non determina mai condizioni nuove, come la scienza dell’economia politica, la scienza della produzione, ecc. per stare nel campo della produzione. Finisce così per approdare a sponde opposte a quelle a cui l’analisi l’aveva condotto. Giunge così non al superamento delle condizioni del lavoro salariale, ma all’affermazione del rapporto di lavoro salariale subordinato di natura individuale, al contratto di lavoro individuale; ossia giunge alle conclusioni di una affermazione del rapporto che vuole mantenere il lavoro nelle condizioni subordinate, ossia il modo di produzione, di qui poi il superamento del contratto collettivo nazione del lavoro, il Sindacato, ecc. ecc., quando la sua analisi lo aveva fatto comprendere il superamento del lavoro subordinato. Biagi espressamente dichiara che il lavoro subordinato non si pone più e che l’intera giurisprudenza in merito è molto superata. Dopo l’analisi fa intervenire filtri e condizionamenti di natura esclusivamente ideologici e non più scientifici. Sostituisce parametri scientifici, ossia far scaturire l’analisi e la costruzione logica di una teoria dalla consequenziale oggettiva dei processi, che finiscono per coartare la corretta intuizione sul lavoro subordinato che se ne va. Finisce, così, per essere imbrigliato nelle forme mistificate che lavoro è costretto a prendere, ossia nelle condizioni che i rapporti di produzione capitalistici costringono il lavoro ad assumere. Non prende quelle forme, sia pure mistificate, come anticipatrici delle nuove forme, una volta liberate dal letto di locuste in cui sono costrette a muoversi e ad esprimersi dentro i rapporti di produzione capitalistici.
Non vede, così, la più importante rivoluzione che pure si dispiega dinanzi ai suoi occhi, avendo visto la fine del lavoro subordinato, la più importante rivoluzione in tutta la storia degli uomini, la rivoluzione del lavoro; non vede le nuove condizioni tecniche in cui lavoro si svolge, ossia che le innovazioni scientifiche e tecniche, rompono il continuum fordista [8], che incatenava gli uomini alla macchina, al processo produttivo, facendo degli uomini solo prolungamenti della macchina. Questo consente di scindere momenti e fasi del processo produttivo nel tempo e nello spazio, consente nelle condizioni che il modo di produzione capitalistico impone la flessibilità, ma che saltato il modo di produzione capitalistico consente la possibilità, per la prima assoluta in tutta la vita degli uomini, che non sono più i tempi del lavoro che dettano, regolano la vita degli uomini, che la vita degli uomini non si disegna più sui tempi del lavoro, ma che sono adesso i tempi del lavoro che si disegnano sui tempi della vita degli uomini; la vita degli uomini, cioè, scandisce i tempi del lavoro. Si attua così quella liberazione dal lavoro, che non è il superamento del lavoro, ma la sua liberazione dal modo di produzione capitalistico.
D’Antona coglie l’altro aspetto. E qui D’Antona è netto, esplicito, mostrando coscienza piena del factum che scopre. Scrive: “ Nelle società europee la produttività cresce e con essa la ricchezza soprattutto la quantità di beni a disposizione, ma il lavoro se ne va. Non si tratta di un fenomeno congiunturale, legato al ciclo economico… . La crescita senza occupazione non spinge verso il sottosviluppo e la povertà di massa. […] il mondo della produzione non ha più bisogno di quella dedizione totale di massa al lavoro (per circa un terzo della giornata, tutti i giorni salvi riposi, feste e ferie, dalla scuola alla pensione ) che è stato il gravoso destino … .[…]. Se la dedizione totale al lavoro non fosse più l’obbligazione ed il pegno della cittadinanza sociale, occorrerà chiarire su quali obbligazioni e pegni si deve fondare la cittadinanza sociale futura… . E richiede che l’ordine sociale sia riprogettato in funzione del dato inconfutabile che, se la produzione risparmia lavoro, { la società continua ad averne un gran bisogno: assistenza alle persone, conservazione e riproduzione dell’ambiente naturale e culturale }, maggiori quantità di tempo liberato dal lavoro totale come destino.”.[9]
In linea immediata D’Antona coglie esattamente il forte innalzamento della produttività e le potenzialità che si aprono rispetto alla ricerca scientifica in atto e quella in divenire.
In D’Antona “lavoro” è il lavoro subordinato, non riuscendo a cogliere tutte le infinite forme che il lavoro può avere, che non sia quello esclusivamente della forma salariale, ma certamente la forma di lavoro che lui sta indagando è quella salariale. Quello che D’Antona non collega è il rapporto organico, inscindibile, lavoro subordinato e profitto capitalistico, lavoro ( salariale ) subordinato e sistema di produzione capitalistico; il modo di produzione capitalistico concepisce e genera unicamente, esclusivamente, il lavoro salariato subordinato. Impone, cioè, al Lavoro la Dittatura della forma capitalista del lavoro, ossia la forma salariale. Il sistema di produzione capitalista è la DITTATURA DELLA FORMA SALARIALE DEL LAVORO. Sarà questo non collegare che impedirà a D’Antona di approdare a più feconde scoperte, agendo tale limite da pesante filtro distorcente e mistificante, che lo ricaccia costantemente nelle secche delle teorie del lavoro della società capitalistica, proprio perché cerca di ricondurre l’analisi e lo studio entro gli àmbiti di studi da cui era partito, il giuslavorismo, ma invece di intervenire pesantemente per modificare questo, modifica le conclusioni dell’indagine sulla base del giuslavorismo, finendo così prigioniero e questo lo ricaccia costantemente indietro. L’intero suo elaborato è, poi, esattamente questo uscire dai limiti capitalistici e l’esservi poi ributtato da quei limiti, da quel non vedere quel rapporto lavoro subordinato e modo di produzione capitalistico.
L’elaborato di D’Antona e Biagi vengono, poi, cementati, dopo essere stati violentemente coartati, vengono ancorati agli interessi delle classi in lotta contro la liberazione del lavoro dalla sottomissione, dalla sussunzione, al capitale. Vengono ricondotti entro tali àmbiti, entro tali interessi della classe della borghesia, dal più complessivo progetto teorico-culturale di Tiziano Treu, che ne viene a costituire archetipo, cerniera entro cui vengono costipati. L’elaborato del neocorporativismo, di cui in Italia Treu ed altri, costituisce la risposta organica della classe della borghesia alle istanze delle moderne forze produttive di liberarsi dalla subordinazione, dal processo di sussunzione al capitale[10].
D’Antona e Biagi, a livelli ed angolazioni diverse, costituiscono un primo momento nella costruzione di una lettura critica del lavoro, ancora genericamente inteso come subordinato, che sgorga dall’interno dell’intellighenzia della classe della borghesia, nelle condizioni tecniche della produzione di fine XX secolo. Interessante è sia il loro approccio al problema, che l’evoluzione ed articolazione del loro pensiero. L’ulteriore evoluzione di questi due intellettuali sarebbe stato veramente di grande interesse, di certo avrebbe apportato contributi alla stessa teoria marxista. Ma l’efferato assassinio di D’Antona e Biagi ci ha certo privato di una interessante e feconda sponda. Di certo erano avanzati di molto sul piano dell’analisi, specie considerando la fase in cui avviene il loro elaborato: ha origine verso la fine degli anni Settanta e si snoda lungo tutti gli anni Ottanta per fermarsi negli anni Novanta.
Sintetizzando.
La crisi economica presenta caratteristiche differenti da quelle note alla borghesia, ma viene trattata con gli strumenti e la teoria elaborati nel periodo 1929-1948. Essa cioè segue la linea ascensionale di ogni crisi capitalistica: essere la susseguente sempre più grave, ampia ed estesa della precedente con caratteri di maggiore e crescente devastazione, che sono esponenziali in quanto determinati dallo sviluppo scientifico e tecnico in cui di volta in volta si assesta il processo di produzione capitalistico, a cui è la crisi stessa che spinge [11]
I tratti caratteristici nuovi sono dati da due elementi:
1. lo sviluppo della GENETICA applicata alla produzione agricola, determina la contrazione dei tempi diversi del ciclo economico del settore agricolo e di quello industriale;
2. il LAVORO.
La base materiale del profitto capitalistico si è decisamente contratta e con essa la base materiale della produzione in base al valore di scambio delle merci. La massa del capitale costante, ossia la massa di capitale occorrente per macchinari, materie prime, ausiliari, ecc. è assolutamente spropositata rispetto al capitale variabile, ossia la massa di capitale occorrente per pagare i salari, e questo rende pesante, difficile la stessa riproduzione semplice.
Tutta l’azione: economica, politica, culturale, civile, istituzionale, e quindi della politica internazionale, nazionale, comunale, provinciale, regionale, di area: tutto ha per scopo, persegue l’obiettivo, di compensare, surrogare tale contrazione del profitto e di dare al capitale nuovi ed altri sbocchi , nuove ed altre sfere di intervento in grado di garantire al capitale saggi di profitto soddisfacenti, ossia in grado di dare un saggio di profitto adeguato alla massa di capitali inoperante o agente in settori a più bassi saggi di profitto. Ecco allora la penetrazione nei servizi pubblici, le privatizzazioni, il turismo, le agenzie del lavoro, fondi pensione, la cartolarizzazione, forti tensioni nel settore immobiliare: vendita di beni dello Stato, ecc.
La situazione si presenta come una enorme massa di capitali che non trova una sua allocazione e preme in ogni dove sottomettendo ogni più piccolo settore di intervento sino ad allora meno interessato al processo di penetrazione capitalistico ed alimenta così operazioni parassitarie: speculazioni di vario tipo.
V. I. Lenin ha ben analizzato come il passaggio alla fase imperialista del capitalismo sia caratterizzato da una forte divaricazione tra il capitale industriale produttivo ed il capitale parassitario; ossia la sottomissione del primo al capitale finanziario. Questa analisi di Lenin ha trovato non solo conferma per tutto il XX secolo, ma la caratteristica individuata da Lenin si è esponenziata, confermando ed aggravato il carattere parassitario dell’Imperialismo e la fase dell’Imperialismo quale capitalismo putrescente.
La contraddizione rapporti di produzione – forze produttive è giunta oramai ad un limite estremo, per cui la società e l’intera situazione può solo degenerare. La riproduzione delle condizioni di vita materiali degli uomini è bloccata dalla impossibilità del modo di riproduzione capitalistico di attuare la riproduzione semplice ed allargata. La contraddizione, cioè, tra l’aver sottomesso, sussunto, il lavoro al capitale, cioè il lavoro alle legge della valorizzazione del capitale, è giunta ad un suo limite estremo. La crisi capitalistica è solo la forma più immediata ed appariscente della rivolta delle moderne forze produttive alla costrizione entro cui il modo di produzione capitalistico le costringe ad agire e l’àmbito asfittico entro cui sono costrette a muoversi. La contraddizione si impone come fondamentale e principale.
Nella realtà più immediata ogni singola questione, tematica tende a porsi separatamente da tutte le altre, tale da sembrare ciascuna distinta, diversa da tutte le altre, ma esse hanno un unico filo rosso che le accomuna, essere tutte forme, manifestazioni della contraddizione fondamentale indicata, ma ciascuna apre nuovi fronti ed aggrava quelli esistenti. Innesca così un processo disordinato, confuso, che consente al capitale di trattarle separatamente, ma nonostante questo la situazione migliora, giacché le forze del capitale ne escono ogni volta più indebolite, più sfiancate e con minori strumenti di risoluzione e quelle del lavoro con nuovi fronti che apre e quindi più forte.
Alcuni semplici dati ci danno tutto il senso della crisi attuale:
1. il PIL [12] non si schioda dallo 0,4-2.5%;
2. l’indebitamento delle famiglie italiane, ossia l’indebitamento della busta paga, nel 2003 è pari al 25%. In Europa si viaggia sui valori del 40% mentre negli USA è all’82% ed al 67% in Inghilterra.
L’incremento delle vendite Fiat, registrato nel primo semestre del 2004 è il risultato dell’indebitamento della busta paga; oltre la metà dei 16,3miliardi di euro, erogati in prestiti a famiglie, ossia 8,15miliardi euro è stata destinata all’acquisto di auto.
La tendenza in Italia è all’aumento, è all’allineamento del 25% italiano ai valori europei, ossia al 40%. L’ ”economia forte” statunitense – come si dice – o “ la ripresa dietro l’angolo” sono appunto date dall’innalzamento di questo indebitamento. La FED negli Usa abbassa per tutto un periodo i tassi per favorire tale indebitamento, che costituisce la forma reale di vendita, che innescava a sua volta meccanismi di parassitismo finanziario, consentendo così un impiego di capitali ed un profitto non solo industriali ma anche finanziari. In questo modo si prosciugavano gli àmbiti della futura vendita, contraendosi le fonti di acquisto.
La Fiat ha quindi venduto in indebitamento, perché anche se è una sua finanziaria che provvede al prestito, essa comunque deve impegnare altri suoi capitali per proseguire il processo produttivo e per poter attuare quanto meno la riproduzione semplice. Questo può avvenire attingendo da riserve prime e poi dall’indebitamento presso banche e così il profitto viene utilizzato come riserva. In questo modo la riproduzione allargata è bloccata e la stessa riproduzione semplice avviene prima con difficoltà e poi per esposizione debitoria. Il capitale finanziario così trova nuovi settori di espansione e schiaccia lo stesso capitale industriale. Come si vede da questi elementari e semplici dati l’analisi di Lenin sul carattere putrescente e parassitario della fase dell’Imperialismo viene non solo totalmente confermata, ma vede un suo inasprimento[13].
La crisi economica schiaccia la classe operaia ed il lavoro conosce condizioni sempre più estreme di sottomissione al capitale fino alle forme del servaggio. Ma la crisi economica non investe solo la classe operaia, non ostacola solamente la riproduzione semplice ed allargata, ma schiaccia anche le altre classi della società. Incenerisce il blocco sociale su cui si regge la società capitalista, il blocco sociale del modo di produzione capitalistico, intaccando così le basi stesse di esistenza del modo di produzione capitalistico. La pesante crisi – ricordo qui l’analisi delle classi che in questi anni abbiamo sviluppato a partire dal 1993 e per tutti gli anni successivi ed a cui rimando – ha letteralmente bruciato il “ ceto medio”[14], che ha oramai tutte e due i piedi nella fossa del proletariato.
Questo strato che la borghesia monopolistica nel periodo 1970-1990 ha tenuto su tra sé ed il proletariato e che costituiva la fonte del consenso si è decisamente dissolto al punto da intaccare decisamente la stessa aristocrazia operaia. Questo fa saltare una serie di passaggi d’intermediazione e camere di compensazione e raffreddamento della tensione sociale sui luoghi di lavoro e nella società, giacché salta la mediazione ideologica che questo strato operaio e quindi un innalzamento dello scontro sociale e della conflittualità nei luoghi di lavoro. Le due classi sono in sostanza faccia a faccia sena fronzoli e strati cuscinetto.
La fase attuale, settembre 2004, vede uno sgretolamento progressivo, testimoniato da recenti posizioni che si spostano a sinistra nella forma di un ripensamento critico circa le scelte operate nell’89: articoli di Aprile-on-line, ecc. Il punto più sensibile è dato dalla base dei DS, ma lo stesso Pdci che individua come il crollo dell’Est abbia determinato contrazioni di spazi di manovra, lo stesso PRC di cui testimonianza sono le tesi presentate da Bertinotti, ove vi è un diverso riposizionamento rispetto al Novecento, l’Urss, ecc., non diversamente da tutto un movimento che tende a crescere attorno a Togliatti, Berlinguer, la storia della Cgil, ecc. I tentativi “ ideologici” di frenare lo spostamento del “ceto medio” indicati in una recente lettera dell’Istituto non hanno sortito grande effetto. La crisi dell’attuale maggioranza è indice di questa situazione. Quello che è in crisi non è tanto una maggioranza parlamentare, quanto un blocco sociale: il berlusconismo.
Nasce verso la metà degli anni Ottanta come alleanza di pezzenti, di una media borghesia indebitata fino al collo che spera nella “ conquista del potere” di far cadere nelle proprie mani beni, averi, guarentigie statali per ripianare i debiti: i “catilinari”[15], dietro cui manovravano grandi capitalisti e loro stessi si erano asserviti al progetto massonico della P2. Successivamente “i catilinari” hanno unito attorno a sé altri stati della borghesia e consistenti fasce di “ceto medio”, per fare poi il “salto” nel 1994 con un programma generale per tutta la borghesia: vedi il voto di fiducia al Senato di Agnelli e Andreotti. L’opposizione di fazioni consistenti del capitale monopolistico europeo ed italiano ne determinarono la caduta.
I “ catilinari” hanno trovato sostegno prima in Abete e poi assist in D’Amato. Il berlusconismo si è poi saldato con l’avanzata della crisi internazionale con l’asse anglo-statunitense in funzione e con ruolo anti-europeo, raccogliendo così timori ed opposizioni propri del “ceto medio” e di quelle fazioni borghesi non legati ai punti avanzati della produzione mondiale. Occorrerà prestare grande attenzione ai movimenti ed ai contraccolpi che la crisi comporterà in questo blocco ed ai movimenti e contraccolpi di questo blocco sociale, che ne conseguiranno.
Il dato che qui va fermato è:
a. inasprirsi dello scontro di classe proletariato – borghesia,
b. spostamento della piccola e media borghesia moderata, proletarizzazione.
Quadri e parte di questa base, possono essere disponibili per movimenti di natura qualunquistico-reazionari. In generale la borghesia cercherà di frenare il suo spostamento nell’area del proletariato sia con modi e forme populistico-demagogiche e sia attraverso strumento democraticistici: referendum, consumatori/risparmiatori, trasparenze bancarie, tutele dei risparmiatori – dopo averli depredati, ovviamene – ecc. e sia cercando di manovrarla contro il proletariato. In generale anche per questa frazione della piccola e media borghesia vale la lettera di Federico Engels a Turati. Il problema sarà di vedere come, modi, tempi e forme del suo evolvere verso il proletariato.
Questo bruciare lo strato cuscinetto del “ ceto medio” determina di per sé un innalzamento dello scontro di classe, giacché unitamente a questo si bruciano, si inceneriscono i mille fili del consenso sul proletariato, si aprono nuovi varchi.
L’innalzamento della lotta di classe avviene nelle condizioni più generali di ripresa del Movimento Operaio. La forma che prende è un inasprimento della lotta sindacale, di qui la centralità che viene ad avere la Cgil ed i suoi quadri, chiamati a subire il primo impatto.
Le scelte sindacali classiche non bastano più, meno quelle inerenti la concertazione. Non basta più l’aumento salariale, qualche clausola sulla sicurezza, occorre un quadro generale programmatico in grado di indicare indirizzi e priorità.
Abbiamo così:
- sul versante dei quadri sindacali un processo di riflessione e riposizionamento come attesta il Convegno di Sasso Marconi dell’aprile 2004 e tutto il dibattito che attraversa la Cgil;
- sul versante dei quadri politici un processo di riflessione e riposizionamento circa le scelte per e post 1989;
- sul versante della piccola e media borghesia una sua crisi e forti movimenti convulsi, contraddittori, disarticolati.
Il problema di un Programma che sia in grado di essere di orientamento generale di questi movimenti, dandogli un momento di unificazione diviene centrale per costituire linfa alla più generale fase di ripresa del movimento operaio e della lotta per la trasformazione.
IL PROGRAMMA
C’è un gran parlare di Programma nell’area delle forze del centro-sinistra. Tutti parlano della necessità di avere un Programma, di avere essi stessi un Programma, ma poi non vi è alcun passo concreto in questa direzione. Vi sono proposte confuse e prese di posizione contraddittorie, ma poi quello che viene detto oggi non vale per il giorno seguente e comunque tutte non hanno un centro. Nel dibattito viene utilizzato un termine improprio, se non errato, giacché quello che viene chiamato “ programma” è un insieme di punti-base per un cartello elettorale. Questo dovrebbe presupporre che ciascuna forza politica abbia un suo Programma e su alcuni punti di questo Programma cerca di costruire una unità con le altre forze, ossia di costruire un cartello elettorale, o maggioranza elettorale. Ma così non è, giacché nessuna forza ha un suo Programma, ha linee politiche, scelte e posizioni su cui orienta il proprio operare quotidiano. Il Programma nella Scienza della Politica è ben altro.
Il Programma, nel suo articolarsi in punti, delinea la società che ciascuna forza politica persegue; indica le linee strategiche e l’orientamento generale che non è di per sé conseguibile nell’arco di una tornata governativa o nel breve-medio periodo. Indica la natura di classe della forza politica, la sua base di classe e la sua base di massa, viene formulato sulla base di una teoria e di un’analisi ed orienta la strategia e la tattica. Noi utilizzeremo il termine “ Programma” in questa sua naturale accezione.
Noi assumiamo come punto centrale gli interessi strategici, le istanze e le esigenze del Lavoro in maniera assoluta e totale, in contrapposizione netta e senza equivoci di Capitale. Intendiamo, cioè, esprimere le forze del Lavoro nella loro opposizione al comando del capitale, nella loro lotta per liberarsi dalla sottomissione, dalla sussunzione, al capitale.
Poniamo il nostro Programma quale contributo al più generale dibattito e su tale base intendiamo condurre una battaglia teorica e concorrere alla formulazione del Programma del forze del centro-sinistra. Vuole costituire il contributo della lettura dei processi dal lato del Lavoro. Poniamo quindi al centro del Programma il LAVORO, ne assumiamo i valori, le tematiche, le istanze, gli interessi strategici e storici, la concezione, le coordinate. Leggiamo, cioè, tutto dall’angolazione del Lavoro, dal lato degli interessi del Lavoro.
Noi possiamo iniziare a fermare alcuni punti di un più compiuto ed articolato programma, molti altri devono essere posti al centro ed elaborati nel corso del tempo e questi stessi punti su cui ora fermiamo l’attenzione devono essere elaborati, sviluppati, oggetto di dibattiti, riunioni, convegni, confronti, ecc.: occorre, cioè, il concorso dell’intelligenza collettiva della classe per poter essere compiutamente espresso.
Possiamo iniziare a fermare questi cinque punti:
1. Lavoro,
2. Democrazia,
3. Ecologia,
4. Ricerca – Università- Riforma degli Studi,
5. Mezzogiorno.
1. LAVORO
Premessa
La condizione del lavoro in Italia è in una condizione di servaggio. Le legislazioni avutesi a partire dai primi anni Novanta hanno aggravato le condizioni di lavoro. Vi è stato un innalzamento del peggioramento delle condizioni di vita sui luoghi di lavoro in termini di sicurezza, di diritti, di salario. In termini di sicurezza gli incidenti sul lavoro hanno falciato decine di migliaia di vite operaie e centinaia di miglia sono rimasti feriti, di questi una percentuale alta è rimasta invalida.
La disoccupazione conosce un alto indice, mascherato dalle forme fittizie di occupazione e dove l’immigrazione clandestina di lavoratori viene nella sostanza incoraggiata, perché consente da una parte di mantenere bassi i salari dei lavoratori italiani e dall’altra di sfruttare ferocemente questa forza-lavoro, costretta a subire ed accettare qualsiasi cosa proprio per lo stato di illegalità nella quale si trova. Non è un caso che le zone dove vi è maggior impiego di forza-lavoro clandestina sono le zone ove più alte sono le voci contro gli immigrati, il “ rimpatrio degli immigrati”, ossia le zone del Nord-Est ed in generale del centro-nord. La precarietà è l’elemento fondamentale che caratterizza il lavoro oggi. Questa precarietà è stata addirittura teorizzata come dato endemico e nuovo elemento ineliminabile del lavoro. La chiamano “ flessibilità”. Il salario monetario è letteralmente crollato. Il salario reale ha conosciuto un doppio attacco: dal lato dell’inflazione e dal lato della qualità delle merci.
L’adulterazione alimentare ha peggiorato la qualità delle merci e quindi si è avuto un peggioramento nella reintegrazione delle energie psico-fisiche che vengono spese nel corso del processo lavorativo e questo si è tradotto in una contrazione netta del salario reale, giacché con una massa maggiore di denaro si acquista una massa di merci: pane, carne, olio, frutta, vino, ecc. che ha non solo un valore nutrizionale inferiore, ma dannoso per la vita stessa del lavoratore e della sua famiglia. In questo modo il lavoratore, come aveva giustamente già indicato Karl Marx, viene derubato, giacché vengono intaccate le sue condizioni di poter continuare a lavorare e viene deprezzata la sua forza-lavoro.
Nel corso di questi anni è stato attuato un processo di mistificazione ideologica, che ha teso a negare che la forza-lavoro è una merce: e qui alte si sono levate le voci di sdegno contro le teorie che vogliono ridurre l’uomo a merce, perché l’uomo non è una merce e quindi la forza-lavoro non è una merce.
E’ fin troppo comodo per il capitale negare che la forza-lavoro è una merce, giacché in questo modo non vi sono più parametri per stabilire quale sia il livello salariale e tutto viene ridotto ad una “astratta” trattativa e dove il livello salariale risulta così la risultante di una mediazione di una trattazione ma senza punti di parametri di riferimento. Il livello salario viene così fatto dipendere esclusivamente dal capitale, dalle possibilità del capitale di impegnare in salari una massa di capitali. Il livello salariale è, cioè, un di più, è determinato da quanto al capitale resta dopo il profitto, la reintegrazione dei capitali investiti per la produzione. Ma, come si vede, non vi sono più parametri oggettivi, che consentono di stabilire se la forza-lavoro è ben pagata o mal pagata; i parametri oggettivi diventano i dati dell’inflazione che rilevano il potere d’acquisto reale del salario, ma non dicono se quel salario è la giusta mercede della forza-lavoro impiegata. I dati dell’inflazione sono poi totalmente falsi e l’Istat è la centrale di tali falsificazioni. Innanzitutto è stato modificato il “ paniere”, ossia la massa di beni che costituiscono la base su cui si computa l’inflazione, variando i quali si determina l’inflazione. Molti beni sono usciti e molti vengono fatti entrare ed uscire di anno in anno e già questo altera il dato finale dell’inflazione e viene scientemente alterato giacché vengono messi quei beni che incidono poco sulla spesa. Un altro elemento di autentica truffa è la percentuale che si assegna ad ogni bene sul totale della spesa, per cui a beni che hanno una bassa incidenza sulla spesa totale si assegnano un alto indice percentuale e l’inverso per quelli che hanno un’alta incidenza. Il risultato di questa “ geometria variabile” della truffa sono poi i dati circa l’inflazione.
Abbiamo, cioè, dinanzi a noi le forme reali, quotidiane della guerra al salario che è stata condotta, e viene condotta, dalla classe capitalistica sul piano ideologico, “teorico”, materiale. Viene sferrata contro la classe lavoratrice una guerra totale, una furiosa controffensiva su tutti i lati con una pesante manovra avvolgente, al fine di stritolare il salario, asservire di più il proletariato ed estorcere nelle forme più illecite ed illegali quote sempre maggiori di plusvalore.
Si tratta allora di restaurare la corretta teoria sul lavoro, la forza-lavoro e ripristinare la teoria del salario variabile indipendente, che costituisce la teoria scientifica del lavoro e liquidare quella della variabile dipendente, che ha mostrato appieno tutta la sua inconsistenza. Se si assume il salario come variabile dipendente, poiché l’altra variabile è il capitale, allora la variabile indipendente è il capitale. E questa è poi la teoria oggi in voga, dell’impresa, del mercato, della produttività, della flessibilità, ecc. ecc. L’operaio è un soggetto che vende la sua forza-lavoro, ossia la sua capacità psico-fisica di esercitare un lavoro, quale suo unico modo di vivere. Dalla vendita della sua forza-lavoro egli ricava un salario che gli consente di acquistare tutte le altre merci che consentono a lui ed alla sua famiglia di vivere, ossia di reintegrare le energie psico-fisico erogate, consumate, nel processo lavorativo.
La forza-lavoro che viene erogata è sia quella fisica che quella intellettuale. La forza-lavoro è una merce particolare che viene acquista sul mercato del lavoro ed in quanto merce ha un suo valore e come ogni merce viene acquistata e venduta al suo valore. Il valore della forza-lavoro è determinata dalla massa di beni che l’operaio deve poter acquistare per reintegrare le energie psico-fisiche consumate nel ciclo produttivo, nel corso del lavoro.
L’insieme del valore, l’insieme dei prezzi, di questa massa dei beni costituisce il livello salariale giornaliero, quindicinale, mensile che sia. Nel processo lavorativo vengono consumate masse assai differenti in qualità e quantità di forza-lavoro e quindi nel processo lavorativo ciascuna ora di lavoro delle diverse figure che intervengono nel processo lavorativo hanno un valore diverso, di qui i livelli salariali. Karl Marx nel primo capitolo del primo volume del Capitale ha bene espresso questa questione e lì rinviamo. Se assumiamo questo dato scientifico, questa lettura tranquilla di processi reali, allora ci appaiono in maniera chiara tutte le forme di attacco che sono state condotte contro il lavoro e le dimensioni ed articolazioni reali della guerra totale al salario che la classe capitalistica ha scatenato e scatenata ogni minuto, mantenendo una pesante e costante e capillare pressione su questo fronte di guerra.
L’adulterazione alimentare è allora una ulteriore contrazione del salario, giacché occorre una massa maggiore di denaro per acquistare una massa maggiore di beni tale da costituire la massa reale del valore nutrizionale in grado di reintegrare le energie psico-fisiche consumate nel processo produttivo.
L’inflazione costituisce un ulteriore furto sul salario e così l’innalzamento dei costi dei trasporti, dei servizi, della casa, ecc. ecc. Adesso occorre considerare che una merce viene prima acquistata e poi utilizzata, per quanto riguarda la forza-lavoro le cose vanno in maniera assai diversa, il capitalista prima utilizza la merce forza-lavoro e poi la paga, per cui si ha che è l’operaio che anticipa al capitalista il prezzo della sua stessa forza-lavoro.
Il processo di produzione parte quindi perché una parte del capitale occorrente viene anticipata dal capitalista, quella occorrente per macchinari, materie prime, ausiliarie, ecc., ossia il capitale costante, mentre l’altra parte quella occorrente per pagare la forza-lavoro, ossia il capitale variabile, viene anticipato dalla classe del proletariato: ciascun lavoratore infatti deve avere una massa di denaro da spendere per la prima quindicina, o settimana, o mese, e quindi anticipa quanto poi gli verrà dato con la paga. E questo si ripete all’infinito, giacché il capitalista paga il lavoro già effettuato e ad ogni fine settimana, fine quindicina, fine mese il lavoratore anticipa sempre il valore della sua forza-lavoro. Se si considera che quanto il lavoro riceve non è il valore che la sua forza-lavoro ha prodotto, ma solo quella consumata e che il valore è maggiore si ricavano tutte le fantasticherie sul capitale investito, i rischi, ecc. ecc. Ma dopo il capitalista si presentano gli altri membri della classe della borghesia: il bottegaio, il padrone di casa, i produttori di beni e servizi, ecc. tutti pronti a portare via la maggior quota possibile del salario.
Abbiamo inteso fermare alcuni assi principali, ma la necessità di uno studio attento ed organico della teoria del lavoro elaborata da Marx, Engels e Lenin da parte dei quadri operai e comunisti si pone sia pure per la più immediata comprensione dei parametri che determinano il valore della forza-lavoro, come più elementare ed immediato strumento di lettura critica dei processi, come strumento per la difesa degli interessi e le esigenze più immediati del lavoro. Si tratta di organizzare corsi teorici a vari livelli per una diffusione organica della teoria del lavoro, elaborata da Marx, Engels e Lenin e di attrarvi i quadri sindacali e di partito. Gli assi principali che abbiamo inteso fermare costituiscono premessa per l’intera proposta programmatica.
Il problema di ripristinare il meccanismo della scala mobile, ossia quel meccanismo in grado di riequilibrare il salario rispetto all’inflazione reale, deve costituire la prima forma da attuare per la difesa del potere d’acquisto del salario e come primo momento per arginare l’autentico assalto contro il lavoro, il salario, ecc. Questo di per sé non è sufficiente, se non vi un piano generale di sviluppo, una visione complessiva, ma può costituire il punto attorno al quale e dal quale partire per sviluppare una più complessiva proposta.
Il piano per il Lavoro
Abbiamo visto la natura della crisi capitalistica e come questa lasci sul terreno decine di milioni di disoccupati, di miseria, e come essa tenda ad innalzarsi essendo, nelle attuali condizioni tecniche della produzione e nelle condizioni attuali della conoscenza, inarrestabile. Occorre, allora, avere una visione generale dei problemi, e dei processi, economici del loro sviluppo e l’indirizzo da dare a questi, stabilendo indirizzi e priorità, facendo discendere da questi la politica industriale, finanziaria, monetaria, ecc.
Non possiamo rincorrere le mille situazioni che scoppiano, trovando di volta in volta soluzioni parziali, che, poi, a volte risultano contraddittorie con precedenti scelte operate nello stesso o altri settori o industrie. Diviene difficile non solo una contrattazione collettiva, ma la stessa contrattazione aziendale, e ciascuna diviene singola cosa e mille cose.
Finiamo, così, per trovarci impigliati, tirati da tutte le parti, dalle mille contraddizioni che attraversano la borghesia in eterna lotta contro tutti gli altri capitalisti, ove ciascuno guardano il suo “ solito profittarello quotidiano”, “ il particolare”, tende a tirare la coperta tutta dalla sua parte a scapito di tutti gli altri. Ciascun singolo capitalista purché raggiunga il suo “ profittarello” non tiene in alcun conto di tutte le conseguenze che questo può comportare, e comporta nel suo settore ed in tutti gli altri.
E’ il caso Parmalat, Cirio, Enron, ecc. ove hanno attuato truffe, creando disordine, confusione, non solo nel loro settore ma in tutti gli altri. Ciascun singolo azionista ha praticato la strada della bolla finanziaria, attraverso speculazioni finanziarie, senza preoccuparsi minimamente che questa prima o poi sarebbe scoppiata con gravi danni per tutti. Il principio supremo che guida ciascun singolo capitalista, ciascun singolo azionista è l’oggi, è il “carpe diem”, è il “cogli l’attimo, poi si vedrà”. E’ cioè la più totale anarchia nella produzione, come avevano bene indicato Marx, Engels e Lenin.
E’ il caso Alitalia quando nel periodo della metà degli anni Novanta ha attuato alti dividendi azionari, senza minimamente preoccuparsi di riconvertire, di approfittare di quegli altri profitti ottenuti, grazie all’assalto condotto contro il proletariato ed i popoli coloniali, e ritrovarsi adesso in una situazione di crisi e di perdita del valore capitale del loro pacchetto azionario. Ma questi sono gli ultimi e più eclatanti casi. Molti altri sono all’orizzonte dal settore siderurgico a quello dell’auto, a quello della chimica, ecc. ecc.
Regna la più totale confusione, il principio del mercato “ ognuno per sé”. Approfondendo il caso Alitalia, ma possiamo vedere anche quello di Termini Imerese e la situazione del settore auto e della siderurgia di Terni, ecc. Indubbiamente l’accordo raggiunto sarà positivo, non è compito nostro entrare nel merito, i quadri sindacali e la classe operaia del settore è ben in grado di scegliere. Ma il punto che vogliamo fermare è un altro. Abbiamo risolto gli esuberi, ecc. in una certa maniera, ma gli esuberi degli altri settori che entreranno in crisi nei prossimi mesi a venire, come lirisolviamo?
Non possiamo più procedere in questo modo, proprio perché tendono a saltare altri settori ed altre singole fabbriche. I tempi, le velocità, di queste crisi sono ravvicinate e questo già di per sé taglia i tempi di ammortamento di una soluzione, per cui ci si trova con una serie di soluzioni che ci scoppiano tra le mani. Si rischia di farci trascinare nel fallimento delle scelte delle imprese, che si scaricano poi su di noi e questo finisce per creare da una parte situazioni di sfiducia nei lavoratori, ma proietta l’immagine che la causa dei fallimenti è nostra per le scelte per le quali ci siamo battuti. E’ il gioco al massacro della classe della borghesia contro il proletariato, che si risolve così in un ulteriore aggravamento delle condizioni dei lavoratori, occupati e disoccupati, un discredito nostro ed un accreditamento della classe della borghesia.
Si tratta di ben comprendere che la crisi in atto è molteplice: riguarda la crisi del sistema capitalistico in genere, riguarda le scelte industriali attuate negli anni Novanta, governate da bolle finanziarie, speculazioni, dilatamento delle sfere di intervento delle holding e loro riposizionamento, della crisi della new economy, autentica bolla, autentica campagna ideologica. E tutto questo tende a scoppiare congiuntamente, per cui rischiamo di trovarci tra più fuochi: la crisi in sé, le scelte industriali degli anni Novanta, la riorganizzazione dei settori di quegli anni, la new economy, le nuove istanze di riorganizzazione dei settori da parte delle holdings, all’interno di quell’anarchia di cui si è detto. Così è veramente il massacro. Ancora.
Il problema Alitalia non può essere risolto al di fuori di un più generale piano per i trasporti, che non riguarda unicamente quello aereo. Si tratta di avere un progetto integrato dei trasporti: su ferro, su gomma, aereo, marittimo. Tutti insieme devono provvedere a migliorare in efficienza e sicurezza il trasporto di cose e persone.
E qui solleviamo, ma per aprire un dibattito e con valore di metodo, un problema. Ha ancora un senso il TAV, ossia il treno ad alta velocità? Che senso ha percorrere la tratta Napoli-Milano in 4 ore e mezza ad un elevato costo, quando con molto meno la si può coprire via aerea? Al tempo stesso la linea ferroviaria è totalmente sottoutilizzata per il trasporto di merci, che invece vede un sovraffollamento su gomma, mentre ha assai poca rilevanza quello via mare sui lungi tratti.
Sul piano puramente teorico per la conformazione geografica della penisola italiana, striscia di terra attraversata dalla dorsale appenninica, non ci convince affatto la possibilità di un pieno utilizzo di un treno ad alta velocità: nella tratta Napoli-Roma, circa 200Km, sono assai pochi i tratti in cui può svilupparsi l’alta velocità e così per le altre tratte fino a Milano. Il TAV ha certamente senso in Francia ampie pianure, ha certamente senso negli Stati Uniti, ma non ne ha alcuno per l’Italia.
Diviene unicamente operazione di facciata, di speculazione latifondiaria, immobiliare, di impiego di macchinari e tecnologie di cui occorre, tra l’altro, pagare royalties, ma senza alcuna utilità, ecc. ecc. E’ indubbiamente un’operazione di tipo keynesiano, ossia un sostegno alla produzione, ossia iniziativa volano, ecc. Ma la politica keynesiana era errata già quando è stata formulata ed è stata la madre di tutto un processo di corruzione e penetrazione illegale e sottomissione palese di interi apparati dello Stato e della politica al grande capitale monopolistico e sostegno ai profitti capitalistici con un innalzamento pauroso del debito pubblico. Costituiva la pezza a colori alla crisi capitalistica del 1929, che non ha risolto, che ha trovato invece risoluzione nello scatenamento della 2° guerra mondiale e neppure se già nel 1948, ecc. ecc. ecc.
Non diversamente, per prendere un altro settore, la Sanità. Occorre qui un programma generale che preveda indirizzi, priorità e dislocazione, che non possono in alcun modo dare le Regioni, che superi la 502[16] e tutta la fantasia “ manageriale”, che ha provocato solo danni e fatto retrocedere il livello della ricerca e la sperimentazione scientifiche in questo settore e la qualità del servizio. La Sanità va integrata con il settore della Chimica, della Chimico-farmaceutica, della strumentistica, della diagnostica, occorre, cioè, un piano integrato e multidisciplinare. Il livello raggiunto dallo sviluppo scientifico e tecnologico non consente più visioni parziali, ma richiede una visione integrata, che abbracci i vari settori che trasversalizza. Nasce allora da qui l’esigenza di Piano per il Lavoro.
Ci sembra, cioè, che debba essere ripresa l’idea-forza lanciata dalla Cgil e da Di Vittorio negli anni Cinquanta. Indubbiamente vi sono limiti e possono esserci stati errori, ma non bisogna dimenticare né che era la prima esperienza in tal senso in Italia e nell’intero occidente capitalistico e né che molti di quei punti del Piano per il Lavoro sono stati poi presi ed applicati: la nazionalizzazione dell’Enel, la legge stralcio di riforma agraria, ecc. ecc., fino ai piani di programmazione dei governi di centro-sinistra. L’idea, nel metodo e nella teoria, si è rivelata feconda, ciò non toglie che essa va elaborata alle attuali condizioni tecniche della produzione ed alle attuali condizioni degli uomini e che va approfondita l’esperienza, proprio perché costituisce tradizione, coscienza e memoria del movimento operaio e sindacale italiani. Il Piano per il Lavoro deve recepire i progressi della scienza e della tecnica, le nuove istanze degli uomini sviluppatesi nel corso di questi ultimi Cinquant’anni e quindi consentire che tali progressi si traducano in benefici per i lavoratori e l’intera popolazione. Assumere la centralità del lavoro e dei lavoratori quali assi portanti e discriminati dell’intera sua articolazione.
Il Piano per il Lavoro deve, inoltre, attuare una riflessione ed un riposizionamento delle Partecipazioni Statali, attuando un came back rispetto alle privatizzazione con un ripristino ed ampliamento di quanto è stato erroneamente privatizzato e ricondotti gli assi strategici dell’economia del Paese sotto la direzione dello Stato e sotto il controllo e la direzione del Parlamento. Dentro questo progetto deve dare ampio spazio ed applicazione alla Carta Costituzionale per cui assieme alla tradizionale presenza delle Partecipazione Statali occorre prevedere le forme previste dalla Carta Costituzionale, con una prevalenza di quanto la Carta Costituzionale prevede per i settori di particolare importanza strategica.
L’articolo 43 recita: “ A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.” L’articolo 45 “ La repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere le finalità. La legge provvede alla tutela ed allo sviluppo dell’artigianato.” L’articolo 46 “ Ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione,la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.”. Gli articoli citati consentono così una struttura integrata di imprese che si riferiscono alla produzione e distribuzione di servizi pubblici essenziali o fonti di energia o a situazioni di monopolio di comunità di lavoratori e comunità di utenti e l’articolo 45 prospetta la possibilità che tali comunità di lavoratori, utenti o struttura integrata abbia la forma della cooperazione, appunto sena fini di speculazione privata.
Il Piano per il Lavoro deve svilupparsi in conformità del beneficio della scienza e della tecnica a tutti i lavoratori e cittadini.
Questo significa che possiamo iniziare a fermare alcuni punti:
1. ripristino del meccanismo della contingenza, quale strumento di difesa del salario reale;
2. abbassamento dell’età pensionabile 54anni per le donne e 60 per gli uomini ed erogazione della pensione in base alle esigenze dei lavoratori. La pensione deve cioè garantire al lavoratore di poter continuare a beneficiare dei livelli di status raggiunti nell’età lavorativa e quindi deve essere introdotto un automatico meccanismo di integrazione nelle condizioni di modifiche di tali status.
3. riduzione dell’orario di lavoro: 34ore da subito, 30 ore settimanali nell’arco di 5anni con l’obiettivo tendenziale di giungere alle 24ore settimanali
4. Sanità gratuita per tutti; casa e trasporti non devono incidere per più del 20% del salario; servizi alla donna madre: aborto, consultorio, asili-nido, ecc. gratuiti; servizi agli anziani e portatori di handicap non devono ricadere sulle spalle delle famiglie, ecc.
Le condizioni tecniche della produzione, come abbiamo articolato in precedenza, consentono questo, per l’elevazione della produttività del lavoro e per le condizioni oggettive in cui le forze del lavoro richiedono di operare in opposizione alle forme che il capitale le costringere a muoversi.
Alleanza dei Saperi.
Nella elaborazione ed esecuzione della proposta di un nuovo Piano per il Lavoro debbono concorrere tutte le sensibilità, correnti di pensiero, tutte le esperienze e saperi di cui ogni luogo di lavoro è ricco e che costituisce, questo sì, il grande patrimonio e la grande ricchezza del nostro Paese. Occorre valorizzare le forze del lavoro, le intelligenze e conoscenze tecniche e scientifiche di cui ogni luogo di lavoro è ricco, unendo le conoscenze scientifiche e tecniche con la pratica inerente le conoscenze. Esse si presentano “ divise” in base ad una gerarchia, perché la forma che il capitale costringe le forze del lavoro a prendere, gli àmbiti asfittici entro cui le costringe a muoversi, è la gerarchia; ma esse costituiscono, invece, nella forma dell’organigramma l’unità dei saperi, che attuano il lavoro. Ciascuno concorre a quell’unità che è fonte unica del processo lavorativo e quindi della ricchezza sociale prodotta.
Nasce da qui la proposta di avviare un dibattito attorno all’idea di una Alleanza dei Saperi, che nasce dai luoghi di lavoro e su base elettiva, che si articola per livelli orizzontali, verticali, territoriali e che costituisce l’intelaiatura salda di elaborazione e controllo nell’esecuzione del Piano per il Lavoro, che abbia una sua autonomia ed indipendenza rispetto sia alle organizzazioni sindacali, sia a quelle politiche ed a tutte le altre strutture e livelli statali, istituzionali ed al Governo, tale da costituire essa stessa in un qualche modo controparte, in quanto esprimente l’angolazione di lettura dei processi reali dal lato del Lavoro. L’intera tematica va ben sviscerata ed elaborata, che non possiamo noi qui affrontare e risolvere, e che richiede il concorso di tutte le forze del lavoro, ossia dell’intelligenza collettiva della classe.
2. DEMOCRAZIA
C’è bisogno di Democrazia.
C’è bisogno di ampliare gli spazi di Democrazia.
C’è bisogno di una nuova qualità della Democrazia.
Non basta assolutamente ripristinare i livelli democratici pre-1984, ma occorre partire da quei livelli democratici pre-1984 per ampliarli.
La riflessione deve fermarsi sul perché a partire dal 1984 si avvia nel Paese un processo di restrizione reale degli spazi democratici. Sottovoce si parla, e si documenta, come molti provvedimenti attuati in materia erano già tutti nel Piano Gelli, ossia nel piano della P2.
Si tratta di capire il perché, cogliendo il legame intimo, inscindibile, che salda il restringimento reale e formale degli spazi democratici, e quindi attacco ai livelli di Democrazia raggiunti in Italia, e attacco alla classe operaia ed alle sue di organizzazione: Partito, Sindacato, Cooperative, Arci,, ecc. e alle loro forme; attacco alla forma del partito politico, ossia al Partito di massa a cui è stato contrapposto “ il partito leggero” o “ all’americana”, che è quello che adesso abbiamo, basato sul personalismo, il leaderismo.
Su questo occorre aprire un dibattito alto, che attraversi tutte le intelligenze e le sensibilità democratiche e progressiste del Paese. La stessa vita democratica dei Partiti, di tutti i Partiti, ha subito pesanti modifiche formali e sostanziali.
Lo sviluppo della lotta di classe aveva portato ad ampliamenti formali e sostanziali dei livelli democratici: i Consigli di Circoscrizionali, era stata finalmente applicata la norma costituzionale che istituiva le Regioni, Consigli scolastici, Consigli di Zona ecc: insomma la stagione dei Consigli. Questo alto livello non era supportabile dalla struttura esistente, intaccava ben più complessivi rapporti di potere e rapporti tra le classi, e richiedeva o un salto di qualità o un arretramento. Per poter ripristinare il comando del capitale sul lavoro, per poter riportare il comando del capitale sul lavoro entro i suoi livelli compatibili, che nel corso della lotta di classe si era andato stemperando, diluendo, che aveva subito un processo di erosione progressivo, era richiesto l’abbattimento di quella classe che ne era stata la protagonista, di quella classe che se ne era fatto dirigente e che aveva saputo unire attorno a sé, attraverso una politica delle alleanze, la schiacciante maggioranza della popolazione, e costruire una salda egemonia nel Paese, dimostrando così di essere classe egemone e dirigente, il proletariato italiano e la teoria politica che l’aveva guidato.
Si sviluppano, allora, dalla fine degli anni Settanta teorie sull’ipercarico di democrazia, di una domanda di nuova e sempre maggiore democrazia, che le strutture non erano in grado di supportar e la necessità di un alleggerimento. Sono queste le teorie di Luhman, di cui se ne facevano sostenitori in Italia Bobbio, Biagio de Giovanni, Sartori con varianti circa la teoria della complessità, ecc. Si sostiene che tale ipercarico impacciava le decisioni, da qui la necessità di alleggerire per poter decidere, che sarà poi il leit-motiv del decisionismo e delle teorie per tutti gli anni Novanta e delle stesse modifiche costituzionali in atto, e che accompagnerà tutte le modifiche alla democrazia degli anni Ottanta.
Nascono da qui le teorie liquidazioniste sul Novecento, la sua identificazione con il male, il secolo breve, ecc. proprio ed esattamente al fine di nascondere, occultare, seppellire sotto una montagna di falsità la situazione che si era venuta a creare. Momento dell’attacco e smantellamento di quei livelli democratici è stato lo svuotamento dall’interno di quei livelli attraverso un processo di corruzione diffuso, coperto ed incoraggiato al fine di poter erodere quell’esperienza e dimostrarne l’infondatezza. Il processo ha avuto pesantissimi costi finanziari ed aveva congiuntamente lo scopo di creare un clima diffuso di illiceità, e quindi uno strato amorfo, magmatico di tacito assenso e copertura, e costituiva fonte di finanziamento illecito a partiti, correnti, fazioni, clubs, consorterie e cricche varie.
Il costo in termini finanziari è stato molto alto, la borghesia ha dovuto sacrificare una parte consistente del suo profitto, con la prospettiva che, asservito il proletariato, se lo sarebbe ripreso e con gli interessi, in concorso con il capitale internazionale ed in buona parte scaricato sullo Stato con un innalzamento del debito pubblico, su cui speculava il capitale finanziario, come ben ha documento questa situazione dell’indebitamento pubblico Karl Marx in Il 18 Brumaio di Luigi Buonaparte.
I processi di Tangentopoli hanno poi avuto facile gioco, quando sull’onda dello “sdegno popolare”, in verità molto enfatizzato dai media, si è liquidato il tutto come “Prima Repubblica” in nome di una “Seconda Repubblica” in concorso con le teorie del “secolo breve”, del “ consociativismo” con il cui termine si intendeva, e si intende, liquidare non gli intrallazzi, le ruberie e le coperture anche ai più alti livelli istituzionali, ma quei livelli democratici che imponeva un alto grado di partecipazione dei lavoratori alle scelte del Paese in tutti i campi, quell’obbligo a confrontarsi, a ricercare assenso e consenso più ampio che non quelle delle parrocchie e dei cortili di casa.
Ci si dimenticava, però,che tali intrallazzi, ruberie, illeciti penali oltre che amministrativi erano portati avanti da quelle forze politiche e personaggi di maggioranza: Dc, Psi, Pri, Pli, che avevano per oltre cinquanta anni ostacolato il processo di democrazia e tentato soluzioni autoritarie o fasciste: governo Scelba, Corte di Cassazione del febbraio 1948, governo Tambroni, tentativo di colpo di Stato del 1964, che vedeva l’implicazione del Presidente della repubblica Segni, costretto a fare le valigie con l’alta motivazione repubblicana di “ malattia”, anni di stragi di Stato e di terrorismo, oltre 200 lavoratori uccisi nelle piazze in manifestazioni, migliaia di anni comminati in pene per reati politici, ecc. ecc. ecc.
Ci si dimenticava, però, delle denuncie e delle lotte che i comunisti avevano condotto per tutti gli anni Settanta-Ottanta, a parte quelli per tutti i decenni precedenti, contro tali illeciti e contro la penetrazione camorristica e mafiosa, contro gli autentici brogli elettorali, il voto di scambio, gli appalti truccati, ecc. ecc. a cui , in assai rari casi, la magistratura dava seguito, pur essendo pubbliche le denunce e le lotte dei lavoratori, ed a cui le forze comuniste hanno pagato il più alto tributo di sangue, pesanti ed illegali persecuzioni, discriminazioni, ricatti, minacce, pestaggi a parte. Sarebbe interessante uno studio ed un elenco dettagliato di tutti questi atti illegali e di quanti e di chi vi si è opposto, pagandone i costi.
La disdettazione da parte della Confindustria dell’accordo sulla contingenza costituiva l’assalto alle forze del proletariato italiano ed al movimento comunista, democratico e progressista. Era una chiamata d’ordine all’intero campo della borghesia italiana ed internazionale. Lo scontro fu molto aspro nella stessa Confindustria e nello stesso Direttivo della Confindustria, ove una parte della borghesia non capiva il senso di quell’attacco. In quella riunione, riportata dal Corriere della Sera, una parte della borghesia faceva notare che il guadagno economico che si aveva da quel taglio non compensava lo scontro sociale aperto nel Paese.
E la maggioranza pendeva per un accordo è a questo punto che alla riunione interviene Giovanni Agnelli in prima persona, non era del Direttivo della Confindustria, vi partecipa al di fuori della legalità stessa dello statuto e del regolamento di Confindustria ed in maniera netta pone il problema sul tappeto. Dichiara che in quanto Fiat egli più di tutti poteva supportare il costo dei 4 punti di contingenza, ma che la battaglia era politica, e che aveva per scopo quello di volere la testa della Cgil. Voleva una vittoria contro il movimento dei lavoratori, da ricacciare indietro. Era cioè uno scontro aperto di classe. Questo fa spostare i voti degli indecisi e si raggiunge nella votazione l’unanimità: 11 su 11.
Si tratta, si diceva, di comprendere il perché, e quindi il limite a cui era giunto il sistema capitalistico e la società civile capitalistica e la necessità di un salto di qualità. Questo significa che non basta il ripristino di quei livelli, che ci riporterebbe poi di nuovo all’attuale situazione, ma che occorre andare avanti, occorre andare oltre.
Noi quindi poniamo da un lato il ripristino integrale della Carta Costituzionale al 1° gennaio 1984. Riteniamo il 1984 spartiacque, da cui erano partiti gli attacchi ed il ridimensionamento degli spazi sostanziali e formali della democrazia, e quindi anno da cui ripartire. Si tratta, cioè, di riprendere il cammino interrotto dall’offensiva capitalistica mondiale contro i lavoratori, il socialismo, la democrazia, la pace e la libertà. Riteniamo valida a tutt’ora la tattica del lungo cammino dentro le istituzioni elaborata dal Partito Comunista dalla svolta di Salerno e per tutti gli anni Sessanta-Settanta: Togliatti-Longo-Berlinguer. Poniamo, quindi, la Carta Costituzionale come punto di non–ritorno, da cui partire, per far avanzare la via al socialismo in Italia, nelle nuove condizioni determinate dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche: dalla Carta Costituzionale al Socialismo.
“ Se ti voto, mi fai votare?”
La Fiom di Brescia ha avanzato alle forze politiche del centro-sinistra la proposta, espressa nella forma. “ Se ti voto, mi fai votare?” Voleva intendere che vi fosse una legge, che le forze politiche del centro-sinistra, si impegnassero perché vi fosse una legge, che obbligasse a sottoporre a votazione sui luoghi di lavoro le decisione ed accordi che venivano sottoscritti e che riguardavano il lavoro ed i lavoratori.
La Camera del Lavoro di Brescia, in verità, è sempre stata particolarmente sensibile al tema della Democrazia. Già in occasione dell’Assemblea del Palalido, Milano 1984, del movimento degli autoconvocati contro il taglio dei quattro punti di contingenza si era fatto portatore del “Documento sulla Democrazia”. La proposta che adesso avanza la Camera del Lavoro di Brescia pone un problema vero, pone il problema dei diritti nel luogo di lavoro del lavoratore-cittadino. E’ la questione che aveva già sollevato Di Vittorio e la Cgil già sul finire degli anni Quaranta e portava Di Vittorio e la Cgil ad avanzare la proposta di uno Statuto dei Lavoratori, ossia di uno Statuto che garantisse i diritti del cittadino-lavoratore dentro la fabbrica e quindi quale integrazione della Carta Costituzionale.
Dinanzi ai cancelli della fabbrica il lavoratore perde ogni diritto, cessa di essere cittadino per divenire forza-lavoro, merce e ritornare cittadino all’atto dello smarco del cartellino. Il cittadino-lavoratore infatti non può intervenire in alcun modo su di un accordo sindacale, una decisione aziendale di cui dissente in tutto o in parte. L’assemblea dei lavoratori non ha alcun potere di respingere o modificare quell’accordo, se le organizzazioni sindacali, o alcune di esse non intendono recepire i contenuti dell’assemblea dei lavoratori. L’Assemblea ha cioè unicamente valore consultivo/ratifica dell’accordo ma non ha alcuno di respingerlo, di annullarlo.
La sede decisionale non è l’assemblea dei Lavoratori, ma la sede decisionale è il tavolo ove è stato sottoscritto l’accordo. Le organizzazioni sindacali non hanno alcun obbligo giuridico di indire l’assemblea a ratifica dell’accordo, esso è vincolante dal momento in cui viene firmato. Succede così che una o più sigle firmano l’accordo ed esso trova applicazione, anche se dissenziente le altre ed i lavoratori iscritti a quelle che l’hanno sottoscritto, salvo poi ad indire azioni di lotta che dimostrano come quell’accordo non trova applicazione perché non vi sono i rapporti di forza, e chi l’ha firmato rappresentava solo se stesso.
Nel settore del Pubblico Impiego, che è quello più massacrato ove minori sono gli spazi di democrazia operaia, interviene oltre a quanto detto prima, il “ trucco” della Corte dei Conti: siglato l’accordo, ratificato anche dalle assemblee dei lavoratori e dal governo, la Corte dei Conti interviene ed in nome della mancanza della copertura finanziaria taglia furiosamente l’accordo, quasi sempre il Contratto Nazionale di Lavoro, riportandolo a quelle che erano sostanzialmente le posizioni iniziali delle contrapporti dei lavoratori. In questo modo viene totalmente svuotata la lotta e l’intera trattativa di qualsiasi contenuto e valore, alla fine è la Corte dei Conti che decide il contratto. E’ questa prassi consolidata.
Di peggio accade in tutte le vertenze che riguardano assetti produttivi, lo sviluppo, compartecipazioni, premi di produzione, occupazione, ecc. ove chiuso un accordo intervengono o si fanno intervenire tutta una serie di “ situazioni o “ autorità” che inficiano l’accordo, quando l’azienda non viola palesemente quanto sottoscritto, come la dichiarazione di disdettare quell’accordo che da quel momento non ha più alcun valore.
Queste situazioni agiscono da mortificazione della Democrazia, svuotano i contenuti sostanziali della Democrazia e perseguono l’obiettivo ideologico di dimostrare che “ la lotta non paga”, che “ la partecipazione dei lavoratori non ha rilevanza alcuna”. La proposta della Fiom di Brescia coglie questa complessità. Ha il merito di raccogliere la complessità della Democrazia esplosa nel 1984 e la rilancia, prospettandone una soluzione. Si tratta allora di partire da quella proposta, rilanciarla, cogliendone l’essenza ed esaltandone così il contenuto decisamente anticipatore.
L’essenza della proposta della Fiom di Brescia è la tematica della Democrazia dei Consigli ed è, poi, esattamente questo di cui è deficitaria la democrazia italiana, come avevano messo già in evidenza la Cgil e Di Vittorio. Era questo il nodo, ed è qui il punto di svolta, il salto di qualità che le scelte del capitale hanno bloccato ed hanno imposto il came back proprio per non voler giungere a questo bivio, a questo salto di qualità. Era cioè questo quel “ sovraccarico di democrazia” di Luhmann, di Bobbio, quella “ teoria della complessità” di Biagio de Giovanni. Ed è da qui che occorre ripartire, per andare oltre.
Le lotte operaie e popolari, la lotta di classe, dal 2° dopoguerra e per tutti gli anni Settanta avevano cioè portato al limite estremo il modello della democrazia rappresentativa[17], prospettando invece una Democrazia partecipativa delegata. Abbiamo già detto della lungimiranza della Cgil e di Vittorio in merito a ciò. Si tratta allora di integrare lo Statuto dei Lavoratori e la Costituzione estendendo la Democrazia ai luoghi di lavoro, ossia integrando con la Democrazia dei Consigli.
Si tratta di prevedere una struttura de Consigli verticale, orizzontale e territoriale, che abbracci ed integri il territorio ossia i Consigli di Zona, fino al livello nazionale, conferendo a tale struttura validità legislativa dei deliberati dell’assemblea Generale dei Consigli per i temi e gli àmbiti di sua competenza. La struttura dell’Alleanza dei Saperi si integra con tale Assemblea Generale dei Consigli. Si tratta di aprire tutto un dibattito che sviluppi tale problematica anche dal punto di vista della definizione formale, risolvendo la massa dei problemi che ne scaturiscono.
Quanto qui viene detto costituisce unicamente un punto da cui far partire un ragionamento, un’ossatura sostanziale di un progetto, tutto da discutere, ampliare, definire in maniera organica. Ed in questo chiamiamo tutele intelligenze, tutte le sensibilità del ricco mondo del lavoro, giacché anche qui solo l’intelligenza collettiva della classe può giungere a sintesi interessanti.
3. ECOLOGIA
Due sono i punti da iniziare a fissare di questo tema:
1. Organismi Geneticamente Modificati, O.G.M.;
2. Scienza.
Organismi geneticamente Modificati – O. G. M.
Sulla questione specifica dell’applicazione della genetica alla produzione agricola, nella tecnica degli organismi geneticamente modificati occorre ribadire quanto già detto in altri sedi di Convegno[18]. I dati scientifici sono contraddittori e comunque nessuno in grado di consentire una valutazione di merito. Sul piano teorico gli sviluppi e le ricadute sembrano interessanti e feconde. Si tratta quindi consentire la massima libertà nella ricerca, consentendo cioè una ricerca ed una sperimentazione scientifiche a tutto campo, l’unica in grado di farci intendere limiti e potenzialità di questo nuovo campo della conoscenza umana.
L’applicazione in qualunque modo, forma e grado deve essere per ora vietata proprio perché non siamo in grado di valutare le ricadute sul medio e lungo periodo – rimandiamo qui ai problemi teorici che solleviamo in “Genetica”. La sperimentazione deve avvenire “in serra”, e non “a cielo aperto” per le conseguenze di impollinazione e quindi di inquinamento atmosferico.
Ma in nessun caso, in nessuna forma e modo vi deve essere applicazione pratica, vi deve cioè essere produzione al fine del commercio, e meno che mai messa in commercio in alcun modo ed in nessuna proporzione. Vanno quindi spiantati, ed attuato il disinquinamento ambientale di tutte le produzioni OGM presenti sul territorio nazionale, risarciti i conduttori dei fondi danneggiati da tali provvedimenti a condizione che impieghino l’indennizzo totalmente nella riconversione della produzione agricola naturale. L’intera produzione esistente deve essere requisita e studiate le opportune forme di distruzione.
Scienza
In modo particolare gli ultimi quindi anni hanno visto una grave e pericolosa impennata nell’aggressione agli equilibri idrogeologici ed agli equilibrio dell’interscambio, gravi danni sono stati arrecati alla qualità dell’aria, dei mari, dei fiumi; la stessa terra è gravemente avvelenata. Unitamente a questo esiste una massa sconfinata di rifiuti di varia natura e genere non biodegradabile ed una parte, infine, non smaltibile: scorie nucleari, alcune scorie industriali. Le centinaia di guerre che insanguinano il Pianeta, che negli ultimi quindici anni hanno conosciuto un intensificazione alta unita ad una estensione dei luoghi del conflitto armato, quale risultato delle contraddizioni interimperialiste, essendo queste guerre per procura che le varie fazioni dell’Imperialismo si fanno tra di loro, queste centinai di guerre locali vedono l’impiego di armi all’uranio impoverito, armi batteriologice, ecc. – questo è quello che noi sappiamo.
In concreto.
In Italia - abbiamo il Mar Adriatico totalmente invaso da bombe all’uranio impoverito, regalo della guerra balcanica, ossia dell’aggressione imperialista ai Balcani ed in specifico all’aggressione, lacerazione e spartizione della Federazione Jugoslava;
- abbiamo la devastazione forestale della dorsale appenninica ed alpina che è causa di aumenti delle precipitazioni atmosferiche, quale conseguenza della modifica dell’equilibrio climatico e quindi frane e smottamenti. Federico Engels aveva già oltre 130anni fa messo in guardia gli italiani da questi pericoli, che si sono poi puntualmente verificati;
- abbiamo corsi dei fiumi e laghi impoveriti, inquinati , ecc.;
- abbiamo infine il problema dello smaltimento di rifiuti tossici e non biodegradabili o biodegradabili in periodi di tempo lunghissimi.
I problema è di duplice natura:
– a. il ripristino del più complessivo equilibrio ecologico, dell’equilibrio dell’ecosistema,
– b. lo smaltimento.
In entrambi i casi occorre uno sviluppo delle Scienze Naturali, che ricerchino soluzioni ai danni provocati dal sistema di produzione capitalistico. La risoluzione sul piano teorico richiede che vengano investigati nuovi processi naturali e nuove ed altre letture non perseguite sino ad ora.
Sin ad oggi la scienza degli uomini ha inteso investigare i processi naturali per conoscerne l’intima struttura e poterli così riprodurre e/o diversamente combinarli ed ottenerne nuova/altra materia. Si tratta adesso di investigare i processi naturali dal lato del come disaggregare, scomporre e quindi restituire gli elementi al grado di strutture semplici tali da consentirne il ricambio. Sono nuovi campi di conoscenza da indagare e quindi nuove ed altre leggi da comprendere. Gli studi e le applicazioni delle conoscenze per il conseguimento dei punti posti richiedono l’investimento di una massa finanziaria enorme e sul medio-lungo periodo.
Noi chiediamo che i governi assumano l’impegno per la soluzione di questi problemi inerenti la vita degli uomini. Chiediamo che nelle finanziarie i governi stanino 1€ – un euro – quale impegno formale, quale recepimento del problema; stanziamento di fondi, piani di ricerca, team per la ricerca, comitato che gestisce tali fondi sono tutti problemi a venire, conta qui l’impegno politico dei governi, che tramite stanziamento recepiscono in teoria e in pratica la problematica. Chiediamo che la proposta del 5% avanzata al Convegno di Sasso Marconi venga in parte devoluta a tale fondo
Anche qui occorre che il tema, qui assai schematicamente abbozzato, venga sviscerato in convegni, giornate di studio, che non la sola Erice, che, invece, può divenire momento di questo progetto.
MEDITERRANEO E MEZZOGIORNO
L’intera “ questione meridionale” nell’accezione più alta, che è quella di Gramsci poneva una questione che non viene risolta. Perché si ha questo smembramento della economia meridionale, che poi determina la “ questione meridionale”? E’ indubbio che l’economia meridionale subisce una torsione dalla sua vocazione naturale del bacino mediterraneo verso l’Europa centrale. Questo determina ipso facto una messa fuori dai mercati ed una caduta ipso facto della sua produttività, giacché i suoi prodotti ricevevano così un incremento dato dal costo dei trasporti e questo faceva diventare conveniente la produzione del nord e del centro –nord. A questo va aggiunto poi una politica doganale che aveva il compito non tanto di creare problemi alla produzione meridionale, quanto di attuare una redistribuzione della ricchezza, uno spostamento della ricchezza dal sud verso il nord ed il centro. Nelle condizioni date se l’Italia voleva esserci non vi era una diversa scelta, mantenere la sua propensione verso l’area mediterranea ed inglese, quale era poi il regno di Napoli voleva dire condannare il Paese ad una condizione semicoloniale. La scelta forte era costituita da una audace politica commerciale marittima, ma questo cozzava contro gli interessi inglesi nel Mediterraneo, che controllava saldamente e contro gli interessi francesi nel Mediterraneo e nel medio ed alto Tirreno. La situazione oggi si pone in maniera diversa.
Lo sviluppo scientifico e tecnologico – rimando qui a Lo sviluppo scientifico e tecnologico ed i problemi nuovi della Scienza della Politica – ha comportato un processo di concentrazione del capitale monopolistico ed un disegnarsi diverso degli àmbiti statuali con il disegnarsi delle regione transfrontaliere. Il bacino del Mediterraneo va letto come una regione trasfrontaliera, che abbraccia i paesi rivieraschi mediterranei: Marocco-Algeria-Siria-Turchia—Balcani e dentro ben al centro il Mezzogiorno d’Italia.
Sul piano economico, politico e militare la regione riveste per l’imperialismo un’importanza centrale per il controllo del petrolio e per il controllo delle grande vie di comunicazione via acqua con i domini nel Pacifico e nell’Atlantico. Da questo punto di vista la comprensione del ruolo “ nascosto” della Sardegna è dato dalla comprensione dei piani Rainbow 1-5, elaborati dal comando unificato anglostatunitense nel 1938 per la 2° guerra mondiale.
L’economia meridionale va quindi interamente ripensata secondo nuovi ed altri quadri concettuali e piani di sviluppo e quindi va ripensata la sua economia, la politica economia ed i grandi aggregati macroeconomici, in questa propensione naturale mediterranea ed in abbinata, allora, non con il centro Europa, ma con il bacino mediterraneo e con le economie mediterranee. La sua stessa civiltà e cultura va ripensata unitariamente entro la cultura e la tradizione mediterranea.
A partire dalla “ scoperta” dell’America, ossia a partire dai primi del Cinquecento, si ha una modifica dell’asse di scambio e di centralità: dal Mediterraneo all’Atlantico e questo poi determina la discesa delle nazioni e popoli e Stati mediterranei. Gli sviluppi avvenuti a partire da “ i piani Rainbow”, che ne codifica le modifiche intervenute, determinano una modifica di quanto avvenuto nei primi del Cinquecento con un riposizionamento e valenza del bacino mediterraneo. Questo determina ipso facto l’obsolescenza della “ questione meridionale” nei termini gramsciani.
Si tratta allora anche in questo campo di mettere mano ad un elaborato nuovo, fino ad ora non esplorato, perché non ne esistevano le condizioni materiali e dove il “ passato pensiero” è di assai scarsa utilità: è proprio passato pensiero. SI tratta qui di elaborare nuove linee di teoria economica, riprendendo le teorie economiche dello sviluppo, che sappiano combinare lo sviluppo delle varie zone dell’area mediterranea in un una zona “ omogenea”, che sappia considerare le diverse velocità ed elaborare un progetto di transizione di quest’area in grado di dirigere le diverse velocità. Si tratta di acquisire una concezione di questa zona transfrontaliera e dei suoi legami e nessi ed interconnessioni con le altre regioni transfrontaliere e le nuove realtà confederali statuali, che non è sola l’Europa ma anche le nuove tendenze che si profilano in America Latina e non diversamente si profilano in Asia, ma qui insistono due “ blocchi” la Cina ed il Giappone che ne costituiscono pesante macigno. Ma la via della costituzione di una regione trasfrontaliera si va profilando nel “ Pacific ring” che è un’associazione di Stati che affacciano sul Pacifico.
Saranno poi queste nuove e diverse aggregazioni di ambiti territoriali che determineranno un nuovo configurarsi dell’Onu e degli organismi planetaria, ma questo è tutt’altro, ma ragionando della nuova regione transfrontaliera occorrerà avere questo quadro problematico-concettuale. Muoiono allora qui tutti i discorsi sulla “ sardinità” e specificità “ siciliana”, “ meridionale” e non diversamente della Palestina, di Israele dell’Ira, Iraq e dell’islamismo, ecc. Essi sono solo le forme ideologiche tramite le quali gli uomini intelligono il nuovo e le forme distorte, primate, entro cui il nuovo si proietta: se si vuole sono le forme asfittiche e contorte entro cui le forze produttive sono costrette a muoversi e quindi ad essere intellette ed a manifestarsi per quella assenza di direzione delle forze produttive di cui parla Engels e che solo una società socialista mondiale può dare un indirizzo.
Noi dobbiamo assolutamente schiodare gli elementi avanzati da tali concezioni e condurre una battaglia perché acquisiscono le nuove dimensioni ed acquisiscono coscienza di questa nuova realtà che si facendo sotto i nuovi occhi. Il vecchio mondo che le società basate sulla proprietà privata dei mezzi di produzioni si scompone, si disarticola ed un altro mondo si va facendo nei modi e nelle forze che gli asfittici rapporti di produzione capitalistici consentono e quindi un nuovo ed altro rapporto tra gli uomini e le varie aree del pianeta si va delineando che non quello che le società basate sulla proprietà privata dei mezzi di produzione hanno invece dato vita.
Si tratta di comprendere che la società dei produttori non costituisce in alcun modo una continuità con tutte le precedenti società e quindi proietta e delinea nuove ed altre realtà a tutti i livelli e si tratta da parte dei marxisti, quelli cioè per intenderci che utilizzano il materialismo dialettico, ossia la scienza rivoluzionaria del proletariato, di comprendere le forme nelle quali la nuova società si fa; le forme nelle quali la nuova società si forma nel grembo della vecchia società e favorire questo processo; ossia che la nuova società si fa dentro la vecchia e non costituisce un parto di fantasia degli uomini. Questa è poi la differenza sostanziale tra il socialismo utopistico pre MarxEngels ed il marxismo rivoluzionario, che in quanto tale è scienza e lo è nel senso newtoniano più alto. Se sappiamo dare questa prospettiva alta e di vasto ed ampio respiro noi riusciamo sia a schiodare i quadri dalle secche nelle quali si sono andati a cacciare, e che per lo sviluppo delle lotte di classi e quindi delle contraddizioni interimperialistiche,che costituiscono un aspetto delle lotte di classi, si andranno sempre più a caciare in tali secche e sia a farli crescere ad un nuovo livello in grado di reggere le sfide dei tempi ed attrezzare una teoria ed una tattica per la nuova fase della transizione. Noi dobbiamo far comprendere questo ed iniziare ad organizzare un gruppo di lavoro e come Istituto essere in grado di giungere ad un Convegno.
In condizioni date, la parte centro-meridionale della penisola è in grado di svilupparsi e mantenersi. Essa controlla l’intero bacino del Mediterraneo e l’intero Adriatico e Ionio e quindi affaccia sull’intera area balcanica, consta di quattro ampie pianure tutte nella parte meridionale ed insulare: Piana del Sele, Tavoliere delle Puglie, Piana Metapontina, Piana di Lentini. Ha una struttura orografica buona e consequenzialmente una valida struttura di comunicazione fluviale, oltrechè di comunicazione interna per doppia linea: sia per quella marittima: adriatica e tirrenica e sia per interno. In queste condizioni il controllo di questa parte della penisola consente il controllo dell’intera penisola, o la spacca: nel senso che l’area nord gravita interamente sul centro Europa. Ma in tali condizioni essa non può reggere la concorrenza dei prodotti agricoli delle quattro piane. La parte centro-nord possiede unicamente Genova e Livoro/isola d’Elba, ma poi non ha più scalo lungo tutto il Mediterraneo. La parte centro-meridionale della penisola è inoltre dotata di una valida struttura di porti, oltre che di una valida struttura di isole che disegnano una salda rete nell’intero bacino del basso Mediterraneo: Napoli, Salerno, Messina, Palermo e sul versante adriatico: Taranto, Bari, ecc.
Solo se esiste una ben precisa volontà politica che determina il blocco dell’utilizzo e della valorizzazione di tale patrimonio si ha il degrado, ossia lo sviluppo della situazione attuale. Da questo punto di vista l’intero movimento comunista nazionale ed internazionale continua ad avere una visione non sufficientemente corretta, giacché il problema non è stato studiato con attenzione e si è dato per scontato quanto la storiografia ufficiale italiana ed europea ha teso ad accreditare. L’intera questione si scioglie solo se si punta il faro sulla Rivoluzione Napoletana del 1646-1648. Per questo rimandiamo a quanto scritto su “ Masaniello”, che qui integriamo.
Il punto è che l’intera area del meridione d’Italia è per sua natura protesa sul bacino del Mediterraneo, ma nel momento in cui lo Stato italiano ha per baricentro il centro e nord Europa si ha la prevalenza della pianura padana sulle altre quattro pianure, pur essendo queste superiori.
Il Meridione è venuto così ad avere un baricentro non suo e ad essere torto su un’asse ed una coordinata non suoi, di qui il suo decadimento. La politica dello Stato unitario da Cavour in poi è stata una politica dogmatica, unilaterale e superficiale: partiva da alcuni presupposti generici e validi in generale e che potevano nei suoi tratti sostanziali anche avere una validità per altri Stati nazionali, ma non certamente per l’Italia, la cui configurazione geografica richiedeva una complessità, che la borghesia italiana non è mai stata in grado di cogliere. Richiedeva cioè una politica economica a doppia variabile e quindi una politica estera e commerciale e marittima anch’esse a doppia variabile: – una che guardava giustamente verso il centro e nord Europa e sarebbe la parte della pianura padana, ossia l’Italia centro-nord comprendente appunto Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana. Ma già interviene una complessità per quanto attiene le Marche ed il suo affacciarsi sul versante balcanica; – l’altra che invece guardava il bacino del Mediterraneo sia verso i paesi rivieraschi afro-asiatici che quelli della Grecia e dei balcani.
Questo è dato dalla configurazione geografica di questo paese, che si protende sul Mediterraneo come naturale ponte tra l’Europa ed i paesi afro-asiatici; attraversa per intero il Mediterraneo e vi si distende, abbracciando sia il lato dei Balcani che quello nord afro-asiatico. Una politica inerente questo paese deve tener conto di questa complessità e deve tendere ad esaltare questo ruolo naturale di comunicazione, di snodo, di svincolo. Diversamente si ottiene soltanto una politica distorta, dogmatica, che penalizzando una parte, la penalizza tutta.
[2] I temi sono ampiamente trattati da Marx in Capitolo VI inedito, “ Le macchine”, “ Il Capitale” vol. 1,
oltre che da Engels e da Lenin.
[3] Un discorso a parte ed un’attenzione particolare sono inerenti all’Astrofisica ed alle missioni spaziali interplanetarie.
[4] Colin Crouch, Relazione Industriali, Ediesse , 1996
“ Abbiamo bisogno di un approccio .. di ‘ istituzioni guida’ .. . Si può risalire alla… passando per… fino
all’organizzazione urbana medievale delle corporazioni artigiane” ( pag. 22-23 ).
[5] Rinviamo qui a Tendenza del Capitalismo Mondiale 1980-2002
[6] Rinviamo qui sulla tematica del Lavoro, innanzitutto a F. Engels, “ L’importanza del lavoro nell’evoluzione dell’uomo dalla scimmia”, poi a K. Marx, “ Il Capitale, vol. 1, cap. 5; ed infine al corso dell’Istituto sul Lavoro, primo incontro.
[7] E’ qui centrale padroneggiare la categoria Necessità-Libertà; “ dal regno della Necessità al regno della Libertà”.
Per questo è centrale l’elaborato di Federico Engels, Antidhuring e Dialettica della Natura
[8] Rimandiamo qui, e tale rimando è centrale, a quanto scritto nella Relazione presentata al convegno di Modena:
“ Classe operaia ed rivoluzione scientifica e tecnologica”.
[9] Massimo D’Antona, “Le metamorfosi della subordinazione.”, pag. 284, in “Il libro delle Riforme, scritti 1996-1999” Editori Riuniti, 2000
[10] Colin Crouch, Relazioni Industriali, cit.
[11] Teoria della caduta tendenziale del saggio medio generale del profitto.
[12] Noi stiamo assumendo un parametro dell’economia volgare borghese, considerato indice dell’andamento economico.
Il parametro e la categoria “PIL” sono “ ideologici” e comunque non dell’economia politica marxista.
[13] Assieme agli scritti economici di Lenin, utile è anche il lavoro di N. Bucharin, Economia mondiale ed Imperialismo”
[14] Il termine “ ceto medio” è qui utilizzato nel senso indicato nella Lettere dell’Istituto n. 8.2
[15] Catilina insieme ad un gruppo di senatores ordisce una congiura al fine di potersi spartire gli averi, le prebende e le ricchezze dell’impero di Roma, affidando ai congiurati le procure delle province più ricche, ecc.
Per una disamina storica, si veda Sallustio, La Congiura di Catilina.
[16] Rinviamo qui all’elaborato dell’Istituto dei primi anni Novanta sulla legge 502.
[17] Rinviamo qui al lavoro “ Democrazia” dell’Istituto
[18] Rinviamo qui alle relazioni presentate alle Conferenze, Bioetica, Genetica, Scienza Medica, le Lettere dell’istituto in merito, il commento all’intervista della Monsanto al Sole 24ore, ecc.
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Posted on 20 gennaio 2011.
Ufficio Studi “Nino Gramsci”
Santu ‘Aini 2008
SU SARDU
Sa Limba sarda o il sardu è una lingua appartenente al gruppo neolatino (romanzo) delle lingue indoeuropee.
È parlata nell’isola della Sardegna.
Classificata come lingua romanza occidentale e considerata da molti studiosi la più conservativa delle lingue derivanti dal latino, è costituita da un insieme di dialetti; si possono individuare due varianti principali: campidanese e logudorese-nuorese.
Dal 1997 è lingua ufficiale della Sardegna, in regime di coufficialità con la lingua ufficiale dello Stato italiano.
Gruppi della lingua sarda e varianti
Il sardo propriamente detto viene comunemente distinto in due gruppi (diasistemi o varietà): il logudorese-nuorese (dialetti centro-settentrionali) e il campidanese (dialetti meridionali).
Pur accomunati da una morfologia e una sintassi fondamentalmente omogenee, le due varietà presentano rilevanti differenze di pronuncia e talvolta anche lessicali. All’interno di ciascun gruppo il sardo è comunque mutuamente comprensibile (le differenze sono fondamentalmente di tipo fonetico) e relativamente omogeneo.
Esistono inoltre numerosi dialetti che presentano delle caratteristiche appartenenti ora all’una, ora all’altra macro-varietà e risulta impossibile tracciare un confine netto tra logudorese-nuorese e campidanese.
Dialetti sardi
Un discorso a parte va fatto per le seguenti varianti còrse, in quanto spesso vengono “geograficamente” considerati dialetti sardi ma hanno caratteristiche linguistiche sintattiche, grammaticali e in buona parte lessicali di tipo còrso/toscano e quindi nettamente differenti:
il gallurese, parlato nella parte nord-orientale dell’isola (Gallura), è di fatto una variante Còrso meridionale, conosciuto dai linguisti col nome di Còrso-Gallurese e nato verosimilmente a cavallo tra il XV e il XVII secolo a seguito di notevoli flussi migratori nella regione di genti Còrse.
il sassarese, parlato a Sassari, a Porto Torres, Sorso, Stintino e nei loro dintorni, possiede caratteristiche di idioma intermedio tra il gallurese (di cui conserva la grammatica e la struttura) e il logudorese (da cui deriva parte del lessico e della fonetica), caratteristica della sua origine comunale e mercantile, oltre all’influenza dei contatti con pisani, genovesi e catalani, castigliani, sardi, corsi e italiani.
Nella città di Sassari, comunque, il sardo logudorese è abbastanza diffuso per via di un’ampia immigrazione da centri sardofoni ed è anche insegnato come lingua minoritaria in alcune scuole.
Per quanto riguarda il gallurese e il sassarese per la maggior parte degli studiosi sono invece parlate sarde solo in senso geografico, poiché sotto il profilo linguistico sono considerati il primo come una variante del gruppo còrso, e il sassarese come una varietà di transizione tra il corso e il sardo, per la notevole presenza di prestiti o persistenze lessicali e fonetici originari del logudorese.
Il dialetto algherese. Diffuso nella città di Alghero dove, assieme all’italiano, la lingua più diffusa è una variante del catalano di tipo orientale. Il Catalano orientale comprende, oltre al dialetto algherese anche le varietà linguistiche, le parlate e i dialetti delle province di Barcellona, Girona, delle Isole Baleari ecc.
Il dialetto veneto. Diffuso ad Arborea Centro del Campidano di Oristano, dove è diffuso il veneto, introdotto negli anni trenta del novecento dagli immigrati veneti venuti a colonizzare il territorio e che oggigiorno è in forte regresso, soppiantato sia dal sardo che dall’italiano.
Dialetti di tipo veneto-coloniale diffusi nella frazione algherese di Fertilia sono predominanti, accanto all’italiano standard, (in netto regresso) introdotti nell’immediato dopoguerra da gruppi di profughi istriani su un preesistente substrato ferrarese.
Dialetto tabarchino. Diffuso nell‘isola di San Pietro e parte di quella di Sant’Antioco. Dialetto arcaizzante che fa parte della grande famiglia ligure.
Dialetto Romanista. Diffuso a Isili, in via di estinzione, è il gergo di origine zingara dei ramai ambulanti locali parlato solo da un ristretto numero di individui.
Ambito di diffusione
L’area sardofona costituisce in ogni caso la più consistente minoranza linguistica in Italia. Viene tuttora parlata in quasi tutta l’isola di Sardegna da un numero di locutori variabile tra 1.200.000 e 1.300.000 unità, generalmente bilingue (sardo/italiano) in situazione di diglossia (la lingua locale è utilizzata prevalentemente nell’ambito familiare e locale mentre quella italiana viene usata nelle occasioni pubbliche e per la quasi totalità della scrittura),
Pericolo di estinzione
La lingua sarda si trova in condizione di subalternità alla lingua italiana e, nelle città più grandi, essa viene parlata poco dai giovani, i quali conoscono praticamente solo l’italiano, spesso come lingua materna e non come seconda lingua; ciò è dovuto al processo di colonizzazione culturale di cui è stata fatta oggetto la Sardegna negli ultimi 250 anni, già prima che la regione geografica italiana giungesse alla sua quasi integrale unità politica, che impose, in modo ormai non più rimandabile, la necessità di una lingua comune per l’Italia, lingua che non poté che essere la variante letteraria del dialetto fiorentino della lingua toscana, eletta al rango di lingua italiana, già a partire dal XVI secolo, per via del suo prestigio in quanto lingua di cultura.
Il sardo antico si è evoluto assimilando parole dai popoli che dominavano di volta in volta l’isola; successivamente il sardo resistette all’influsso del castigliano e del catalano, modificando unicamente parte del lessico; ma negli ultimi 250 anni, già per volontà dei Savoia (e, per loro procura, di Giovanni Battista Lorenzo Bogino), poiché volevano unire linguisticamente i territori sotto il loro dominio, la diffusione del toscano letterario ha innescato un lento processo di estinzione linguistica che potrebbe portare alla definitiva scomparsa la lingua sarda. Alcune personalità, specialmente dell’ambito indipendentista e autonomista, ritengono che questo processo possa portare alla morte dello stesso concetto di nazione sarda, diversamente da quanto avvenuto per esempio in Irlanda. Il vero processo di sostituzione della lingua sarda con la lingua italiana si è, in realtà, avuto solo dopo gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, che hanno visto la diffusione, sia sul territorio isolano che nel resto del territorio italiano, dei mezzi di comunicazione di massa. Soprattutto la televisione nazionale ha diffuso l’uso della lingua italiana e ne ha facilitato la compresione e l’utilizzo anche tra le persone che, fino a quel momento, si esprimevano esclusivamente in lingua sarda. A tale processo si è legato quello della diffusione dell’istruzione obbligatoria che, partita negli anni sessanta, ha insegnato l’uso della lingua italiana senza prevedere, a livello istituzionale, un parallelo insegnamento della lingua sarda. Nel medesimo periodo si è osservato, sia a livello istituzionale che a livello culturale ed intellettuale, un forte osteggiamento nell’uso della lingua sarda che veniva ricondotta ad un “tradizionalismo negativo”.
Vi è una sostanziale divisione tra chi crede che la legge in tutela della lingua sarda sia giunta troppo tardi, cioè quando ormai il sardo sta per essere sostituito definitivamente dall’italiano, e chi invece ritiene che sia fondamentale per mantenere l’uso corrente di questa lingua. “L’aggravante” della “frammentazione dialettale” del sardo, portato come giustificazione da chi ha una visione negativa dell’intervento istituzionale a favore della valorizzazione e mantenimento dell’uso del sardo, non è sostenuto dai fatti, perché è stato un problema già affrontato in altre zone europee, come la Catalogna, dove il catalano attuale è frutto di un processo di standardizzazione dei vari dialetti che prima si parlavano nella regione.
Un altro fenomeno che colpisce la lingua sarda è la carenza del suo lessico per quanto riguarda i fenomeni e gli oggetti dell’età contemporanea. Per esempio: quando si indica la lavatrice in sardo (nella varientà campidanese), si usa un adattamento della voce italiana: sa lavatrici; questo accade nonostante il verbo corrispondente per l’italiano “lavare”, in sardo campidanese sia “sciacuai”; quindi la lavatrice sarebbe meglio traducibile come “sciacuadora”.
Per tutte le parole indicanti oggetti della tecnologia o termini della scienza il fenomeno è lo stesso: la lingua veicolare è ormai l’italiano e il sardo, ancora resistente nella voce delle persone anziane, mutua da esso i termini che gli mancano.
Recentemente (2006), La Regione Autonoma della Sardegna ha individuato una varietà scritta mediana del sardo, denominata Limba Sarda Comuna (LSC) da usare nei suoi documenti ufficiali in uscita, con carattere quindi di coufficialità. La LSC si propone come varietà intermedia tra le due varietà di sardo letterario già esistenti (Campidanese e Logudorese).
Comuni riconosciutisi ufficialmente minoritari di lingua sarda ai sensi della legge 482/1999:
Provincia di Cagliari:
Arbus – Armungia – Ballao – Barrali- Burcei- Calasetta – Capoterra – Carloforte – Collinas – Decimoputzu – Elmas – Fluminimaggiore – Furtei – Genuri – Giba – Goni – Gonnesa – Gonnosfanadiga – Guspini – Mandas – Musei – Narcao – Nuxis – Pabillonis – Perdaxius – Pimentel – Piscinas – Quartu Sant’Elena – Quartucciu – Samassi – San Basilio – San Nicolò Gerrei – San Sperate – San Vito – Sant’Anna Arresi – Santadi – Sardara – Selargius – Serrenti – Sestu – Setzu – Siddi – Siliqua – Silius – Sinnai – Soleminis – Teulada – Tratalias – Turri – Ussana – Ussaramanna – Villacidro – Villamar – Villamassargia – Villaputzu – Villasalto
Provincia di Nuoro:
Aritzo – Arzana – Atzara – Austis -(Bari sardo)- Baunei – Bitti – Bolotana – Borore -Bortigali – Budoni – Cardedu – Desulo – Dorgali – Dualchi – Elini – Escalaplano – Escolca – Esterzili – Fonni – Gadoni – Gairo – Galtellì – Gavoi – Genoni – Gergei – Girasole – Ilbono – Irgoli – Isili – Laconi – Lanusei – Lei – Loculi – Lodè -Lodine – Lotzorai – Lula – Macomer – Magomadas – Mamoiada – Meana Sardo – Modolo – Noragugume – Nuoro – Nurallao – Nurri – Oliena – Ollolai – Olzai – Onani – Onifai – Oniferi – Orani – Orgosolo – Orosei – Orotelli – Orroli – Orune – Osidda – Osini – Ottana – Ovodda – Posada – Sadali – Sarule – Seui – Seulo – Silanus – Sindia – Siniscola – Sorgono – Suni – Tertenia – Teti – Tonara – Torpè -(Tortolì) Ulassai – Urzulei – Villagrande Strisaili
Provincia di Oristano:
Ales – Ardauli – Assolo – Asuni – Baradili – Bonarcado – Bosa – Cabras – Cuglieri – Curcuris – Flussio – Fordongianus – Ghilarza – Gonnosnò – Mogoro – Montresta – Narbolia – Oristano – Paulilatino – Riola Sardo – Scano Montiferro – Seneghe – Terralba – Tinnura – Tresnuraghes – Villa Sant’Antonio
Provincia di Sassari:
Aggius – Alghero – Anela – Ardara – Arzachena – Banari – Benetutti – Bessude – Bonnanaro – Bono – Bonorva – Borutta – Bulzi – Chiaramonti – Codrongianos – Cossoine – Erula – Esporlatu – Florinas – Illorai – Isili – Ittiri – Loiri Porto San Paolo – Luogosanto – Luras – Mara – Mores – Nughedu San Nicolò – Olbia – Olmedo – Osilo – Ozieri – Padru – Pattada – Ploaghe – Pozzomaggiore – Romana – Santa Teresa di Gallura – Siligo – Sorso – Telti – Thiesi – Tissi – Uri – Usini – Villanova Monteleone
La lingua sarda è stata riconosciuta con Legge Regionale n. 26 del 15 ottobre 1997 “Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna” come seconda lingua ufficiale della Regione autonoma della Sardegna, a fianco dell’italiano (la Legge regionale prevede la tutela e valorizzazione della lingua e della cultura, pari dignità rispetto alla lingua italiana con riferimento anche al catalano di Alghero, al tabarchino delle isole del Sulcis, al sassarese e gallurese, la conservazione del patrimonio culturale/bibliotecario/museale, la creazione di Consulte Locali sulla lingua e la cultura, la catalogazione e il censimento del patrimonio culturale, concessione di contributi regionali ad attività culturali, programmazioni radiotelevisive e testate giornalistiche in lingua, uso della lingua sarda in fase di discussione negli organi degli enti locali e regionali con verbalizzazione degli interventi accompagnata dalla traduzione in italiano, uso nella corrispondenza e nelle comunicazioni orali, ripristino dei toponimi in lingua sarda e installazione di cartelli segnaletici stradali e urbani con la denominazione bilingue). La legge regionale applica e regolamenta alcune norme dello Stato a tutela delle minoranze linguistiche.
Nessun riconoscimento è invece attribuito alla lingua sarda dallo Statuto della Regione Autonoma (a differenza degli Statuti della Valle d’Aosta e del Trentino-Alto Adige), che è legge costituzionale e che pure all’art. 15 definisce quello sardo un “popolo”.
Si applicano invece al sardo (come al catalano di Alghero) l’art. 6 della Costituzione (La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche) e la Legge n. 482 del 15 dicembre 1999 “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche” che prevede misure di tutela e valorizzazione (uso della lingua minoritaria nelle scuole materne, primarie e secondarie accanto alla lingua italiana, uso da parte degli organi di Comuni, Comunità Montane, Province e Regione, pubblicazione di atti nella lingua minoritaria fermo restando l’esclusivo valore legale della versione italiana, uso orale e scritto nelle pubbliche amministrazioni escluse forze armate e di polizia, adozione di toponimi aggiuntivi nella lingua minoritaria, ripristino su richiesta di nomi e cognomi nella forma originaria, convenzioni per il servizio pubblico radiotelevisivo) in ambiti definiti dai Consigli Provinciali su richiesta del 15% dei cittadini dei comuni interessati o di 1/3 dei consiglieri comunali. Ai fini applicativi tale riconoscimento, che si applica alle “…popolazioni…parlanti…sardo”, il che escluderebbe a rigore gallurese e sassarese in quanto geograficamente sardi ma linguisticamente di tipo còrso, e sicuramente il ligure-tabarchino delle isole del Sulcis.
Il relativo Regolamento attuativo DPR n. 345 del 2 maggio 2001 (Regolamento di attuazione della legge 15 dicembre 1999, n. 482, recante norme di tutela delle minoranze linguistiche storiche) detta regole sulla delimitazione degli ambiti territoriali delle minoranze linguistiche, sull’uso nelle scuole e nelle università, sull’uso nella pubblica amministrazione (da parte della Regione, delle Province, delle Comunità Montane e dei membri dei Consigli Comunali, sulla pubblicazione di atti ufficiali dello Stato, sull’uso orale e scritto delle lingue minoritarie negli uffici delle pubbliche amministrazioni con istituzione di uno sportello apposito e sull’utilizzo di indicazioni scritte bilingue …con pari dignità grafica, e sulla facoltà di pubblicazione bilingue degli atti previsti dalle leggi, ferma restando l’efficacia giuridica del solo testo in lingua italiana), sul ripristino dei nomi e dei cognomi originari, sulla toponomastica (…disciplinata dagli statuti e dai regolamenti degli enti locali interessati) e la segnaletica stradale (nel caso siano previsti segnali indicatori di località anche nella lingua ammessa a tutela, si applicano le normative del Codice della Strada, con pari dignità grafica delle due lingue), nonché sul servizio radiotelevisivo.
Ai fini di consentire una effettiva applicazione di quanto previsto dalla Legge Regionale n. 26/1997 e dalla Legge n. 482/1999, nel quadro dell’attuale situazione in cui nella lingua persistono due gruppi dialettali distinti (logudorese-nuorese e campidanese), la Regione Sardegna ha incaricato una commissione di esperti di elaborare una ipotesi di Norma di unificazione linguistica sovradialettale (la LSU: Limba sarda unificada, pubblicata nel 2001), che identificasse una lingua-modello di riferimento (basata sulla analisi delle varianti locali del sardo e sulla selezione dei modelli più rappresentativi e compatibili) al fine di garantire all’uso ufficiale del sardo le necessarie caratteristiche di certezza, coerenza, univocità, e diffusione sovralocale. Questo studio pur scientificamente valido non è mai stato adottato a livello istituzionale per vari contrasti locali (accusata di essere una lingua “imposta” e “artificiale” e di non aver risolto il problema del rapporto tra le varianti trattandosi una mediazione tra le varianti sritte logudoresi comuni, pertanto privilegiate, e non avendo proposto una valida grafia per la variante campidanese) ma ha comunque a distanza di anni costituito la base di partenza per la redazione della proposta della LSC: Limba Sarda Comuna, pubblicata nel 2006, che pur mantenendo un impianto di base logudorese, accoglie elementi propri delle parlate (e quindi “naturali” e non “artificiali”) di mediazione, nell’area grigia di transizione tra il Logudorese e il Campidanese della Sardegna centrale al fine di assicurare alla lingua “comune” il carattere di sovradialettalità e sovramunicipalità, pur lasciando la possibilità di rappresentare le particolarità di pronuncia delle varianti locali.
La Regione Sardegna, con Delibera di Giunta Regionale n. 16/14 del 18 aprile 2006 Limba Sarda Comuna. Adozione delle norme di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita dell’Amministrazione regionale ha adottato sperimentalmente la LSC come lingua ufficiale per gli atti e i documenti emessi dalla Regione Sardegna (fermo restando che ai sensi dell’art. 8 della Legge 482/99 ha valore legale il solo testo redatto il lingua italiana), dando facoltà ai cittadini di scrivere all’Ente nella propria varietà e istituendo lo sportello linguistico regionale Ufitziu de sa limba sarda.
La bozza di atto di ratifica della Carta Europea delle Lingue Regionali e Minoritarie del Consiglio d’Europa del 5 novembre 1992 (già sottoscritta dalla Repubblica Italiana il 27 giugno 2000) attualmente all’esame del Senato prevede, senza escludere l’uso della lingua italiana, misure aggiuntive per la tutela della lingua sarda e per il catalano (istruzione prescolare in sardo, educazione primaria e secondaria agli allievi che lo richiedano, insegnamento della storia e della cultura, formazione degli insegnanti, diritto di esprimersi in lingua nelle procedure penali e civili senza spese aggiuntive, consentire l’esibizione di documenti e prove in lingua nelle procedure civili, uso da negli uffici statali parte dei funzionari in contatto con il pubblico e possibilità di presentare domande in lingua, uso nell’amministrazione locale e regionale con possibilità di presentare domande orali e scritte in lingua, pubblicazione di documenti ufficiali in lingua, formazione dei funzionari pubblici, uso congiunto della toponomastica nella lingua minoritaria e adozione dei cognomi in lingua, programmazioni radiotelevisive regolari nella lingua minoritaria, segnalazioni di sicurezza anche in lingua, promozione della cooperazione transfrontaliera tra amministrazioni in cui si parli la stessa lingua). Le forme di tutela previste per la lingua sarda sono uguali a quelle applicabili al friulano e comunque in generale a tutte le minoranze minori d’Italia (albanesi, catalani, greci, croati, franco-provenzali e occitani), ma notevolmente inferiori a quelle assicurate per la lingua tedesca in Alto Adige, al Francese in Valle d’Aosta e alle minoranze slovene e ladine.
Il sardo è riconosciuto come lingua dalla norma ISO 639 che le attribuisce i codici sc (ISO 639-1: Alpha-2 code) e srd (ISO 639-2: Alpha-3 code). I codici proposti per la norma ISO 639-3 ricalcano quelli utilizzati dal SIL per il progetto Ethnologue e sono:
sardo campidanese: “sro”
sardo logudorese: “src”
gallurese: “sdn”
sassarese: “sdc”
Fonetica, morfologia e sintassi
Fonetica
Vocali: /ĭ/ e /ŭ/ (brevi) latine hanno conservato i loro timbri originali [i] e [u]; ad es. il latino siccus diventa siccu (e non come italiano secco, francese sec).
Un’altra caratteristica è l’assenza della dittongazione delle vocali medie (/e/ e (/o/). Ad es. il latino potest diventa podet (pron. [ˈpoðet]), senza dittongo a differenza dell’italiano può, spagnolo puede, francese peut.
Esclusivi — per l’area romanza attuale — dei dialetti centro-settentrionali del sardo sono inoltre il mantenimento della [k] e della [g] velari davanti alle vocali palatali /e/ ed /i/ (es.: chentu per l’italiano cento e il francese cent).
Una delle caratteristiche del sardo è l’evoluzione di [ll] nel fonema cacuminale [ɖ] (es. cuaddu per cavallo, anche se questo non avviene nel caso dei prestiti successivi alla latinizzazione dell’isola – cfr. bellu per bello – ). Questo fenomeno è presente anche nella Corsica del sud, in Sicilia, nella penisola Salentina e in alcune zone delle Alpi Apuane.
I dialetti meridionali si contraddistinguono fra l’altro per il sistema fonologico estremamente ricco e innovativo che porta in alcuni casi a ben 10 diverse pronunce del fonema /i/ in posizione finale di parola.
Morfologia e sintassi
Nel suo insieme la morfosintassi del sardo si discosta dal sistema sintetico del latino classico e mostra un uso maggiore delle costruzioni analitiche rispetto ad altre lingue neolatine[2].
L’articolo determinativo caratteristico della lingua sarda è derivato dal latino ipse/ipsu(m) (mentre nelle altre lingue neolatine l’articolo è originato da ille/illu(m)) e si presenta nella forma su/sa al singolare e sos/sas al plurale (is nel campidanese). Forme di articolo con la medesima etimologia si ritrovano solo nel catalano delle Isole Baleari: es/sa e es/sos/ses.
Il plurale è caratterizzato dal finale in -s, come in tutta la Romània occidentale ((FR, OC, CA, ES, PT)). Es.: sardu/sardos/(camp.)sardus, puddu/puddos-pudda/puddas (gallo, gallina).
ll plurale viene ottenuto come nelle lingue romanze occidentali aggiungendo -s alla forma singolare [ad es.: omine/omines, camp.omini/ominis (uomo/uomini)]; nel caso di parole terminanti in -u il plurale viene formato in -os e nel camp. in -us [caddu/caddos, camp.caddu/caddus (cavallo/cavalli)].
Il futuro viene costruito con la forma latina habeo ad. Es: apo a istàre (io resterò).
Il condizionale si forma in modo analogo: nei dialetti meridionali usando il passato del verbo “avere” (ai); nei dialetti centro-settentrionali usando il passato del verbo “dovere” (deper)
Il “perché” interrogativo è diverso dal “perché” responsivo: proite? ca…, ma più spesso ca proite, così come avviene nell’inglese: (why? because… o nel francese: pourquoi? parce que…)
Il pronome personale di prima e seconda persona se preceduto dalla preposizione cun (con) assume le forme cunmegus e cuntegus, dallo spagnolo conmigo e contigo (cfr. anche portoghese comigo e contigo), e questi dal latino cun e mecum/tecum.
Grammatica
La grammatica della lingua sarda si differenzia notevolmente da quella italiana e delle altre lingue neolatine, particolarmente nelle forme verbali.
Articoli determinativi (sing./plur.): su/sos, sa/sas (in camp. su/is, sa/is) presentano la forma “salata” derivata dal latino IPSE/IPSU/IPSA attraverso la fase intermedia issu/issa, issos/issas (per il log./nuor.) e issu/issa, issus/issas (per il camp.); viene usato col pronome relativo chi (che) nelle espressioni sos chi… (quelli che…), su chi… (quello che…) similmente alle lingue romanze occidentali (cfr. lo spagnolo “los que…”, “las que…” etc.)
Articoli indeterminativi: unu, una
Pronomi personali: deo/eo/jeo/camp.deu, tue/camp.tui, isse/issu/issa-bosté/camp.fostei (di rispetto), nois/nos/camp.nosu, bois/bosàteros/camp.bosàterus-bos (log.; di rispetto), issos/issas/camp.issus/issas-bostedes/camp.fosteis (di rispetto);
nel complemento diretto riferito a persona esiste il cosiddetto accusativo personale con l’uso della preposizione “a”: ad es. apo bidu a Zuanne (ho visto Giovanni) analogamente allo spagnolo (he visto a Juan); i pronomi personali atoni sono: mi, ti, li/lu/la/camp.ddi/ddu/dda, nos/camp.si, bos/camp.si, lis/los/las/camp.dis/dos/das;
Pronomi e aggettivi possessivi: meu/mea/mia/camp.miu/mia, tuo/tou/camp.tuu, suo/sou/ camp.suu, nostru/camp.nostu, bostru/camp.bostu, issoro/ camp.insoru
Pronomi e aggettivi dimostrativi: custu-custos/camp.custus (questo-questi), cussu-cussos/camp.cussus (codesto-codesti), cuddu-cuddos/camp.cuddus (quello-quelli)
Pronomi relativi: chi (che), chie/camp.chini (chi, colui che);
Pronomi interrogativi: cale?/camp.cali (quale?), cantu? (quanto?), ite?/camp.ita (che?, che cosa?), chie?/camp.chini? (chi? riferito a persone);
Avverbi interrogativi: cando/camp.candu? (quando?), comente/camp.comenti? (come?), ue?/ube?/in ue?/in ube?/camp.innui? (dove?);
Preposizioni semplici: a (a), cun/nuor.chin (con), dae/camp.de (da), de (di, il fatto di), in (in), pro/camp.po (per), tra (tra);
Preposizioni articolate: a su/ant.assu (al), a sos/camp.a is/ant.assos (ai), cun su/nuor.chin su (con il), cun sos/nuor.chin sos/camp.cun is (con i), de su/ant.dessu (del), de sos/camp.de is/ant.dessos (dei), in su (nel), in sos/camp.in is (nei), pro su (per il), pro sos/camp.pro is (per i), cun d’unu/nuor.chin d’unu (con uno), in d’unu (in uno);
Verbi:
I verbi hanno tre coniugazioni in logudorese (-are, -ere, -ire) e due in campidanese (-ai, -iri). La morfologia verbale differisce notevolmente da quella italiana e conserva caratteristiche del tardo latino o delle lingue neolatine occidentali.
L’interrogativa si forma
1. con l’inversione dell’ausiliare: ad es. partidu est Zuanne? (è partito Giovanni?), mandigadu às? (hai mangiato?)
2. con la particella interrogativa a: ad es. a lu cheres un’aranzu? (un arancio, lo vuoi?)
3. con strutture dette affermative, che sono pronunciate seguendo un’intonazione generalmente ascendente;
La forma progressiva si forma con l’ausilare essere più il gerundio: ad es. so andende (sto andando).
Il passato remoto è sostanzialmente scomparso dall’uso comune (come nelle lingue romanze settentrionali della Gallia e del Nord Italia) sostituito dal passato prossimo, ma risulta attestato nei documenti medioevali e ancor’oggi nelle forme colte e letterarie in alternanza con l’imperfetto; la sua evolòuzione storica nel tempo dal medioevo alle forme colte attuali è stata rispettivamente per la terza persona singolare e plurale: ipsu cant-avit>-ait/-ayt>-isit/-esit>issu cant-esi/-eit; ipsos cant-arunt/-erunt>-aynt>-isin/-esin>issos cant-esi/-ein.
L’indicativo futuro semplice si forma mediante l’ausiliare avere più la preposizione “a” e l’infinito: es. deo apo a narrere (io dirò), tue às a narrere (tu dirai) (cfr col tardo latino habere ad + infinito);
Il condizionale presente si forma utilizzando una forma modificata del verbo dovere più l’infinito: ad es. deo dia nàrrere (io direi), tue dias nàrrere (tu diresti), etc.; in alcune zone di transizione con il campidanese si usa invece una forma modificata del verbo “àere” (avere) più la preposizione a e l’infinito: deo/jeo appìa a nàrrere, tue appìas a nàrrere, etc.
L’imperativo negativo si forma usando la negazione “no” e il congiuntivo: ad es. no andes (non andare) analogamente alle lingue romanze iberiche.
Verbo èssere/camp.èssi(ri) (essere):
Indicativo presente: deo so/soe, tue ses, isse est, nois semus, bois sezis/seis, issos sunt;
Indicativo imperfetto: deo fìa/fippo, tue fìas/fis, isse fìat/fit, nois fìamus/fimus, bois fiàzis/fizis/fiàis, issos fìant/fint;
Indicativo passato prossimo: deo so/soe istadu, tue ses istadu, isse est istadu, nois semus istados, bois sezis/seis istados, issos sunt istados;
Indicativo trapassato prossimo imperfetto: deo fìa/fippo istadu, tue fìas/fis istadu, isse fìat/fit istadu, nois fìamus/fimus istados, bois fiàzis/fizis/fiàis istados, issos fìant/fint istados;
Indicativo passato remoto (in disuso nella lingua parlata, presente solo nelle forme arcaiche e colte): deo fui, tue fusti/fis, isse fuit/fit, nois fimus/fimis, bois fizis/fustis, issos fuint/ant.furunt;
Indicativo futuro: deo apo a essere, tue as a essere, isse at a essere, nois amus a essere, bois azis/ais a essere, issos ant a essere;
Indicativo futuro anteriore: deo apo a esser istadu, tue as a essere istadu, isse at a essere istadu, nois amus a essere istados, bois azis/ais a essere istados, issos ant a essere istados;
Congiuntivo presente: chi deo sia, chi tue sias, chi isse siat, chi nois sìamus, chi bois siazis/siais, chi issos sìant;
Congiuntivo passato: chi deo sia istadu, chi tue sias istadu, chi isse siat istadu, chi nois siamus istados, chi bois siazis/siais istados, chi issos siant istados;
Condizionale presente: deo dia essere, tue dias essere, isse diat essere, nois diamus essere, bois diazis/diais essere, issos diant essere;
Condizionale passato: deo dia essere istadu, tue dias essere istadu, isse diat essere istadu, nois diamus essere istados, bois diazis/diais essere istados, issos diant essere istados;
Gerundio presente: essende/sende;
Gerundio passato: essende/sende istadu;
Verbo aère/camp.ài(ri) (avere):
Indicativo presente: deo apo, tue às, isse àt, nois amus, bois azis/ais, issos ant;
Indicativo imperfetto: deo aìa, tue aìas, isse aìat, nois aìamus/abamus, bois aìazis/abazes/aiais, issos aìant;
Indicativo passato prossimo: deo apo appidu, tue às appidu, isse àt appidu, nois amus appidu, bois azis/ais appidu, issos ant appidu;
Indicativo trapassato prossimo imperfetto: deo aìa appidu, tue aìas appidu, isse aìat appidu, nois aìamus appidu, bois aìazis/aiais appidu, issos aìant appidu;
Indicativo passato remoto (in disuso nella lingua parlata, presente solo nelle forme arcaiche e colte): deo apèsi, tue apèsti, isse apèsit, nois apèmus, bois apèzis, issos apèsint;
Indicativo futuro: deo apo a aere, tue as a aere, isse at a aere, nois amus a aere, bois azis/ais a aere, issos ant a aere;
Indicativo futuro anteriore: deo apo a aere appidu, tue as a aere appidu, isse at a aere appidu, nois amus a aere appidu, bois azis/ais a aere appidu, issos ant a aere appidu;
Congiuntivo presente: chi deo apa, chi tue apas, chi isse apat, chi nois apamus, chi bois apazis/apais, chi issos apant;
Congiuntivo passato: chi deo apa appidu, chi tue apas appidu, chi isse apat appidu, chi nois apamus appidu, chi bois apazis/apais appidu, chi issos apant appidu;
Condizionale presente: deo dia aère, tue dias aère, isse diat aère, nois diamus aère, bois diazis/diais aère, issos diant aère;
Condizionale passato: deo dia aère appidu, tue dias aère appidu, isse diat aère appidu, nois diamus aère appidu, bois diazis/diais aère appidu, issos diant aère appidu;
Gerundio presente: aènde;
Gerundio passato: aènde appidu;
Coniugazione in -are –
Verbo cantare/camp.cantai (cantare):
Indicativo presente: deo canto, tue cantas, isse cantat, nois cantamus, bois cantazis/cantais, issos cantant;
Indicativo imperfetto: deo cantaìa, tue cantaìas, isse cantaìat, nois cantaìamus, bois cantaìazis/cantaìais, issos cantaìant;
Indicativo passato prossimo: deo apo cantadu, tue às cantadu, isse àt cantadu, nois amus cantadu, bois azis/ais cantadu, issos ant cantadu;
Indicativo trapassato prossimo imperfetto: deo aìa cantadu, tue aìas cantadu, isse aìat cantadu, nois aìamus cantadu, bois aìazis/aiais cantadu, issos aìant cantadu;
Indicativo passato remoto (in disuso nella lingua parlata, presente solo nelle forme arcaiche e colte): deo cantèsi/ant.cantèi, tue cantèsti, isse cantèsit/ant.cantèit, nois cantèsimus/cantèmus, bois cantèzis, issos cantèsint/ant.cantèrunt;
Indicativo futuro: deo apo a cantare, tue as a cantare, isse at a cantare, nois amus a cantare, bois azis/ais a cantare, issos ant a cantare;
Indicativo futuro anteriore: deo apo a aere cantadu, tue as a aere cantadu, isse at a aere cantadu, nois amus a aere cantadu, bois azis/ais a aere cantadu, issos ant a aere cantadu;
Congiuntivo presente: chi deo cante, chi tue cantes, chi isse cantet, chi nois cantemus, chi bois cantezis/canteis, chi issos cantent;
Congiuntivo passato: chi deo apa cantadu, chi tue apas cantadu, chi isse apat cantadu, chi nois apamus cantadu, chi bois apazis/apais cantadu, chi issos apant cantadu;
Condizionale presente: deo dia cantare, tue dias cantare, isse diat cantare, nois diamus cantare, bois diazis/diais cantare, issos diant cantare;
Condizionale passato: deo dia aere cantadu, tue dias aere cantadu, isse diat aere cantadu, nois diamus aere cantadu, bois diazis/diais aere cantadu, issos diant aere cantadu;
Gerundio presente: cantende;
Gerundio passato: aende cantadu;
Coniugazione in -ere – Verbo tìmere/camp.tìmi(ri) (temere):
Indicativo presente: deo tìmo, tue times, isse timet, nois timimus, bois timides, issos timent;
Indicativo imperfetto: deo timìa, tue timìas, isse timìat, nois timìamus, bois timìazis/timìais, issos timant;
Indicativo passato prossimo: deo apo tìmidu, tue às tìmidu, isse àt tìmidu, nois amus tìmidu, bois azis/ais tìmidu, issos ant tìmidu;
Indicativo trapassato prossimo imperfetto: deo aìa timidu, tue aìas timidu, isse aìat timidu, nois aìamus timidu, bois aìazis/aiais timidu, issos aìant timidu;
Indicativo passato remoto (in disuso nella lingua parlata, presente solo nelle forme arcaiche e colte): deo timèsi/ant.timèi, tue timèsti, isse timèsit/ant.timèit, nois timèsimus/timèmus, bois timèzis, issos timèsint/ant.timèrunt;
Indicativo futuro: deo apo a timere, tue as a timere, isse at a timere, nois amus a timere, bois azis/ais a timere, issos ant a timere;
Indicativo futuro anteriore: deo apo a aere timidu, tue as a aere timidu, isse at a aere timidu, nois amus a aere timidu, bois azis/ais a aere timidu, issos ant a aere timidu;
Congiuntivo presente: chi deo tima, chi tue timas, chi isse timat, chi nois timamus, chi bois timazis/timais, chi issos timant;
Congiuntivo passato: chi deo apa timidu, chi tue apas timidu, chi isse apat timidu, chi nois apamus timidu, chi bois apazis/apais timidu, chi issos apant timidu;
Condizionale presente: deo dia timere, tue dias timere, isse diat timere, nois diamus timere, bois diazis/diais timere, issos diant timere;
Condizionale passato: deo dia aere timidu, tue dias aere timidu, isse diat aere timidu, nois diamus aere timidu, bois diazis/diais aere timidu, issos diant aere timidu;
Gerundio presente: timende;
Gerundio passato: aende tìmidu;
Coniugazione in -ire – Verbo finìre/camp.finìri (finire):
Indicativo presente: deo fino, tue finis, isse finit, nois finimus, bois finides, issos finint;
Indicativo imperfetto: deo finìa, tue finìas, isse finìat, nois finìamus, bois finìazis/finìais, issos finant;
Indicativo passato prossimo: deo apo finidu, tue às finidu, isse àt finidu, nois amus finidu, bois azis/ais finidu, issos ant finidu;
Indicativo trapassato prossimo imperfetto: deo aìa finidu, tue aìas finidu, isse aìat finidu, nois aìamus finidu, bois aìazis/aiais finidu, issos aìant finidu;
Indicativo passato remoto (in disuso nella lingua parlata, presente solo nelle forme arcaiche e colte): deo finèsi/ant.finèi, tue finèsti, isse finèsit/ant.finèit, nois finèsimus/finèmus, bois finèzis, issos finèsint/ant.finèrunt;
Indicativo futuro: deo apo a finire, tue as a finire, isse at a finire, nois amus a finire, bois azis/ais a finire, issos ant a finire;
Indicativo futuro anteriore: deo apo a aere finidu, tue as a aere finidu, isse at a aere finidu, nois amus a aere finidu, bois azis/ais a aere finidu, issos ant a aere finidu;
Congiuntivo presente: chi deo fina, chi tue finas, chi isse finat, chi nois finamus, chi bois finazis/finais, chi issos finant;
Congiuntivo passato: chi deo apa finidu, chi tue apas finidu, chi isse apat finidu, chi nois apamus finidu, chi bois apazis/apais finidu, chi issos apant finidu;
Condizionale presente: deo dia finire, tue dias finire, isse diat finire, nois diamus finire, bois diazis/diais finire, issos diant finire;
Condizionale passato: deo dia aere finidu, tue dias aere finidu, isse diat aere finidu, nois diamus aere finidu, bois diazis/diais aere finidu, issos diant aere finidu;
Gerundio presente: finende;
Gerundio passato: aende finidu;
Verbi irregolari
Verbo faghere/camp.faxi(ri) (fare):
Indicativo presente: deo fago/fatzo, tue faghes, isse faghet, nois faghìmus, bois faghìdes, issos faghent;
Indicativo imperfetto: deo faghìa, tue faghìas, isse faghìat, nois faghìamus, bois faghìazis/faghìais, issos faghant;
Indicativo passato prossimo: deo apo fattu, tue às fattu, isse àt fattu, nois amus fattu, bois azis/ais fattu, issos ant fattu;
Indicativo trapassato prossimo imperfetto: deo aìa fattu, tue aìas fattu, isse aìat fattu, nois aìamus fattu, bois aìazis/aiais fattu, issos aìant fattu;
Indicativo passato remoto (in disuso nella lingua parlata, presente solo nelle forme arcaiche e colte): deo faghèsi/ant.faghèi, tue faghèsti, isse faghèsit/ant.faghèit, nois faghèsimus/faghèmus, bois faghèzis, issos faghèsint/ant.faghèrunt;
Indicativo futuro: deo apo a faghere, tue as a faghere, isse at a faghere, nois amus a faghere, bois azis/ais a faghere, issos ant a faghere;
Indicativo futuro anteriore: deo apo a aere fattu, tue as a aere fattu, isse at a aere fattu, nois amus a aere fattu, bois azis/ais a aere fattu, issos ant a aere fattu;
Congiuntivo presente: chi deo faga/fatza, chi tue fagas/fatzas, chi isse fagat/fatzat, chi nois fagamus/fatzamus, chi bois fagazis/fatzais, chi issos fagant/fatzant;
Congiuntivo passato: chi deo apa fattu, chi tue apas fattu, chi isse apat fattu, chi nois apamus fattu, chi bois apazis/apais fattu, chi issos apant fattu;
Condizionale presente: deo dia faghere, tue dias faghere, isse diat faghere, nois diamus faghere, bois diazis/diais faghere, issos diant faghere;
Condizionale passato: deo dia aere fattu, tue dias aere fattu, isse diat aere fattu, nois diamus aere fattu, bois diazis/diais aere fattu, issos diant aere fattu;
Gerundio presente: faghende;
Gerundio passato: aende fattu;
Numeri:
unu, duos/camp.duus, tres/camp.tresi, battor/bàttoro/camp.cuatru, chimbe/camp.cincu, ses/camp.sesi, sette/camp.setti, otto/ camp.ottu, noe/camp.noi, deghe/camp.dexi, ùndighi/camp.ùndixi, dòighi/camp.dòixi, trèighi/camp.trèixi, battòrdighi/camp.cattòrdixi, bìndighi/camp.cuìndixi, sèighi/camp.sèixi, deghessette/ camp.dexessetti, degheotto/camp.dexeottu, deghennoe/ camp.dexennoi, binti/vinti, …, trinta, baranta/camp.coranta, chimbanta/ camp.cincuanta, sessanta; settanta; ottanta; noranta/nobanta, chentu/camp.centu, dughentos/camp.duxentus, …, milli, duamiza/camp.duamilla, …; il numero “2″ e le centinaia posseggono una forma maschile e una femminile (duos omines (due uomini), duas feminas (due donne), dughentos caddos (duecento cavalli), dughentas ebbas (duecento cavalle).
Giorni:
lunes/camp.lunis,
martes/camp.martis,
mercuris,
jobia,
chenàpura/chenàbara/camp.cenàbura/cenàbara,
sàbbadu/sàbadu/camp.sàbudu,
dumìniga/domìniga/camp.dominigu;
Mesi:
bennarzu/jennarju/ghennarzu/ghennargiu, frearzu/frearju/freargiu/camp.friaxu, marthu/martzu, abrile/camp.abrili, maju, làmpadas, trìulas/camp.argiolas, aùstu, cabidanni, Santu Aìne/Santu Gaìni/camp.ladàmini, Sant’Andrìa/camp.donniasantu, Nadale/mes’e idas;
Stagioni:
beranu, istìu/istadiale/camp.istadi, atunzu/atongiu, iferru/ierru;
Colori:
biancu/ant.arbu [bianco], nieddu [nero], ruju/arrubiu [rosso], grogu [giallo], biaittu [blu], birde/birdi [verde], aranzu/arangiu [arancione].
Vocabolario
Tabella di comparazione delle lingue neolatine:
| Latino | Francese | Italiano | Spagnolo | Occitano | Catalano | Portoghese | Romeno | Sardo | Còrso |
| clave(m) | clef | chiave | llave | clau | clau | chave | cheie | crae/i/jae | chjave/chjavi |
| nocte(m) | nuit | notte | noche | nuèit/nuèch | nit | noite | noapte | notte/notti | notte/notti |
| cantare | chanter | cantare | cantar | cantar | cantar | cantar | cânta | cantare/cantai | cantà |
| capra(m) | chèvre | capra | cabra | cabra | cabra | cabra | capra | cabra/craba/crapa | capra |
| lingua(m) | langue | lingua | lengua | lenga’ | llengua | língua | limbă | limba/lingua | lingua |
| platea(m) | place | piazza | plaza | plaça | plaça | praça | piaţă | pratha/pratza/piatta | piazza |
| ponte(m) | pont | ponte | puente | pònt | pont | ponte | pod’ | ponte/ponti | ponte/ponti |
| ecclesia(m) | église | chiesa | iglesia | glèisa | església | igreja | biserică | creia/cresia/cheja | ghjesgia |
| hospitale(m) | hôpital | ospedale | hospital | espital | hospital | hospital | spital | ispidale/spidali | spedale/uspidali |
| caseu(m) lat.volg.formaticu(m) |
fromage | formaggio
/cacio |
queso | formatge | formatge | queijo | brânză | casu | casgiu |
Lessico
Dal substrato paleosardo o nuragico:
GON- → Gonone, Gologone, Goni, Gonnesa, Gonnosnò (altura, collina, montagna)
NUR-/’UR- → ant. nurake → nuraghe /camp. nuraxi, Nurra, Nora (mucchio cavo, ammasso), Noragugume
ASU-, BON-, GAL → Gallura ant. Gallula, Garteddì (Galtellì), Galilenses, Galile
GEN-, GES- → Gesturi
GOL-/’OL → Gollei, Ollollai, Parti Olla (Parteolla), golósti/’olosti (agrifoglio, si confronti il basco “gorosti”)
EKA-, KI-, KUR-, KAL/KAR- → Karalis → ant. Calaris (Cagliari), Carale, Calallai
ENI → ogl. eni (tasso);
MAS-, TUR-, MERRE (luogo sacro) → Macumere (Macomer);
GUS → Gusana, giara (altopiano), muvara/muvrone (muflone), camp. toneri (tacco, torrione), garroppu (canyon), mintza (sorgente), chessa (lentischio)
THA-/THE-/THI-/TZI (articolo) → thilipirche (cavalletta), thinthula/thithula (zanzara), thilicugu (gecko), thiligherta (art.+ lucertola), tzinibiri (art.+ ginepro), thinniga/tzinniga (stipa tenacissima), thirulia (civetta);
Di origine punica:
ZIBBIR → camp. tzippiri (rosmarino)
SIKKIRIÁ → camp. tzicchirìa (aneto)
MS’ → camp. mitza/’itza (scaturigine, fonte)
MAQOM-HADAS → Magomadas (luogo alto)
MAQOM-EL?/MERRE? → Macumere (Macomer)
TAM-EL → Tumoele, Tamuli (luogo sacro);
Di origine latina:
ACETU(M) → ant. aketu>aghedu/achetu/camp.axedu (aceto)
ACIARIU(M) → atharzu/atzarzu/atzargiu/camp.aciargiu (acciaio)
ACINA → ant. akina/aghina/camp.axina (chicco d’uva, acino)
ACRU(M) → agru (aspro, acido)
AERA → aèra/camp.airi
ALBU(M) → ant. albu>arbu (bianco)
ALGA → arga/aliga (alga)
ALTU(M) → artu (alto)
AMICU(M) → ant.amicu → amigu (amico)
ANGELU(M) → anghelu/angiulu (angelo)
AQUA(M) → abba/camp.acua (acqua)
AQUILA(M) → àbile/camp.achili (aquila)
ARBORE(M) → arbore/arvore/camp.arburi (albero)
ASINUS → àinu (asino)
AUGUSTUS → austu (agosto)
AVIA → jaja
BASIUM → basu (bacio)
BERBECE → ant. berbeke → berbeghe/camp.brebei (pecora)
BONUS → bonu
BOVE(M) → boe/camp.boi (bue)
CABALLUS → ant. cavallu/caballu → caddu/cabaddu/ camp. cuaddu (cavallo)
CANE(M) → cane/camp.cani (cane)
CIPULLA → chibudda/camp.cibudda (cipolla)
COELUM → chelu/camp.celu (cielo)
CASEUS → casu (formaggio)
CASTANEA → ant.castanja → castanza/camp.castangia (castagna)
CARNE → carre/camp.carri (carne)
CENA PURA → chenapura/camp.cenabara (venerdì)
CENTUM → chentu/camp.centu (cento)
CINQUE → chimbe/camp.cincu (cinque)
CIRCARE → chircare/circai (cercare)
ACCITUS → ant.kita → chida/cida (settimana, derivata dai turni settimanali delle guardie giudicali)
CLARU(M) → craru (chiaro)
COCINA → ant.cokina → coghina/camp.coxina (cucina)
COELU(M) → chelu/camp.celu (cielo)
CONIUGARE → cojuare/camp.cojai (sposare)
CONSILIU(M) → ant.consiliu → cunsizzu/camp.consillu (consiglio)
COOPERCULU(M) → cobercu (coperchio)
CORIU(M) → corzu/corju/corgiu (cuoio)
CORTEX → ant. gortike/borticlu → ortighe/ortiju/ortigu (scorza del sughero)
COXA(M) → cossa/camp.coscia (coscia)
CRAS → cras (domani)
CREATIONE(M) → criatura/criathone/camp.criadura (creatura)
CRUCE(M) → ant. cruke/ruke → rughe/camp.cruxi (croce)
CULPA(M) → curpa (colpa)
DECE → ant.deke → deghe/camp.dexi (dieci)
DEORSUM → josso (giù)
DIANA → jana (fata)
DIE → die/camp.dì (giorno)
DOMO → domo/camp.domu (casa)
ECCLESIA → ant. clesia → cresia/creia (chiesa)
ECCU MODO/QUOMO(DO) → còmo (adesso)
ECCU MENTE/QUOMO(DO) MENTE → còmente/comenti (come)
EGO → ant.ego → deo/eo/jeo/camp.deu (io)
EPISCOPUS → ant. piscopu → piscamu (vescovo)
EQUA(M) → ebba/camp.egua (giumenta)
ERICIUS → erithu
FACERE → ant. fakere → faghere/camp. fairi (fare)
FALCE(M) → ant.falke → farche/camp.farci (falce)
FEBRUARIU(M) → ant. frearju → frearzu/frearju/camp.freargiu (febbraio)
FEMINA → femina (donna)
FILIU(M) → ant. filiu/fiju/figiu → fizu/figiu/camp.fillu (figlio)
FLORE(M) → frore/camp.frori (fiore)
FLUMEN → ant.flume → frumen/camp.frumini (fiume)
FOCU(M) → ant. focu → fogu (fuoco)
FOENICULU(M) → ant.fenuclu → fenugru/camp.fenugu (finocchio)
FOLIA → fozza/camp.folla (foglia)
FUNE(M) → fune/camp.funi
GATTU(M) → gattu
GENERU(M)→ gheneru/camp.generu
GUADU → ant.badu/vadu → badu/camp.bau (guado)
HABERE → àere/camp.airi (avere)
HOC ANNO → ocànnu (quest’anno)
HODIE → oe/oje/camp.oi (oggi)
HOMINE(M) → òmine/camp.òmini (uomo)
HORTU(M) → ortu (orto)
IANUARIUS → ant. jannarju>bennarzu/ghennarzu/camp. gennargiu (gennaio)
IANUA → janna/genna (porta)
ILEX → ant.elike → elighe/camp.ilixi (leccio)
IN HOC → ant. inòke → inòghe/camp.innoi (quì)
INFERNU(M) → inferru (inferno)
I(N)SULA → isula/iscra (isola)
IENARIU(M) → ant. jennariu → bennarzu/jennarju/ ghennarzu/ ghennargiu/camp.gennargiu (gennaio)
INIBI → inìe (là)
IOHANNES → Juanne/Zuanne/camp.Giuanni (Giovanni)
IOVIA → jobia (giovedì)
IPSU(M) → su (il)
IUDICE(M) → ant. iudike → juighe/zuighe (giudice)
IUNCU(M) → ant. juncu → zuncu/juncu/giuncu (giunco)
IUNIPERUS → ghiniperu/camp.tzinnibiri (ginepro)
IUSTITIA → ant. justithia/justizia → justitzia/zustissia (giustizia)
LABRA → lavra/lara (labbra)
LACERTA → thiligherta/camp.calixerta (lucertola)
LARGU(M) → largu (largo)
LATER → camp. ladiri (mattone crudo)
LIGNA → linna (legna)
LINGUA(M) → limba/camp.lingua (lingua)
LOCU(M) → ant. locu → logu (luogo)
LUX → lughe/camp.luxi (luce)
MACCUS → maccu (scemo)
MAGISTRU(M) → maistu (maestro)
NIX → nie/camp.nii (neve)
NUBE(M) → nue/camp.nui (nuvola)
NUCE → ant. nuke → nughe/camp. nuxi (noce)
OC(U)LU(M) → ogru/oju/ocru/camp.ogu (occhio)
OLEA → ozzastru/camp.ollastu (olivastro)
ORIC(U)LA(M) → ant.oricla → origra/orija/oricra/camp.origa (orecchio)
OVU(M) → òu (uovo)
PACE → ant.pake →paghe/camp.paxi (pace)
PALATIUM → palathu/camp.palatziu (palazzo)
PALEA → paza/camp.palla (paglia)
PANE(M) → pane/camp.pani
PARABOLA → paraula (parola)
PEIUS → pejus/camp.peus (peggio)
PELLE(M) → pedde/camp.peddi (pelle)
PETRA(M) → pedra/preda/camp.perda (pietra)
PETTIA(M) → petha/petza (carne)
PISCARE → piscare/camp.piscai (pescare)
PISCE(M) → pische/camp.pisci (pesce)
PLATEA → pratha/pratza (piazza)
PLACERE → piaghere/camp.praxiri (piacere)
PLANGERE → pranghere/camp.prangiri (piangere)
PLENU(M) → prenu
PLUS → prus (più)
PORCU(M) → porcu (maiale)
PUTEUS → puthu/putzu (pozzo)
QUANDO → cando/camp.candu (quando)
QUATTUOR → battor/camp. cuatturu (quattro)
QUERCUS → chercu (quercia)
QUID DEUS? → ite/ita? (che?, che cosa?)
RADIUS → raju (raggio)
RAMU(M) → ramu/camp.arramu (ramo)
REGNU → rennu/camp.arrenniu (regno)
RIVUS → ant. ribu → riu (fiume)
ROSMARINUS → romasinu (rosmarino)
RUBEU(M) → ant. rubiu → ruju/camp.arrubiu (rosso)
SALIX → salighe (salice)
SANGUEN → samben/camp.sanguni (sangue)
SAPA(M) → saba (sapa, vino cotto)
SCALA → iscala/camp.scala (scala)
SCHOLA(M) → iscola/camp.scola (scuola)
SCIRE → ischire/camp.sciri (sapere)
SCRIBERE → iscrier/camp.scriri (scrivere)
SECUS → dae segus (dopo)
SERO → sero (sera)
SINE CUM → chene (senza)
SOLE(M) → sole/camp.soli (sole)
SOROR → sorre/camp.sorri (sorella)
SPICA(M) → ispiga/camp.spiga (spiga)
STARE → istare/camp.stai (stare)
STRINCTU(M) → strintu (stretto)
SUBERU → suerzu/camp.suergiu (quercia da sughero)
SULPHUR → zurfuru (zolfo)
SURDU(M) → surdu (sordo)
TEGULA → tèula (tegola)
TEMPUS → tèmpus (tempo)
THIUS → thiu/tziu (zio)
TRITICUM → nuor.trìdicu (grano)
UNG(U)LA(M) → ungra/camp.unga (unghia)
VACCA → bacca (vacca)
VALLIS → badde/baddi (valle)
VENTU(M) → bentu (vento)
VERBU(M) → berbu (verbo, parola)
VESPA(M) → bespe/camp.bespi (vespa)
VECLUS(S) → ant. veclu → begru (legno vecchio)
VIA → bia (via)
VICINUS → ant. vikinu → bighinu/camp.bixinu (vicino)
VIDERE → bidere/camp.biri (vedere)
VILLA → ant. villa → billa → bidda (paese)
VINEA(M) → binza/camp.bingia (vigna)
VINU(M) → binu (vino)
VOCE → ant. voke/boke → boghe/camp.boxi (voce)
ZINZALA → thinthula/tzintzula (zanzara);
Di origine bizantina
kontakion>ant. condake>condaghe/camp. condaxi (raccolta di atti), Λουχὶα>ant. Lukìa>Lughìa (Lucia), nake>annaccare (cullare), σαραχηνός>theraccu (servo), Στέφανε>Istevane (Stefano);
Di origine toscana/italiana:
arancio>arantzu/camp.arangiu, autunno>attonzu/camp.attongiu, bello>bellu, bianco>biancu, certo>tzertu, cinta>tzinta, cittade>ant. kittade>tzittade/camp.cittadi/tzittadi (città), Sardigna>Sardigna/Sardinna/(Sardegna), gente>zente/camp.genti, invece>imbètzes/camp.imbecis, Melchiorre>Mertziòro, mille>milli, occhiale>otzale, paraula>paraula (parola), sbaglio>isballiu, veccio>betzu/camp.becciu (vecchio), zucchero>thuccaru/tzuccaru;
Di origine spagnola:
acabar>log.acabare/camp.acabai (smettere), adios>adiosu (addio), albaricoque>log.barracoccu/camp.piricoccu (albicocca), aposento>aposentu (camera da letto), asustar>log.assustare/ nuor.assustrare (spaventare), azul>camp.asulu (azzurro), barato>baratu (agg.), barrachel>log.barratzellu/camp.barracellu (guardia campestre), belleza>bellesa, buscar>buscare (prendere), caliente>log.caènte/camp.callenti (caldo), calentura>calentura (febbre), cara>cara (testa), cerrar>serrare (chiudere), che>cé (esclamazione di sorpresa usata in Argentina e nella zona di Valencia), cuchara>còcciari (cucchiaio), de balde>de badas (inutilmente), escarmentar>log.iscalmentare/iscrammentare, espantar>log.ispantare/camp.spantai (spaventare), estío>istiu (estate), feo>feu (brutto), gana>gana (voglia), gozos>log.gosos(composizioni poetiche sacre), grifo>grifone (rubinetto), luego>luegu (subito, fra poco), manta>manta (coperta), ojo>oju (occhio), plata>pratta (argento), posada>posada (luogo di ristoro), puntera>puntera (colpo dato con la punta del piede), señor>log.sennore/camp.sennori (signore), tomate(s.m.)>tamata(s.f.) /camp.tumata(s.f.) (pomodoro), trigo>trigu (grano); ventana>log.bentana /camp.fentana (finestra); basco mokor>mogoro (collina)
Di origine catalana:
aixì>camp.aici (così), arreu>arreu (di continuo), bandoler>banduleri, barber>barberi (barbiere), barrar>abbarrare, bisbe>obispu (ma spagn. obispo) (vescovo), blau>camp.brau (blu), butxaca>busciacca/camp.bucciacca (tasca, borsa), cadira>camp.cadira (sedia), calaix>camp.callasciu (cassetto), carrer>carrera/carrela (via), celler>camp. tzilleri, cullera>nuor.cullera/camp.cugliera (cucchiaio), desclavament>iscravamentu (deposizione di Cristo dalla croce), ferrer>ferreri (fabbro), goigs>camp.goccius (composizioni poetiche sacre), groc>grogu (giallo), iaio, iaia>jaju, jaja (nonno, nonna), enhorabona!>inorobòna! (in buon’orà), enhoramala!>inoromàla! (in mal’ora!), estimar>istimare (amare, stimare), jutge>camp.giuggi/log.zuzze (giudice), lleig>camp.leggiu/log.lezzu (brutto), mateix>matessi (stesso), mocador>mucadore/ camp.mucadori (fazzoletto), mentres>mentres, orelleta>orillettas (dolci fritti), punxa>camp.puncia/log.puntza (chiodo), ratapinyada>camp.ratapignata (pipistrello), retaule>retaulu (retablo, tavola dipinta), sabata>camp.sabata (scarpa), sabater>sabateri (calzolaio), seu>camp.seu (cattedrale, sede), sindria>sindria (anguria), tancar>tancare/camp.tancai (chiudere), tinter>tinteri, ulleres>camp.ulleras (occhiali), vostè>log.bostè/ camp.fostei(voi);
Ortografia e pronuncia
Fino al 2001 non esisteva una ortografia unificata. Il 28 di febbraio del 2001, una apposita Commissione di studiosi incaricati dalla Regione autonoma della Sardegna elaborò e pubblicò una proposta, la Limba Sarda Unificada, fino ad ora l’unico progetto complessivo e coerente di unificazione della lingua scritta. Essa, evidentemente, non riguarda la lingua orale, ricca di notevoli differenze fonetiche ma riconducibile ad un sistema unico ed unitario, ma si limita a proporre una norma scritta di riferimento. La LSU, perciò non si vuole sostituire alle varietà orali ma ne è un utile complemento, per usi ufficiali ed estesi a tutto il territorio della Sardegna. Sulla base della LSU la Regione Sardegna ha fatto elaborare una successiva proposta, denominata “Limba Sarda Comuna” (LSC) che è divenuta ufficiale per gli atti e i documenti della Regione. Si indicano di seguito alcune delle differenze più rilevanti per la lingua scritta rispetto all’italiano:
[a], [ɛ/e], [i], [ɔ/o], [u], come -a-, -e-, -i-, -o-, -u-, come in italiano e spagnolo, senza segnare la differenza tra vocali aperte e chiuse; le vocali paragogiche o epitetica (che in pausa chiudono un vocabolo terminante in consonante e corrispondono alla vocale che precede la consonante finale) non si scrivono mai (feminasa>feminas, animasa>animas, bolede>bolet, cantana>cantant, vrorese>frores).
[j] semiconsonante come -j- all’interno di parola (maju, raju, ruju) o di un nome geografico (Jugoslavia); nella sola variante nuorese come -j- (corju, frearju) corrispondente al logudorese/LSU -z- (corzu, frearzu) e all’LSC -gi- (corgiu, freargiu); nelle varianti logudorese e nuorese in posizione iniziale (jughere, jana, janna) che nella LSC viene sostituita dal gruppo [ʤ] (giughere, giana, gianna);
[p], come -p- (apo, troppu, pane, petza);
[β], come -b- in posizione iniziale (bentu, binu, boe) e intervocalica (abile); quando p>b si trascrive come p- a inizio parola (pane, petza) e -b- all’interno (abe, cabu, saba);
[b], come -bb- in posizione intevocalica (abba, ebba);
[t], come -t- (gattu, fattu, narat, tempus); quando th>t nella sola variante logudorese come -t- o -tt- (tiu, petta, puttu); Nella LSC e nella LSU viene sostituita dal gruppo [ʦ] (tziu, petza, putzu);
[d], come -d- in posizione iniziale (dente, die, domo) e intervocalica (ladu, meda, seda); quando t>d si trascrive come t- a inizio parola (tempus) e -d- all’interno (roda, bidru, pedra, pradu); la finale t della flessione del verbo può, a seconda della varietà, essere pronunciata d ma si trascrive t (narada>narat).
[ɖɖ] cacuminale, come -dd- (sedda); La d può avere suono cacuminale anche nel gruppo [nɖ] (cando).
[f], come -f- (femina, unfrare);
[v], come -f- in posizione iniziale (femina) e come -v- intervocalica (avvisu) e nei cultismi (violentzia, violinu);
[k] velare, come -ca- (cane), -co- (coa), -cu- (coddu, cuadru), -che- (chessa), -chi- (chida), -c- (cresia); non si usa mai la -q-, sostituita dalla -c- (cuadru, camp.acua)
[g] velare, come -ga- (gana), -go- (gosu), -gu- (agu, largu, longu, angulu, argumentu), -ghe- (lughe, aghedu, arghentu, pranghende), -ghi- (àghina, inghiriare), -g- (gloria, ingresu);
[ʧ], nella sola varietà campidanese come -ce- (celu, centu), -ci- (becciu);
[ʤ], come -gia-, -gio-, -giu-; Nella LSC sostituisce il gruppo logudorese-nuorese [ʣ] della LSU e il [ɣ] del nuorese (fizu>figiu, azu>agiu, zogu/jogu>giogu, zaganu/jaganu>giaganu, binza>bingia, anzone>angione, còrzu/còrju>còrgiu, frearzu/frearju>freargiu)
[ʦ] sorda o aspra (ital. pezzo), come -tz- (tziu, petza, putzu); Nella LSC e nella LSU sostituisce il gruppo nuorese [θ] e il corrispondente logudorese [t] (thiu/tiu>tziu, petha/petta>petza, puthu/puttu>putzu); nella scrittura tradizionale il digramma tz- non compariva mai a inizio parola. Compare inoltre nei termini di influenza e derivazione italiana (ad es. tzitade da cittade) di cui sostituisce la c /ʧ/ sonora (suono non presente nel sardo originario) al posto del suono velare nativo /k/ (ant.kitade).
[ʣ], come -z- (zeru, organizare); Nella variante locale logudorese/nuorese e nella LSU come -z- (fizu, azu, zogu, binza, frearzu); Nella LSC viene sostituita dal gruppo [ʤ] (figiu, agiu, giogu, bingia, freargiu);
[s] e [ss], come -s- e -ss- (essire);
[z], come -s- (rosa, pesare);
[θ], nella sola variante nuorese come -th- (thiu, petha, puthu); Nella LSC e nella LSU viene sostituita dal gruppo [ʦ] (tziu, petza, putzu);
[ʒ] (franc. jour), nella sola variante campidanese, sempre come c- a inizio parola (celu, centu, cidru) e come -x- all’interno (luxi, nuraxi, Biddexidru);
[r], come -r- (caru, carru);
Documenti in sardo medioevale e antico
Il sardo (nelle due varianti logudorese e campidanese) nel periodo medioevale ha costituito la lingua ufficiale dei Giudicati dell’isola, anticipando l’emancipazione le altre lingue neolatine. Presentava ovviamente un maggior numero di arcaismi e latinismi rispetto alla lingua attuale, l’utilizzo di caratteri oggi entrati in disuso nonché in diversi documenti una grafia della lingua scritta che risentiva degli influssi degli scrivani, spesso toscani, genovesi o catalani. Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia (1303-1305) ne riferisce (Lib. I, XI, 7) e espelle criticamente i sardi, a rigore non italici, in quanto non hanno volgare e imitano scimmiottando il latino (dicono “domus nova” e “dominus meus”):
« Sardos etiam, qui non Latii sunt sed Latiis associandi videntur, eiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tanquam simie homines imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur »
Il primo documento scritto in cui compaiono elementi della lingua sarda risale al 1063 e si tratta dell’atto di donazione da parte di Barisone I di Torres indirizzato all’abate Desiderio a favore dell’abbazia di Montecassino. (“Archivio Cassinense Perg. Caps. XI, n. 11 ” e “TOLA P., Codice Diplomatico della Sardegna, I, Sassari, 1984, p. 153″)
Il primo documento scritto in lingua sarda è la Carta Volgare (1070/1080) in antico campidanese.
Del periodo 1080-1085 è invece il Privilegio logudorese conservato presso l’Archivio di Stato di Pisa:
« In nomine Domini amen. Ego iudice Mariano de Lacon fazo ista carta ad onore de omnes homines de Pisas pro xu toloneu ci mi pecterunt: e ego donolislu pro ca lis so ego amicu caru e itsos a mimi; ci nullu imperatore ci lu aet potestare istu locu de non (n)apat comiatu de leuarelis toloneu in placitu: de non occidere pisanu ingratis: e ccausa ipsoro ci lis aem leuare ingratis, de facerlis iustitia inperatore ci nce aet exere intu locu… »
Agli anni compresi tra il 1089 e il 1103 risale la Donazione di Torchitorio, ancora in antico campidanese, proveniente dalla chiesa di San Saturnino nella diocesi di Cagliari e conservata negli Archivi Dipartimentali delle Bouches-du Rhone a Marsiglia:
« E inper(a)tor(e) ki l ati kastikari ista delegantzia e fagere kantu narat ista carta siat benedittu… »
Atto tra il Vescovo di Civita Bernardo e Benedetto, amministratore della Primaziale di Pisa, in logudorese (1173):
« Ego Benedictus operaius de Santa Maria de Pisas Ki la fatho custa carta cum voluntate di Domino e de Santa Maria e de Santa Simplichi e de indice Barusone de Gallul e de sa muliere donna Elene de Laccu Reina appit kertu piscupu Bernardu de Kivita, cum Iovanne operariu e mecum e cum Previtero Monte Magno Kercate nocus pro Santa Maria de vignolas… et pro sa doma de VillaAlba e de Gisalle cum omnia pertinentia is soro…. essende facta custa campania cun sii Piscupu a boluntate de pare torraremus su Piscupu sa domo de Gisalle pro omnia sua e de sos clericos suos, e issa domo de Villa Alba, pro precu Kindoli mandarun sos consolos, e nois demus illi duas ankillas, ki farmi cojuvatas, suna cun servo suo in loco de rnola, e sattera in templo cun servii de malu sennu: a suna naran Maria Trivillo, a sattera jorgia Furchille, suna fuit de sa domo de Villa Alba, e sattera fuit de Santu Petru de Surake ……. Testes Judike Barusone, Episcopu Jovanni de Galtellì, e Prite Petru I upu e Gosantine Troppis e prite Marchu e prite Natale e prite Gosantino Gulpio e prite Gomita Gatta e prite Comita Prias e Gerardu de Conettu …….. e atteros rneta testes. Anno dom.milles.centes.septuag.tertio »
La seconda Carta Marsigliese in campidanese (1190-1206) conservata negli Archivi del Dipartimento delle Bouches-du-Rhône:
« In nomine de Pater et Filiu et Sanctu Ispiritu. Ego iudigi Salusi de Lacunu cun muiere mea donna (Ad)elasia, uoluntate de Donnu Deu potestando parte de KKaralis, assolbu llu Arresmundu, priori de sanctu Saturru, a fagiri si carta in co bolit. Et ego Arresmundu, l(eba)nd(u) ass(o)ltura daba (su) donnu miu iudegi Salusi de Lacunu, ki mi illu castigit Donnu Deu balaus (a)nnus rt bonus et a issi et a (muiere) sua, fazzu mi carta pro kertu ki fegi cun isus de Maara pro su saltu ubi si (…. ….)ari zizimi (..) Maara, ki est de sanctu Saturru. Intrei in kertu cun isus de Maara ca mi machelaa(nt) in issu saltu miu (et canpa)niarunt si megu, c’auea cun istimonius bonus ki furunt armadus a iurari, pro cantu kertàà cun, ca fuit totu de sanctu Sat(ur)ru su saltu. Et derunt mi in issu canpaniu daa petra de mama et filia derectu a ssu runcu terra de Gosantini de Baniu et derectu a bruncu d’argillas e derectu a piskina d’arenas e leuat cabizali derectu a sa bia de carru de su mudeglu et clonpit a su cabizali de uentu dextru de ssa doméstia de donnigellu Cumitayet leuet tuduy su cabizali et essit a ssas zinnigas de moori de silba, lassandu a manca serriu et clonpit deretu a ssu pizariu de sellas, ubi posirus sa dìì su tremini et leuat sa bia maiori de genna (de sa) terra al(ba et) lebat su moori (…) a sa terra de sanctu Saturru, lassandu lla issa a manca et lebat su moori lassandu a (manca) sas cortis d’oriinas de(….)si. Et apirus cummentu in su campaniu, ki fegir(us), d’arari issus sas terras ipsoru ki sunt in su saltu miu et (ll)u castiari s(u) saltu et issus hominis mius de Sinnay arari sas terras mias et issas terras issoru ki sunt in saltu de ssus et issus castiari su saltu(u i)ssoru. Custu fegirus plagendu mi a mimi et a issus homi(nis) mius de Sinnay et de totu billa de Maara. Istimonius ki furunt a ssegari su saltu de pari (et) a poniri sus treminis, donnu Cumita de Lacun, ki fut curatori de Canpitanu, Cumita d’Orrù (…….)du, A. Sufreri et Iohanni de Serra, filiu de su curatori, Petru Soriga et Gosantini Toccu Mullina, M(……..)gi Calcaniu de Pirri, C. de Solanas, C. Pullu de Dergei, Iorgi Cabra de Kerarius, Iorgi Sartoris, Laurenz(…..)ius, G. Toccu de Kerarius et P. Marzu de Quartu iossu et prebiteru Albuki de Kibullas et P. de zZippari et M. Gregu, M. de Sogus de Palma et G. Corsu de sancta Ilia et A. Carena, G. Artea de Palma et Oliueri de Kkarda (….) pisanu et issu gonpanioni. Et sunt istimonius de logu Arzzoccu de Maroniu et Gonnari de Laco(n) mancosu et Trogotori Dezzori de Dolia. Et est facta custa carta abendu si lla iudegi a manu sua sa curatoria de Canpitanu pro logu salbadori (et) ki ll’(aet) deuertere, apat anathema (daba) Pater et Filiu et Sanctu Ispiritu, daba XII Appostolos et IIII Euangelistas, XVI Prophetas, XXIV Seniores, CCC(XVIII) Sanctus Patris et sorti apat cun Iuda in ifernum inferiori. Siat et F. I. A. T. »
Statuti Sassaresi in logudorese (1316):
« Vois messer N. electu potestate assu regimentu dessa terra de Sassari daue su altu Cumone de Janna azes jurare a sancta dei evangelia, qui fina assu termen a bois ordinatu bene et lejalmente azes facher su offitiu potestaria in sa dicta terra de Sassari… »
Carta de Logu del Regno di Arborea (1355-1376):
« Item ordinamus et constituimus qui ssos officiales dessu Regnu nostru, over curadores qui anti essiri in sas contradas, siant te-nudos de pregontari sos iurados de caschaduna villa tres boltas de s’annu, et non plus, prossas furas et largas qui si anti faguiri in billa over in aidaçoni dessa dita villa, et prossos corgios qui anti esser accatados in sas domos, (sí) qui ssos officiales dessu Regnu over curadores qui anti esser in sas contradas poçant bature per iscriptu su pregontu et issu qui anti avir naradu sos iurados et issu qui anti avir fatu secundu re-xoni dessas furas et dessas largas, et prossas maquicias; (sí) qui sos dittos officiales o curado(re)s qui anti esser in sas contradas (poçant) fagiri rexoni assa camara nostra tres boltas in s’annu, ço est pro corona de logu de Santu Marchu et pro corona de Santu Nicola, et pro corona de Palma.
Constituimus et ordinamus qui sos officialis de Regnu over curadores c’ant esser in sas contradas siant tenu-dos de pregontare sos iurados de ciaschuna villa tres voltas s’annu, et non plus, pro sas furas et pro sas largas qui s’ant faghere in sa villa, o in sa aidationi de sa villa, et pro sos corgios qui ant esser acatados in sas domos, sí (qui) cussos officia-lis de Rennu o curadores c’ant essere in sas contradas pozant ba- tire per iscritu su pregontu, et issu c’ant avire naradu sos iura-dos, et ipsu c’ant avire factu secundo ragione de sas furas et de sas largas et de sas maquicias, sí qui sus dictos officiales <o> cu-radores c’ant essere in sas contradas indi pozant faghere ragio-ne a sa camera tres voltas s’annu, zo est pro corona de loghu de Sancto Marcho, et pro corona de Sancto Nichola, et pro corona de Plama.
Item ordinamus qui alcuno mercanti de Aristanis ne alcuna atera persone non depiat comporare alcuno corju de boe o de vaca o de cavallu o de ebba o d(e) molenti, si non est sig-nadu cun su signu qui est ordinadu; ed (e)cusu ad qui at (e)sere provadu qui l’at comporare, qui non eseret sinnadu secundu qu’est or-dinadu, et est illi acatadu su corju, si nd’est binquidu, pagit su dampnu ade cui at esere, et sollos .C. a sa Corti nostra per cascuno corju, secundu qui in sus ditus capitullus si contenet »
Antonio Cano (1400-1470) – Sa vita et sa morte et passione de Sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (XV secolo, pubbl. 1557):
« Tando su rey barbaru su cane renegadu / de custa resposta multu restayt iradu / & issu martiriu fetit apparigiare / itu su quale fesit fortemente ligare / sos sanctos martires cum bonas catenas / qui li segaant sos ossos cum sas veinas / & totu sas carnes cum petenes de linu »
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Posted on 20 gennaio 2011.
Quadernos
de sos tribagliadores …
a cura dell’Ufficio Studi “Nino Gramsci”
SAS GENERATZIONES NOAS
Riflessiones politigas de Pietro Secchia
Pietro Secchia
Le nuove generazioni
Santu Andrìa 2008
| Cando, comente in custas dies, sos giovanos tuccant a gherrare e paret chi nudda e nisciunu los potat firmare … tanto … sas mamas e-i sos babbos de sa generazione mea, chi sunt bistados e sunt militantes politigos, si devent firmare a istudiare … |
Nos sunt parfidod de grande valore, custos pensamentos de Pietro Secchia, e los pubbricamus isperende de fagher cosa gradida a sos tribagliadores … (a.m.)
Dei giovani e delle nuove generazioni se ne parla e se n’è parlato spesso, da più parti e in ogni epoca, ripetendo non di rado le stesse cose.
Quando oggi se ne parla, alcuni pensano che ci si riferisca ai «gruppuscoli», quasi che questi rappresentino la maggioranza della gioventù contemporanea o, addirittura, le nuove generazioni nel loro complesso.
Altri ritiene che ci si riferisca agli studenti. Ma anche gli studenti, per quanto rappresentino una massa non trascurabile (scuole medie, istituti superiori e università) si contano a centinaia di migliaia, mentre una generazione conta milioni di individui. Agli studenti occorre aggiungere gli operai, i contadini, gli impiegati, i commessi e altre categorie di giovani lavoratori.
Intanto, che cos’è una generazione? È difficile stabilirlo con le cifre. La nozione di generazione alla quale qui ci si riferisce non è cronologica o statistica, ma politica.
«Quand’è che noi diciamo che vi è una nuova generazione? Dopo 20 anni, 25, 30? Non è così che si pone il problema. Se si ricorre agli esempi storici, si può constatare che in molti casi grandi differenze intercorrono tra una generazione e un’altra, e in questo caso già s’intende per generazione il periodo in cui si attua una svolta nell’orientamento delle masse giovanili. Quando scomparve Napoleone dalla scena politica della Francia, tutta la popolazione francese, gioventù compresa, era antinapoleonica. Ne aveva abbastanza delle guerre, dei massacri, della confusione del regime napoleonico e voleva la tranquillità. Passano 15-20 anni e una generazione “napoleonica” si fa avanti, nella quale rivivono i ricordi della grandezza passata. È evidente, non è solo questo il fattore della trasformazione, ma il fatto che la restaurazione non ha risolto i problemi che doveva risolvere e quindi sono venuti alla luce problemi nuovi, che spingono a muoversi in una direzione nuova. Da noi in Italia dopo il 1850 vi è pure una svolta di generazione. La generazione carbonara e mazziniana passa in secondo piano rispetto a una generazione nuova. Il problema non è dunque di date e di anni, ma di orientamento e di contenuto ideale. (…) Si può parlare di una generazione nuova quando si manifestino nell’orientamento ideale e pratico degli uomini e delle donne che si affacciano come giovani alla vita, determinati elementi omogenei e nuovi che si sono accumulati per il maturare di nuovi problemi.» (1)
In questi anni, nell’esame dei contrasti e dei dibattiti tra giovani e anziani c’è chi ha discettato sul fatto se si possa parlare di lotta di classe o di conflitti tra generazioni, quasiché l’una cosa si contrapponga all’altra.
La forza motrice della società è senza dubbio la lotta di classe, ma esistono pure le generazioni e i conflitti tra generazioni che si inseriscono e si fondono nella lotta di classe.
Non si può a parere mio opporre la lotta di classe alla lotta tra generazioni. Ritengo che, nell’esame dei grandi movimenti che in ogni epoca diedero una spinta alla società, l’elemento fondamentale sia stato la lotta di classe che si esprimeva anche in un conflitto tra generazioni diverse.
Infatti gli uomini sono divisi non soltanto in classi contrapposte, ma anche nel tempo. Uno storico comunista caduto nella Resistenza francese, Marc Bloch, ha scritto: «Gli uomini somigliano più ai loro tempi che ai loro padri». La verità di quest’affermazione è provata quotidianamente dal fatto che quasi sempre i figli (anche di genitori non vecchi) sono contestatori di fronte ai loro padri. In altre parole i giovani s’intendono assai meglio tra loro che non con i loro padri.
La gioventù evidentemente non costituisce una classe. I giovani operai e i giovani contadini, così come i giovani figli degli industriali, sono in genere legati alla propria classe. Ma i giovani hanno alcune altre caratteristiche comuni che li pongono in una posizione particolare, sia nelle scuole che nella produzione, e verso i loro compagni adulti. Non sono una classe, ma costituiscono un gruppo sociale con caratteristiche proprie, interessi ed elementi comuni. I giovani tendono inoltre ad affermare in modo più spiccato la propria personalità.
«La gioventù è disinteressata nei pensieri e nei sentimenti, quindi pensa e sente più profonda la verità; e non è avara di sé quando occorra arditamente confessare una fede o propugnarla. I vecchi sono egoisti e pusillanimi; essi pensano più agli interessi dei loro capitali che agli interessi dell’umanità, lasciano la loro navicella scendere tranquilla e poco si curano del marinaio che in alto mare, nel canale della vita, lotta con le onde; e forse raccontano come anche loro in gioventù avevano cozzato col muro, ma che dopo s’erano con esso riconciliati, perché il muro era l’assoluto, la legge, ciò che esiste in sé e per sé, ciò che perché esiste è anche razionale». (2)
Non si tratta naturalmente di adulare né di solleticare la simpatia dei giovani: coloro che tendono a questi scopi non certo disinteressati, sono portati a idealizzare la virtù dei giovani. Senza dubbio la gioventù ha in comune molte caratteristiche nobili e positive: lo slancio, il coraggio, il disinteresse, lo spirito di sacrificio per una causa. Ma la gioventù ha anche difetti che derivano dalla sua stessa natura, dal suo stesso organismo che ha bisogno di prendere molto e dare poco.
La gioventù può essere dunque a un tempo idealista ed egoista, ardente e fredda, entusiasta e insensibile, generosa e crudele, accessibile al fanatismo e portata al tempo stesso alla leggerezza e alla spensieratezza. Obbedisce facilmente all’impeto della violenza, ama molto la libertà (specie la propria) e non attribuisce gran valore alla vita (soprattutto a quella degli altri). I giovani, quando non sono vecchi innanzi tempo amano andare contro corrente e seguire una bandiera di opposizione e di battaglia, anche se non sempre si tratta di una giusta scelta.
Che Du Xin, che fu il primo segretario generale del Partito Comunista cinese dal 1921 al 1927, ha scritto: «La gioventù è come l’inizio della primavera, il sorgere del sole, il germogliare degli alberi e dell’erba, come una lama appena affilata; è il periodo più prezioso della vita.
La funzione della gioventù nella società è la stessa che ha una cellula fresca e vitale nel corpo umano. Nel processo di metabolismo ciò che è vecchio e consumato viene incessantemente eliminato per essere sostituito da ciò che è fresco e vivente. Se il metabolismo funziona bene in un corpo umano, la persona sarà più sana; se invece le cellule vecchie e consunte si accumulano e riempiono il corpo, la persona morirà». (3)
Ma si potrebbero fare in proposito mille citazioni, da Lenin a Stalin e a Mao Tse-tung, da Croce a Gramsci e a Togliatti. Il De Sanctis, descrivendo un’altra epoca storica, dice che i giovani chiamavano i vecchi «pedanti» e che i vecchi li ricambiavano con nome di «ciarlatani»; e osserva che c’era del vero nella taccia reciproca, perché il vecchio ha sempre del pedantesco e il nuovo del ciarlatanesco, e il vizio di ciascun indirizzo non rimane celato all’occhio acuto dall’avversario.
Nel 1901, rivolgendosi a sua volta ai giovani, Francesco S. Nitti diceva:
«O giovani d’Italia, non amate ciò che è vano, non amate ciò che è vecchio. L’Italia nostra ha la sua povertà presente ed è rude peso, ma ha un peso assai più duro sotto cui piega, ed è il pregiudizio. (…)
Non sperate, o giovani, che in voi stessi; nulla attendete dagli uomini del passato; voi che siete la verità e la forza, non vi rivolgete addietro se l’avvenire vi tenta». (4)
Non è certo un caso che tutte le rivoluzioni e i moti insurrezionali di cui si ha memoria siano stati compiuti da uomini e da partiti giovani.
Senza risalire alla Rivoluzione francese che vide un giovane di 26 anni, il Saint-Just, alla Tribuna della Convenzione giudicare e condannare tutto un vecchio mondo imputridito e persino un re; senza risalire alle guerre napoleoniche al cui inizio, è noto, i generali austriaci disprezzavano il ventisettenne Bonaparte circondato da marescialli ancor più giovani di lui, come sogliono fare in genere i vecchi verso i giovani perché essi credono che l’esperienza nella vita sia tutto e dimenticano che l’impeto, l’audacia, la vigoria dei giovani hanno spesso un valore decisivo; senza risalire alla Comune di Parigi è sufficiente, per restare alle cose di casa nostra, ricordare le lotte del Risorgimento e per l’unità d’Italia, che ebbero per protagonisti d’avanguardia Mazzini e Garibaldi.
Oltre la metà dei Mille di Garibaldi erano Cacciatori delle Alpi, la cui età andava dai 17 ai 20 anni, e gli altri erano «veterani» che non superavano i 25 anni. Dal punto di vista sociale il 50 per cento di quei garibaldini erano professionisti, l’altra metà artigiani o operai delle città. (5) E aveva ragione Garibaldi di affermare orgogliosamente come quei Mille avessero potuto aver ragione di oltre ventimila borbonici.
«Com’eran belli – Italia – i tuoi Mille! In borghese, pugnando contro i piumati, gli indorati sgherri, spingendoli davanti a loro come se fosse un gregge. Belli! Belli! E vario vestiti, come si trovavano nelle loro officine quando chiamati dalla tromba del dovere!
Belli, belli erano, con l’abito e con il cappello dello studente, colla veste più modesta del muratore, del carpentiere, del fabbro. E davanti a quella non uniformata, pochissimo disciplinata gente, fuggivano i grassi argentati, spallinati venditori della coscienza». (6)
I giovani socialisti
Con un balzo giustificato soltanto dai limiti di questo saggio, arriviamo al 1900, nel momento di una grande «svolta» dopo la bufera reazionaria del 1898.
È all’inizio del 1900 che i circoli giovanili socialisti cominciano a svilupparsi e a raggrupparsi in una Federazione nazionale che tiene il suo primo congresso a Firenze nel 1902 e pubblica «La Gioventù socialista”. Questa si trasferisce nel 1903 a Milano e nel 1905 a Roma, dove si tiene anche il secondo Congresso della Federazione giovanile socialista.
Caratteristica di questo movimento giovanile socialista è che esso non è un piccolo partito di giovani, una scimmiottatura di quello adulto. Non ha nulla a che vedere neppure con i movimenti goliardici della gioventù borghese e nulla – scriveva Arturo Vella – «del romantico idealismo dei nostri padri che furono giovani attorno a Garibaldi, a Mazzini, ad Andrea Costa».
Si trattava di una nuova generazione che entrava nella lotta con lo sviluppo industriale dell’Italia, con l’entrata dei minorenni nelle fabbriche, con un orientamento di classe che cercava la sua giustizia, i suoi diritti contro lo sfruttamento padronale, la sua libertà contro l’oppressione.
Erano i giovani che facevano conoscenza col marxismo. Infatti è nella stessa epoca che il movimento giovanile socialista nasce in Belgio sotto il nome di «Giovani guardie»; di là si sviluppa rapidamente in Germania diretto da Karl Liebknecht, poi in Francia, nella Svezia, in Svizzera e in Austria, per fermarci all’Europa occidentale. Ché, se dovessimo parlare della Russia, dovremmo riandare più indietro, a movimenti rivoluzionari che nel XIX secolo avevano attirato e mosso soprattutto la gioventù. E nel febbraio 1901 Lenin scriveva sull’«Iskra»:
«La classe operaia è già insorta a lottare per la sua emancipazione. E deve comprendere che questa grande lotta le impone grandi obblighi, che non può liberarsi dal dispotismo senza liberare al tempo stesso tutto il popolo e che, innanzi tutto e soprattutto, deve associarsi ad ogni protesta politica e sostenerla con qualunque mezzo. I migliori rappresentanti delle nostre classi colte hanno dimostrato e segnato col sangue di migliaia di rivoluzionari catturati dal governo la loro capacità e la loro volontà di scuotere dai piedi la polvere della società borghese e di entrare nelle file socialiste. E l’operaio il quale può assistere con indifferenza all’invio delle truppe governative contro giovani studenti non è degno del nome di socialista. Lo studente ha aiutato l’operaio e l’operaio deve aiutare lo studente.
Il governo vuole ingannare il popolo, dichiarando che si vogliono proteste politiche semplicemente per fare chiasso. Gli operai devono dichiarare pubblicamente e spiegare alle grandi masse che si tratta di una menzogna, che il vero focolaio della violenza, del disordine e degli eccessi è il governo autocratico russo, è l’arbitrio della polizia e dei funzionari». (7)
È questo il periodo in cui, anche in Italia, i giovani socialisti intensificano la loro propaganda e i loro dirigenti sono processati dai tribunali, perquisiti nei loro domicili, arrestati nelle fabbriche e nei loro convegni.
Nelle lotte tra le varie correnti e frazioni che, in quegli anni, si fanno aspre all’interno del Partito socialista, i giovani parteggiano sempre per quelle di sinistra, contro il riformismo e l’opportunismo.
Due correnti si scontrarono furiosamente nel 1907 anche in seno alla Federazione giovanile. I cosiddetti «sindacalisti», capeggiati da Paolo Orano, Michele Bianchi e Alceste De Ambris (e finiti poi, a eccezione di quest’ultimo e di altri che lo seguirono, quasi tutti nelle file del fascismo), sfruttando l’influenza esercitata sui giovani sindacalisti intendevano infliggere un colpo mortale al Partito socialista. Ma i giovani socialisti (allora guidati da Arturo Vella, Demos Altobelli e Virginio Mariscotti) non si lasciarono ingannare e nel 1907, al congresso di Bologna, espulsero i sindacalisti, crearono la Federazione giovanile socialista e la collegarono al Partito socialista, fissandone il programma nel motto: «Col partito e per il proletariato».
Da allora cominciò a uscire «Avanguardia», un settimanale battagliero che sostenne sempre la lotta contro le posizioni riformiste e collaborazioniste. Non è qui la sede per fare la storia dei successivi congressi della Federazione giovanile socialista e delle relative decisioni, da quello del 1909 (Reggio Emilia) a quello del 1911 (Firenze), del 1913 (Bologna), del 1915 (Reggio Emilia) e del 1917 (Firenze), fino ad arrivare a quello della scissione del 1921 che avrebbe deciso l’adesione pressoché totale della F.G.S. al P.C.I.
È sufficiente rilevare come il movimento giovanile in Italia si sia sempre caratterizzato per la sua combattività e per il suo orientamento a sinistra, prendendo sempre posizioni per le tesi più intransigenti; e al tempo stesso occupandosi dei problemi più delicati della vita italiana, come quello della Democrazia cristiana, o con l’osteggiare decisamente la Massoneria, cancro roditore dell’unità e dell’autonomia del vecchio socialismo collaborazionista. Nel 1911 i giovani socialisti combatterono decisamente contro la guerra libica che non fu con eguale decisione osteggiata e combattuta dal Partito socialista, così come essi lottarono qualche anno dopo contro la prima guerra mondiale e contro l’intervento armato dell’Italia in un sanguinoso conflitto che, malgrado tutte le mascherature nazionaliste, era chiaramente imperialista. I giovani socialisti italiani furono tra i pochi in Europa che non dettero neppure una minoranza favorevole alla guerra cosiddetta «fascinatrice». Coloro che nel 1914-1918, in seno ai partiti socialisti europei, lottarono contro la guerra erano d’altra parte piccole minoranze. Di Liebknecht si diceva che era «solo come nessun uomo fu solo». Lenin scriveva intanto i suoi articoli contro la guerra e il tradimento della socialdemocrazia, articoli che sarebbero poi stati raccolti nel volume di Lenin-Zinoviev intitolato «Controcorrente” (Parigi, 1926).
Il marxismo non ha mai fatto del successo immediato la misura della verità. Una politica è giusta indipendentemente dal successo immediato, nella misura in cui essa rappresenta gli interessi reali della classe su cui si appoggia.
I comunisti hanno l’ambizione di conquistare alle loro idee la maggioranza del popolo, ma non sono così ingenui da pensare che questa conquista possa farsi in modo regolare e tanto meno spontaneo, su una strada piana e ben lastricata, senza ostacoli e dirupi scoscesi. Se si dimenticano questi dati elementari si falsifica la storia, si falsifica il marxismo.
Nel 1914-1918 chi aveva ragione? Nessuno oggi può negare che la verità stava dalla parte di un pugno di socialisti internazionalisti, che in ogni paese erano piccole minoranze, mentre avevano torto i socialisti riformisti che rappresentavano la grande maggioranza dei partiti aderenti alla Seconda Internazionale e che trascinarono, ingannandola, la classe operaia a fianco della borghesia nella guerra imperialista.
La Rivoluzione d’Ottobre
Con questi precedenti si spiega la grande influenza avuta in Italia e particolarmente sui giovani dalla Rivoluzione d’Ottobre. I giovani, e non solo in Italia, trovarono in Lenin il loro «capo», la guida ideologica, l’organizzatore della Rivoluzione. I partiti comunisti sorti alcuni anni dopo, nel 1920-21, furono partiti di giovaniche non ne volevano più sapere di tutto quanto era vecchio e superato. Se così non fosse stato, le scissioni si sarebbero verificate con caratteristiche diverse, non avrebbero spezzato i partiti socialisti con un taglio netto: da una parte i giovani e dall’altra gli anziani e i vecchi.
Se le scissioni in Italia, Francia, Germania e negli altri paesi d’Europa fossero state soltanto la conseguenza di dibattiti dottrinali, Lenin avrebbe dovuto essere meglio compreso dagli anziani, i quali da anni dibattevano le questioni (riforme o rivoluzione) che dividevano i riformisti e i gradualisti dai rivoluzionari. Erano gli anziani che, meglio dei giovani, conoscevano i contrasti fra le diverse frazioni del Partito socialista e del movimento internazionale. Il fatto è che la Rivoluzione d’Ottobre (come in questi anni la Rivoluzione Cinese, l’eroica lotta nel Vietnam e le lotte di liberazione dei popoli oppressi in Asia, in Africa e nell’America Latina) esercitò allora sulla gioventù un’influenza assai maggiore che non tutte le polemiche contro il revisionismo e il riformismo che duravano da anni.
«Il nullismo opportunista e riformista – scriveva Gramsci – che ha dominato il Partito socialista italiano per decine e decine di anni e oggi irride con lo scetticismo beffardo della senilità agli sforzi della nuova generazione e al tumulto delle passioni suscitato dalla rivoluzione bolscevica, dovrebbe fare un piccolo esame di coscienza sulle sue responsabilità e la sua incapacità a studiare, a comprendere, a svolgere azione educativa.
Noi giovani dobbiamo saper rinnegare questi uomini del passato. [...] Cosa hanno creato, che cosa ci hanno lasciato da tramandare? La gioventù intellettuale socialista italiana, che non ha legame alcuno con questi uomini del passato, con questi intellettuali piccolo-borghesi, che è libera da pregiudizi e tradizioni, che ha acquistato maturità nella passione della guerra e carattere rivoluzionario nello studio della rivoluzione bolscevica, è chiamata a creare quella produzione che è specifica della sua attività storica: idee, miti, audacia di pensiero e di azione rivoluzionaria per la fondazione della Repubblica soviettista italiana». (8)
Anche alcuni anni dopo, nel 1926, quando in occasione del primo anniversario della morte di G. M. Serrati, con più matura riflessione Gramsci ritornò con accenti autocritici sull’argomento, riconoscendo che forse si era troppo incrudelito contro le vecchie generazioni che pure avevano lottato per formare un’organizzazione, un partito e una tradizione, riconfermò la funzione che i giovani avevano avuto nella fondazione del P.C.I.:
«In verità la nostra generazione, appunto perché troppo giovane, appunto perché non si era potuta appassionare all’opera dei primi pionieri, poteva percepire più distintamente l’insufficienza della vecchia generazione a svolgere i compiti resi necessari dall’approssimarsi della bufera reazionaria». (9)
La reazione
A questo punto viene a proposito il precisare che non sempre la gioventù, nei suoi slanci tumultuosi e ribellistici, si schiera dalla parte giusta, non sempre si orienta a sinistra. In Francia, ad esempio, all’indomani delle giornate del febbraio 1848 e della proclamazione della Seconda Repubblica, l’aristocrazia finanziaria benché battuta riuscì a influenzare il governo provvisorio. Questo costituì 24 battaglioni della Guardia Mobile parigina, ognuno composto da mille giovani dai 18 ai 20 anni, tutti figli di lavoratori, ma inquadrati da ufficiali professionisti figli della grande borghesia.
Gli operai parigini applaudivano a questi giovani come se si trattasse di una «Guardia proletaria» e non si accorsero quando un’abile propaganda li orientò a poco a poco contro di loro. Sicché furono appunto questi giovani della «Guardia Mobile» parigina che, nelle giornate del giugno 1848, costituirono le truppe d’assalto contro le barricate popolari, fucilarono i loro padri e i loro fratelli, schiacciarono la classe operaia parigina.
Ma senza risalire al 1848, basta ricordare il fascismo di Mussolini e il nazismo di Hitler che riuscirono, entrambi, a conquistare le nuove generazioni con un’abile propaganda.
«Il fascismo – come recentemente ha ricordato Luigi Longo – non solo sfruttò il malcontento e le aspirazioni di certi strati popolari, ma speculò anche sui loro migliori sentimenti, sulle stesse tradizioni rivoluzionarie e ribellistiche delle classi lavoratrici italiane, sui sentimenti nazionali resi più acuti dalla guerra e dai trattati di pace imperialistici. Basta ricordare che il fascismo aveva iniziato la sua propaganda con accenti sociali e repubblicani estremamente demagogici. Parlava di Assemblea Costituente, di Repubblica, di soppressione del Senato, di scioglimento dell’esercito, di creazione della nazione armata, di terra ai contadini, ecc. Tutto il contrario, cioè, di quello che poi fece una volta arrivato al potere». (10)
Specialmente Hitler riuscì a catturare con la demagogia, in nome dell’«ordine nuovo»nazionalsocialista, gran parte della gioventù. Questa fu la forza d’urto del regime fascista tedesco. I giovani tedeschi costituirono la massa di manovra anche di quei reggimenti di assassini che erano le S.S. I milioni di giovani che Hitler riuscì a organizzare divennero criminali e la forza più barbara di sostegno del regime. Ma nel 1920 erano trascorsi vent’anni dalla «svolta» del 1900, c’erano stati in Italia la guerra libica e l’intervento nella prima guerra mondiale; gli ex combattenti, ai quali nel momento del pericolo e dell’invasione del suolo nazionale (dopo la rotta di Caporetto) la grande borghesia aveva promesso la terra e rinnovate condizioni di vita, erano giustamente indignati. Le promesse non erano state mantenute. Anzi, mentre i grandi industriali e gli agrari si erano arricchiti, gli operai e i contadini erano ritornati dalle trincee feriti, mutilati, malandati in salute, disoccupati e più poveri di prima.
Di qui l’esasperazione che, negli uni, si esprimeva con 1a partecipazione attiva al movimento socialista, ma anche con moti ribellistici non organizzati e senza chiara prospettiva, con un susseguirsi di scioperi senza obbiettivi precisi; e negli altri, con la tendenza a orientarsi verso il fascismo il quale, demagogicamente, all’inizio prometteva loro la conquista violenta dei diritti di cui si sentivano defraudati. I giovani, soprattutto gli studenti chiamati all’azione dal fascismo, erano attratti da quel movimento; mossi da motivi «patriottici», da interessi di classe e anche per amore della violenza, molti diventeranno le avanguardie dello squadrismo. Alla loro testa erano per lo più ex ufficiali di estrazione borghese che si proponevano, nel clima generale rivoluzionario e di marcia a sinistra del 1919-20, un programma di restaurazione dell’autorità dello Stato che stava sfuggendo dalle mani della vecchia classe dirigente liberale.
Nel suo volume «Le lotte del lavoro», il liberale Luigi Einaudi ha scritto una pagina nella quale la «svolta» del 1900 e quella del 1920 vengono sinteticamente messe a confronto. Dopo aver descritto gli sforzi che nel 1897 e nel 1900 alcuni gruppi di operai italiani compivano per dare vita alle loro organizzazioni di classe e per sviluppare le loro lotte, Einaudi conclude:
«A tanta distanza di tempo, riandando con i ricordi a quegli anni giovanili, quando assistevo alle adunanze operaie sui terrazzi di via Milano a Genova e discorrevo alla sera in umili osterie dei villaggi biellesi con operai tessitori, mi esaltavo e mi commovevo. Quelli furono gli anni eroici del movimento operaio italiano.
Chi vide, raccapricciando, nel 1919-1920 le folle briache di saccheggi e di sangue per le vie delle grandi città italiane, non riconobbe i figli di quegli uomini che dal 1890 al 1900 nascevano alla vita collettiva, comprendevano la propria dignità di uomini ed erano convinti di dover rendersi degni della alta meta umana cui aspiravano.
Quel che erano allora gli operai che, attraverso a persecuzioni ed a carceri, capitanavano il movimento della loro classe, furono dal 1916 al 1921 i giovani ardenti che chiamarono gli operai alla riscossa contro il bolscevismo». (11)
Le considerazioni del «liberale» Luigi Einaudi che nel 1897-1900 non aveva celato le sue simpatie per gli scioperi degli operai biellesi e genovesi e per l’ascesa del movimento operaio, sono superficiali ed inaccettabili. La realtà è che, spostandosi sempre più a destra, nel 1919-1920 nel suo conservatorismo Einaudi non era più in grado di comprendere e di distinguere da quale parte stessero gli oppressi e da quale parte gli oppressori. Egli accomunava così in massa le folle «briache di saccheggio e di sangue», senza avere il coraggio di dire (neppure dopo la caduta del fascismo) che quei giovani «ardenti» che chiamavano gli italiani alla riscossa contro il bolscevismo, erano gli «squadristi», erano i fa- scisti ai quali i liberali prestarono il loro appoggio. È vero che gran parte di quei giovani erano trascinati a lottare contro il movimento operaio perché ingannati da un programma che il fascismo non avrebbe mai mantenuto, erano lo strumento dei grandi industriali che temevano «avanzata» della classe operaia e del socialismo.
Il cinismo di classe e la incapacità autocritica di Luigi Einaudi si stemperano in una amara considerazione non priva di qualche elemento di verità:
«Purtroppo la natura umana è cosiffatta da repugnare alla lunga il vivere quieto e tranquillo. Se questo dura a lungo, è la quiete della schiavitù, è la mortificazione dello spirito. Alla quiete, che è morte, è preferibile il travaglio che è vita». (12)
Ma gli anni eroici del movimento operaio, seppure sconfitto, non erano finiti. Durante l’intero ventennio della dittatura fascista, in Italia la gioventù comunista lottò contro il fascismo affrontando ilTribunale speciale, la tortura e la galera, organizzando scioperi e agitazioni, sia pure per diversi anni sporadiche e limitate, accorrendo in Spagna a battersi nelle Brigate Internazionali negli anni 1936-1938. Dobbiamo però riconoscere che si trattava di piccole minoranze, di fronte alla massa dei giovani che in tutto quel periodo e con i mezzi più diversi, il fascismo era riuscito a influenzare, a ingannare e a conquistare.
Fu soltanto nel 1942-1943 quando, in seguito alla crisi e alle sconfitte del regime, scesero in campo non più gruppi isolati e ristretti, ma leve intere di giovani, quelle leve che costituivano la nuova generazione cresciuta alla scuola stessa del fascismo, che per il regime cominciò a essere segnata la fine.
Dagli scioperi del marzo 1943 alla Resistenza molti giovani furono alla testa delle lotte di massa e della guerra partigiana. Si ebbe inoltre l’incontro tra antifascisti delle generazioni anziane e quelli delle nuove generazioni. L’80 per cento dei partigiani combattenti nella Resistenza (lo abbiamo documentato altre volte) furono giovani operai, contadini, studenti. È vero che in parte lessi erano antifascisti per tradizione, influenza familiare ecc., ma la maggioranza era cresciuta alla scuola del fascismo, nolenti o volenti essi avevano partecipato alle criminali imprese belliche del fascismo e di comunismo non conoscevano nulla.
I quadri dirigenti della Resistenza furono costituiti da antifascisti la cui età andava dai 30 ai 40 anni, ma 1’80 per cento dei combattenti erano giovani dai 18 ai 25 anni. Senza la partecipazione massiccia di questa gioventù la Resistenza non avrebbe avuto l’ampiezza e il peso che ha avuto, e i suoi limiti sarebbero stati assai maggiori.
Il male del secolo
La discussione sui giovani e sulle nuove generazioni riprese nell’immediato dopoguerra.
Non pochi «antifascisti» dell’ultima ora, gente che per vent’anni aveva dormito, risvegliandosi soltanto agli schianti dei busti abbattuti di Mussolini e dei bombardamenti che distruggevano le nostre città, e con essi non pochi corresponsabili del fascismo, dopo la Liberazione tentarono di rifarsi una verginità antifascista cercando di buttare sulle spalle dei giovani responsabilità e colpe che erano le loro.
Pochi giorni dopo il suo arrivo in Italia, Palmiro Togliatti reagiva vivacemente a tanta perfidia scrivendo sull’«Unità» del 9 aprile 1944:
«La prima cosa che si deve dire è che noi non abbiamo nessun rimprovero da fare ai giovani. Semmai sono i giovani che hanno dei rimproveri da fare a noi. Le giovani generazioni italiane sono state dal fascismo ingannate e tradite e, per riuscire a ingannarle e a tradirle, il fascismo le ha con la violenza isolate dalle grandi correnti moderne e progressive di pensiero e di azione. Sarebbe assurdo pretendere che i giovani italiani fossero diventati in vent’anni di fascismo, democratici o liberali, comunisti o socialisti, cioè avessero percorso per virtù loro un cammino che l’umanità impiegò decenni e secoli per percorrere».
Togliatti metteva giustamente in rilievo come le giovani generazioni fossero state ingannate da quei gruppi che, per divorare tutte le ricchezze del paese, avevano gettato l’Italia in una guerra antinazionale e di rapina, in una guerra nella quale i giovani erano stati le prime vittime. Non c’era nulla di strano – affermava Togliatti – nel fatto che masse di giovani dell’Italia meridionale, i quali praticamente non avevano conosciuto gli orrori del fascismo dopo 1’8 settembre 1943 né quelli dell’invasione tedesca, fossero disorientati e ancora incerti sulla strada da prendere.
«Non ultimo tra i motivi che determinano questa loro posizione è senza dubbio il sentirsi in un modo o nell’altro considerati da molti come particolarmente responsabili del fascismo. Ma è troppo comodo dare ai giovani le colpe che essi non hanno. Il fascismo fu il governo tirannico e antinazionale degli avidi gruppi privilegiati e della plutocrazia del nostro paese, ed è fare ai giovani un’offesa sanguinosa considerarli come autori e sostegno di questo regime, di cui essi furono, piuttosto, le vittime e lo zimbello».
Chi avesse voluto scendere sul terreno di individuare i responsabili di certi orientamenti ideologici, avrebbe semmai dovuto rivolgere l’accusa a quella generazione di intellettuali che, ancora prima della precedente guerra mondiale, dopo aver tanto strepitato intorno a un «rinnovamento» della vita italiana, era capitolata di fronte alle correnti corruttrici che avevano preso il sopravvento. La causa di certe degenerazioni bisognava cercarla nell’orientamento ideologico reazionario della classe dirigente italiana che aveva radici assai profonde nella storia del paese. Togliatti continuò affermando che:
«All’ordine del giorno è oggi in Italia un arrovesciamento di generazioni ed è nell’interesse di tutti che esso si renda consapevole e si compia rapidamente, in modo tale che faccia dei giovani, nel loro insieme, una forza avanzata nella lotta per distruggere il fascismo, per strapparne tutte le radici e spingere decisamente il nostro paese sulla via del progresso».
E, dopo aver indicato come da Roma in su, nell’Italia Centrale e al Nord, i giovani combattevano e costituivano il nerbo della resistenza nazionale contro i tedeschi, Togliatti concluse il suo articolo con questo ammonimento:
«Guai a noi se a questo impulso eroico che si è manifestato sul terreno dell’azione armata per la liberazione della patria non sapessimo far corrispondere un impulso di rinnovamento in tutti i campi della vita nazionale. I giovani avrebbero ragione di rivolgersi contro di noi, e un’altra volta li vedremmo finire miseramente, preda della menzogna imperialistica e fascista, strumento di fatali nuove avventure reazionarie». (13)
In un suo interessante discorso ai giovani, tenuto a Roma il 26 novembre 1944, Mauro Scoccimarro, allora ministro per l’Italia occupata, polemizzò con il liberale Benedetto Croce il quale aveva affermato che un problema dei giovani «non esisteva», dal momento che la funzione dei giovani era soltanto quella di «maturarsi, di divenire uomini». Perché, si chiedeva il compagno Scoccimarro, Benedetto Croce dimostrava tanta incomprensione riguardo ai giovani?
In primo luogo ciò era da attribuirsi alla errata concezione crociana del fascismo, considerato alla stregua di una aberrazione mentale; in secondo luogo al fatto che il «mondo dei giovani», per Benedetto Croce, non andava oltre quello studentesco e per di più ristretto alle classi privilegiate, con totale esclusione quindi dei giovani operai e contadini; in terzo luogo perché un radicato istinto conservatore faceva intuire all’anziano filosofo come l’esigenza delle nuove generazioni fosse quella di un radicale rinnovamento della società italiana.
In altre parole, era venuto appunto il momento di un «arrovesciamento di generazioni» e, per quanto riguardava la disastrosa eredità lasciata dal fascismo anche sotto l’aspetto dei rapporti fra generazioni, Scoccimarro faceva alcune pertinenti osservazioni:
«Una parte della popolazione, quella che supera i 40 anni, fu dapprima democratica. Poi, e qui intendo riferirmi in particolare alle classi dirigenti, una gran parte rinnegò la libertà e la democrazia, si identificò o comunque si accomodò al regime fascista, sfruttando in ogni caso, con o senza tessera, nel proprio interesse la tirannide fascista.
Oggi tutta questa brava gente, che dal fascismo si è lasciata corrompere nel modo più ignobile, si affretta a rivestirsi di nuove spoglie democratiche, che mal ricoprono però la devastazione compiuta nei loro animi dalla ventennale corruzione fascista. Tutti costoro, nella maggior parte hanno perduto o compromesso il loro prestigio, la loro autorità morale e quindi la capacità e possibilità di poter assolvere a una funzione direttiva nella vasta opera di rinascita nazionale che oggi si impone.
Seguono le generazioni che si possono comprendere tra i 40 e i 25 anni. Esse non hanno realmente vissuto l’esperienza di un regime democratico. Si sono sviluppate e maturate essenzialmente in regime fascista. In esso però hanno vissuto abbastanza a lungo per subirne più o meno l’influenza corruttrice e sono oggi legate a posizioni e situazioni sociali definite.
Tuttavia proprio perché nulla esse hanno veramente conosciuto all’infuori del fascismo, si ritrovano fra di loro in più larga misura delle forze sane che oggi si rendono conto di ciò che veramente è stato il fascismo. [...]
Seguono poi le generazioni dai 25 anni in giù. Esse costituiscono veramente la parte più sana della popolazione italiana. Nati e vissuti in regime fascista, questi giovani non hanno esperienza politica diversa dal fascismo, ma di esso non hanno subito compromissioni, né si trovano oggi legati a particolari interessi e situazioni sociali da difendere.
Una conseguenza che deriva da tale obbiettiva constatazione di fatto è che, nei rapporti tra generazioni, noi ci troviamo in Italia in una situazione del tutto anormale. L’esperienza storica insegna che in una società equilibrata in condizioni normali di sviluppo, esiste sempre nei rapporti tra generazioni una correlazione tra la gerarchia dei valori morali e quella delle funzioni politiche e sociali.
Nei periodi di squilibrio e di crisi profonda questa corrispondenza viene a mancare, seppure addirittura non si rovescia». (14)
In Italia ci si trovava appunto in un periodo di squilibrio e di crisi profonda perché, nei direttivi e nelle funzioni più elevate della organizzazione politica, economica e sociale, in parte erano rimasti i vecchi arnesi del fascismo e in parte erano ritornati gli uomini della vecchia Italia prefascista, ossia coloro che avevano aperto le porte al fascismo e il cui prestigio morale era distrutto, e quelli che non solo avevano capitolato, ma che durante il ventennio si erano gravemente compromessi col fascismo.
Era impossibile risanare l’Italia se non si immettevano nella vita e nella organizzazione politica, economica e sociale del paese le forze delle giovani generazioni, quelle forze che il fascismo non era ancora riuscito a corrompere. Ma ai partigiani sarebbe toccato ciò che era accaduto ai reduci della prima guerra mondiale: quando questi, dopo tante promesse a loro fatte e non mantenute, protestarono e si rivoltarono, ebbero come tutta risposta le bastonate della Guardia Regia. I liberali Nitti e Giolitti, come scriverà Curzio Malaparte (15), tentarono di risolvere con misure borboniche e con mezzi di questura, in nome del liberalismo e della democrazia, i problemi morali e materiali dei combattenti. Anche nel secondo dopoguerra i partigiani e gli antifascisti che avevano combattuto sul serio contro il fascismo, dopo essere stati inclusi (poche migliaia, a dire il vero) nella Polizia e nelle Forze armate, ne furono cacciati due anni dopo, nel 1947. Così come furono destituiti dal governo i questori e i prefetti nominati dal C.L.N. e sostituiti con vecchi funzionari fascisti tornati al loro posto. Per di più cominciò una campagna di arresti, persecuzioni e processi contro i partigiani che furono chiamati a rispondere degli atti di guerra compiuti in difesa della patria durante la lotta armata contro i tedeschi e i fascisti.
Nel 1952 venne approvata alla Camera una legge già varata nel 1947 e che prolungava per altri 5 anni la ineleggibilità dei gerarchi responsabili del regime fascista. Ma bastò lo scioglimento anticipato del Senato perché tale legge non passasse. Sicché quei dirigenti politici antifascisti che erano stati nominati senatori di diritto per le gravi condanne subite dal Tribunale speciale furono mandati a casa e, al loro posto, subentrarono alla Camera e al Senato, non certo le giovani leve delle nuove generazioni, ma i relitti dello squadrismo fascista, i persecutori e i carceri eri degli antifascisti.
Questa la situazione che, fin dai primi anni dopo la Liberazione, creò gravi disillusioni e malcontento. E non ricordiamo qui tutti gli altri motivi di insoddisfazione, a cominciare dall’arbitrario comportamento della magistratura nella interpretazione di certe leggi di amnistia, che finì con il mettere in libertà tutti i fascisti anche se colpevoli dei crimini più efferati, fino alla negazione del voto ai giovani tra i 18 e i 21 anni.
«La prima resistenza e opposizione all’attuazione del programma politico e sociale (presentato dai comunisti) venne dalle autorità anglo-americane di occupazione, che impedirono l’adozione rapida delle misure economiche necessarie e richieste dalla situazione, costrinsero tutto il movimento a un enorme ritardo e, nel frattempo, dettero mano alla rianimazione del fronte reazionario. In questo primo periodo, una più forte pressione dei comunisti e dei socialisti alla testa del popolo sarebbe però forse riuscita a spingere avanti tutta la situazione. [...] Il sopravvento dei reazionari alla direzione politica significò prima di tutto l’arresto di qualsiasi tentativo di riforma economica. La ricostruzione nell’interesse di tutti si è arrestata, è stata compiuta nell’interesse dei vecchi gruppi privilegiati». (16)
Il male di quegli anni non si può dire scomparso. Non fu cosa di due o tre anni quello che, parafrasando De Musset, ho chiamato nel titolo il «male del secolo» è piuttosto la malattia di questi trent’anni, dalla quale non può certo dirsi che l’Italia sia guarita.
«Tutto il male del secolo presente viene da due cause: il popolo che è passato per il ’93 e per il 1814 porta nel cuore due ferite. Tutto ciò che era non è più; tutto ciò che sarà non è ancora. Non cercate altrove il segreto dei nostri mali. Supponete un uomo, la cui casa cadeva in rovina: egli l’ha demolita per costruirne un’altra. Le macerie giacciono sul suo terreno ed egli attende pietre nuove per il suo nuovo edificio. E al momento in cui è pronto, maniche rimboccate e piccone in mano, a tagliare i suoi massi e a fare il suo cemento, gli si viene a dire che le pietre mancano e lo si consiglia di dare una mano di bianco a quelle vecchie per trarne partito». (17)
Queste «Confessioni d’un figlio del secolo» sembrano scritte per illustrare i primi anni del nostro dopoguerra e non si può dire che abbiano perso del tutto, ancora oggi, la loro validità.
I giovani che avevano partecipato alla Resistenza, demolendo la vecchia Italia sulla quale si era retto il fascismo e ormai in rovina, si erano battuti per costruirne una nuova, per realizzare un regime di democrazia progressiva, per attuare le necessarie riforme di struttura. Invece, fino a oggi, tutto si è risolto nel «dare una mano di bianco» alle vecchie strutture; il che, oltre a molte insoddisfazioni, ha lasciato il paese sotto la ricorrente minaccia del pericolo di involuzione reazionaria e fascista.
Il sussulto delle nuove generazioni
Questo il motivo per cui, nei primi anni dopo la Liberazione, molti giovani parvero assumere atteggiamenti «qualunquistici», e a torto furono anche accusati di essere «indifferenti» alle lotte politiche. In realtà non eravamo sufficientemente riusciti ad avvicinare i giovani, a conquistarli, a dar loro una chiara prospetti va per l’avvenire.
Non fu il 1968 a risvegliare i giovani. Il movimento del 1968 fu soprattutto studentesco, ma già il 1960 aveva portato sulle piazze la nostra gioventù, richiamando tutti alla realtà dei fatti, al problema dei giovani cui non si era prestato, fino a quel momento, sufficiente attenzione. Ci vollero i moti di Genova, Reggio Emilia, Palermo e Catania del luglio 1960 perché tutti si accorgessero che i giovani stavano alla testa delle manifestazioni di lotta delle masse popolari contro il fascismo.
Ciò colse di sorpresa anche chi, come noi, non si era mai associato a certe condanne dei giovani, ai quali in ogni caso non poteva certo essere rimproverato di non essersi mossi prima. Ancora una volta, da parte dei partiti antifascisti, si trattava di fare piuttosto un’autocritica che una critica.
La partecipazione dei giovani con tutto il loro slancio aggressivo e il loro coraggio alle manifestazioni di Genova e delle altre città italiane dimostrò come la democrazia e la Resistenza fossero ancora ben vive e avessero conquistato la gioventù, quando si trattava di lottare contro il fascismo.
Vi furono le prime ampie discussioni. le interviste e i dibattiti sul comportamento della gioventù operaia, studentesca e contadina.
«Una prima conclusione, che non esime nessuno, neppure noi – scrisse allora Gian Carlo Pajetta – da un’autocritica, è quindi che non siamo di fronte a una contrapposizione di generazioni, a un’Italia giovane che si ribella contro i partiti e gli uomini politici, che ripudia gli insegnamenti, le tradizioni e programmi. È tipico invece di tutte le ribellioni giovanili di ogni settore, in ogni manifestazione, dalla scuola alla fabbrica, alla rivolta del disoccupato, alla protesta del soldato, di avere come bandiera la Costituzione della Repubblica». (18)
Si trattava di una giusta conclusione, anche se un po’ forzata e non aliena da un certo ottimismo retorico, subito corretto alcune righe più avanti quando aggiungeva:
«Certo, c’è qualcosa di nuovo. Se non c’è contrapposizione di generazioni, ma lotta sociale e politica, per cento segni si può dire che a una svolta di generazioni siamo arrivati. [...] Non accettano di prenderle, diceva un vecchio compagno: loro vogliono darle». (18)
Un po’ tutti arrivarono alla conclusione che. dopo un lungo ciclo di battaglie difensive e di battute d’arresto (a differenza di oggi, occorre ricordare agli immemori la difficile situazione in cui si trovavano gli operai nelle fabbriche, l’arretramento delle Commissioni interne, la mancanza di unità sindacale, le difficoltà a realizzare gli scioperi), la democrazia italiana si rimetteva in cammino.
«I moti del 1948 – scrisse Carlo Levi – furono un residuo della Resistenza. I dieci anni che seguirono furono di silenzio, di immobilità, furono portati all’estremo i caratteri di regime dei gruppi dominanti. Furono anni di restaurazione e anche di maturazione, fino a che oggi entra in campo la generazione dei giovani». (19)
Palmiro Togliatti, riconoscendo che gli avvenimenti del giugno e del luglio 1960 avevano imposto a tutta la nazione italiana il problema reale delle nuove generazioni, vi vide un valore immediato e facile a cogliere, ma anche un valore più profondo che si riferiva a tutto lo sviluppo delle lotte politiche, civili e sociali nel nostro paese.
«Il valore immediato sta nel riapparire dell’antifascismo sulla scena della vita nazionale, col suo volto serio, sereno e fiducioso in pari tempo. [...] la contraddizione della nostra vita nazionale sta proprio nell’esistenza, da un Iato, di una maggioranza della popolazione politicamente attiva che ha compreso la necessità di un cambiamento e, dall’altro lato, di un gruppo che da dieci anni detiene il potere nelle mani e non vuole cambiare strada. Ma la gioventù italiana, che sente di non essere più sola nel mondo e vede trasformarsi dappertutto i rapporti sociali, nei paesi che hanno raggiunto il socialismo e in quelli che si sono liberati dal potere coloniale, non vuole restare immota.
La caratteristica della gioventù di oggi sta proprio nel desiderio di cambiare, nella volontà di vivere una vita diversa da quella vissuta sino a ieri. Alle volte questo desiderio si manifesta addirittura come una rivolta». (20)
Tutti si erano accorti che uno spirito nuovo animava il paese e specialmente i giovani. Ferruccio Parri, constatando che gli avvenimenti di Genova avevano segnato il punto culminante di involuzione dello Stato repubblicano, osservava che essi, con la vittoria ottenuta, segnavano altresì il punto di partenza per l’avvenire:
«I giovani avvertono con chiarezza i pericoli della politica che ha portato l’Italia ad un governo D.C.-M.S.I. e perciò si richiamano alla Resistenza, al valore che essa ha espresso ed esprime, ed a quello Stato che da essa avrebbe dovuto sorgere.
Tutti noi dobbiamo tenere conto di questo fatto che è nuovo e importante: non dobbiamo tradire né la loro attesa né la nostra responsabilità». (21)
Il governo D.C.-M.S.I. che si chiamava Tambroni, ora che scriviamo si chiama Andreotti-Malagodi. Sono trascorsi 13 anni e (pur tenendo conto dei mutamenti avvenuti nella situazione italiana e internazionale) siamo arrivati ad una analoga stretta. Non c’è tempo da perdere nella «mobilitazione » di tutte le forze democratiche e popolari contro il fascismo.
Nel luglio 1960, forse per la prima volta dopo la Liberazione, giovani operai e giovani studenti scesero uniti nella lotta contro il fascismo e si trovarono dalla stessa parte della barricata; si realizzò nello stesso tempo una saldatura tra gli anziani della Resistenza di ieri e i giovani della nuova resistenza.
Da quel momento fu posto il problema di rendere stabile e permanente quella saldatura: problema non facile e non ancora del tutto risolto oggi. Vi sono infatti giovani che ritengono di trovare soluzione immediata alla loro sete di giustizia e alle necessità di rinnovamento dando sfogo impetuoso al loro istinto di ribellione attraverso atti di violenza individuale che non soltanto non servono, ma danneggiano il movimento; d’altra parte vi sono non pochi anziani e vecchi anzitempo che ritengono di poter realizzare l’unità scagliando anatemi e insulti o ricorrendo a metodi «pedagogici».
«La questione si pone – scriveva nel 1960 il partigiano e sindacalista Luciano Romagnoli, troppo presto scomparso – non come problema di “educazione dei giovani”, come i pedanti suggeriscono. Problemi fondamentali di educazione della gioventù si pongono ed è la gioventù stessa a sollecitarli con forza. Ma sono problemi che si possono risolvere prima di tutto se si dà prova di fiducia nei giovani, se si assume tutto il loro contributo come valido e insostituibile, se si dà loro esempio di un costume politico e democratico invano finora da essi ricercato.
Si veda ad esempio il rifiuto dei giovani di iscriversi ai sindacati perché i sindacati non sono uniti, e l’analoga loro posizione verso i partiti, che potevano essere interpretati da alcuni come qualunquismo deteriore e si rivelano invece come una rivendicazione di unità sindacale, di unità democratica che mette in luce la sua possente carica quando nella lotta, come nei giorni scorsi, tale unità si raggiunge.
Si veda la polemica dei giovani contro il tatticismo sindacale e politico, che ha anch’essa a volte il sapore dello scetticismo qualunquista, ma è in realtà la espressione di una volontà di combattimento coerente ed audace». (22)
Il movimento studentesco e la contestazione del 1968
A questo punto il discorso riguarda anni molto vicini a noi e avvenimenti presenti alla memoria di tutti: si tratta delle occupazioni delle facoltà universitarie in varie città italiane, del maggio francese, delle analoghe lotte in Germania e in altri paesi, dell’autunno caldo in Italia. Le pubblicazioni in proposito non sono poche e dovremo limitarci a citarne solo alcune che hanno esaminato questi avvenimenti da diversi e anche contrapposti punti di vista (23). Tutti sembrano concordi nel riconoscere che il movimento sorto agli inizi del 1967 si sia sviluppato autonomamente, cogliendo di sorpresa partiti, Parlamento e governo.
«Per i partiti, il problema è più complesso, delicato e serio. Oggi il loro rapporto con il movimento studentesco è di crisi aperta. Ma anche ai partiti tocca cominciare a riconoscere i propri torti ed errori verso i giovani. Per anni, come la società civile, anche la società politica dei partiti li ha respinti, pur se faceva mostra di accoglierli e sollecitarli. Ha cercato i giovani, ma sostanzialmente per utilizzarli, non per ascoltarne idee, proposte e proteste». (24)
Ci si accorge che il movimento studentesco aveva una sua precisa radice politica e che soltanto così ne poteva essere spiegata la dimensione internazionale. Al fondo della ribellione studentesca sta infatti un rifiuto globale della società capitalistica.
Non fu messo in discussione soltanto il modo come è strutturata 1a scuola con i suoi ordinamenti e programmi, ma anche lo stretto rapporto tra questi aspetti e i problemi sociali. Gli studenti cominciarono a sentire l’esistenza di un legame indissolubile tra i loro problemi e le lotte operaie e avvertirono la necessità di collegare le loro lotte nella scuola con le lotte operaie della FIAT, della Pirelli e di altre grandi aziende, «santuari» del monopolio e del grande capitale italiano.
Si riconobbe da varie parti, e più che mai da parte nostra, che quello studentesco non è da considerarsi un movimento «settoriale», in aggiunta ai tanti già esistenti. Le rivendicazioni degli studenti relative all’ordinamento e all’orientamento degli studi, quindi ai programmi, ai metodi di insegnamento e alla partecipazione diretta degli studenti alla gestione della scuola, eccetera, «sono poste non come problemi di categoria, ma come aspetti di problemi più generali della società, cioè come momenti di lotta contro l’autoritarismo scolastico e capitalistico, per la costruzione di una nuova società e la creazione di nuovi rapporti tra la scienza, la cultura, l’arte».
Luigi Longo, durante un incontro avuto allora con gli studenti comunisti e non comunisti, oltre a riconoscere l’ampiezza e la profondità del movimento e lo slancio col quale si era sviluppato, trasse conclusioni di grande interesse, delle quali riproduciamo qualche punto essenziale:
«Ad aggravare il distacco lamentato ha sicuramente contribuito una certa lentezza burocratica, un certo tran-tran delle nostre organizzazioni di partito, al centro ed alla periferia, che spesso impedisce di avvertire a tempo e di comprendere, nella nostra attività di studio, di propaganda e di lavoro, il nuovo che via via si viene creando nella realtà.
Essere presenti nella realtà del movimento non vuole solo dire registrare quello che avviene, ma intervenire continuamente, con il dibattito e con la azione, a chiarire situazioni, a vincere dubbi, a respingere errori.
Non si tratta di fare superficiali richiami a tesi e a schemi prefabbricati, ma senza nessuna presunzione né di superiorità né di infallibilità si tratta di confrontare posizioni con posizioni, opinioni con opinioni, nella loro reale concretezza, sforzandosi ogni volta di comprendere le origini, il significato, la portata anche di quanto a prima vista appare assurdo e distorto. Del resto questo è il solo modo di restare nel vivo, e nel concreto delle questioni, di misurare le nostre ragioni al confronto delle ragioni altrui e di farle avanzare, assimilando anche quanto di buono e di valido troviamo negli altri. Dobbiamo respingere come negativa, e direi non da comunisti, la tendenza a non parlare delle cose sgradevoli, a tacere o a negare le differenziazioni ed i contrasti. Non possiamo immaginare che un movimento operaio e comunista della forza del nostro, che si pone obbiettivi di profondi rivolgimenti politici e sociali, che deve assimilare e continuamente omogeneizzare forze politiche e sociali diverse, che porta ogni giorno alla lotta milioni e milioni di lavoratori e che è quindi oggetto continuamente della provocazione e dell’aggressione avversaria, non possiamo immaginare che questo nostro movimento possa svolgersi nella bambagia, senza dibattiti vivaci e anche senza duri contrasti interni. [...] Possiamo ben dire che il dibattito interno, franco e anche duro, è una forma di sviluppo del movimento quando esso non è fatto a scopi di disgregazione e di divisione delle nostre forze. Ma io credo che, anche in questo caso, la migliore difesa non sta nell’assumere posizioni rigide di chiusura che poi si risolvono in posizioni di passività, ma di combattere apertamente, vivacemente le posizioni avverse, combattendo anche, se vi sono, gli intenti disgregatori. [...] Il movimento studentesco, con la sua azione rivendicativa nel quadro degli ordinamenti universitari e con i suoi dibattiti, ha posto all’ordine del giorno un certo tipo di lotta contro il sistema e una serie di problemi di strategia e di tattica. Dobbiamo riconoscere che, concretamente, esso ha smosso la situazione politica italiana ed ha avuto ed ha un valore largamente positivo, perché si è qualificato largamente come un movimento eversivo del sistema sociale italiano». (25)
Sono trascorsi da allora altri cinque anni e una nuova generazione di studenti è scesa in campo. Ruggero Zangrandi riteneva infatti che, dal punto di vista universitario, si potesse parlare di una generazione ogni cinque anni e che ognuna portasse problemi e visioni nuove. Quella di oggi è più vicina idealmente e nello stesso tempo più lontana cronologicamente dalla Resistenza: più vicina alla resistenza e all’antifascismo di oggi e più lontana dalla Resistenza di trent’anni or sono, alla quale anzi questi giovani muovono critiche che a noi non sempre piace ammettere, ma che non sono tutte sbagliate, come per esempio quella che la vecchia Resistenza ha raggiunto in parte assai modesta i suoi veri obbiettivi. Questo va detto e lo diciamo anche noi, in contrapposizione alla esaltazione retorica dei primi anni dopo la Liberazione.
«Ci sono nell’Italia contemporanea, per gli adulti, un’infinità di Garibaldi di cui non si può dire male. Dio grazia, è venuta una generazione immune e innocente, che può chiamare le cose con il loro nome». (24)
Siamo dunque ben lontani dal dire che oggi tutto va bene, sia perché dopo il 1960 si sono avuti tentativi di golpe (nel 1964, nel 1967 e perfino in questi mesi) sia perché una forte unità ancora deve e può realizzarsi tra classe operaia, lavoratori e nuove generazioni che non sono da considerarsi, ripeto, composte esclusivamente di studenti.
Oltre tutto la situazione del 1973 non è la stessa del 1968, né tutti i nostri difetti allora sottolineati da Longo sono superati. I nostri difetti non consistono soltanto in ritardi nel percepire il nuovo, in difficoltà nell’affrontare la complessa situazione, nel permanere della tendenza a non parlare di cose sgradevoli, a respingere le critiche e a scorgere in queste e perfino nel semplice dibattito intenti di divisione e di rottura, ma anche nel fatto che i partiti di sinistra e lo stesso Partito comunista, o almeno larga parte di essi, non ammettono che alla base delle lotte della gioventù esista anche una questione di generazioni.
L’attuale società e la sua crisi crescente rendono oggi particolarmente duro e difficile ai giovani il loro inserimento nella vita sociale e nella produzione.
Non sempre si vede, diciamo pure non sempre vediamo chiaramente come, nell’attuale società, vi siano aspetti specifici di sfruttamento e di oppressione delle nuove generazioni; di conseguenza dimentichiamo di esaminare a fondo quest’aspetto della generazione in quanto tale, dimentichiamo che essa porta in sé, come in genere è avvenuto in ogni epoca, una carica di rivolta contro l’ordine sociale costituito.
Non di rado i giovani vengono visti soltanto come «nuovi iscritti» da conquistare, come nuovi elettori. Si calcola qual è il numero dei nuovi elettori che ogni leva porta a votare e si dimentica o si sottovaluta il fatto che milioni di giovani non hanno ancora diritto di voto (anche se col «voto» non si risolvono certo tutti i problemi, ci vogliono le lotte di massa). E che questi stessi giovani, elettori o no, hanno gravissimi problemi, esigenze da soddisfare che non trovano soluzione nell’attuale società.
Forse si è indebolita (e non possiamo certo farne colpa ai giovani) la coscienza della necessità dell’azione politica di massa, unitaria e permanente; la coscienza chiara che, in questa lotta politica generale di massa, un posto e una iniziativa di primo piano spettano alle nuove generazioni.
Ma questa persuasione e questa coscienza i giovani non le acquistano da soli, «spontaneamente»; anzi, nella loro affannosa ricerca sono portati per lo più a scegliere strade diverse e contrapposte, si frazionano in gruppi e gruppetti poi retti da logiche settarie, in aspra polemica gli uni contro gli altri.
Sono i partiti antifascisti, è il Partito comunista, che devono impegnarsi ad aiutare i giovani, a prendere coscienza della necessità di un’azione politica unitaria, di massa e permanente, nella quale i giovani possano e debbano trovare il loro posto, non soltanto come «strumenti» e «oggetti», ma come protagonisti principali.
L’esperienza e la vita ci hanno insegnato che quello slancio tumultuoso e ribellistico che agitava i nostri anni giovanili e che oggi muove le nuove generazioni, quella sete di verità, di sincerità e di giustizia erano e sono aspirazioni giuste, non sogni chimerici. Anche se non sempre fu chiaro a noi come realizzarle, anche se noi stessi commettemmo errori, nell’illusione di poter realizzare subito o assai più presto di quanto poi fu i nostri ideali. I «rivoluzionari» e non soltanto i giovani, ce lo insegna Lenin, in genere sono ottimisti nelle loro previsioni e nelle loro prospettive. Si tratta, beninteso, di non confondere i nostri desideri con la realtà; ma neppure di dimenticare che il socialismo non è un sogno, bensì una realtà che può e deve realizzarsi con la volontà e la lotta degli uomini, con il loro lavoro, la loro azione e i loro sacrifici.
Numerosi giovani temono di essere ingannati. Essi rifiutano di camminare sulla strada della decadenza, combattono risolutamente gli «attendisti» e i disfattisti. Altri esitano, sentono che qualche cosa non va più, non sanno bene che cosa e soprattutto non sanno bene che cosa fare.
Tutti provano una repulsione quasi fisica per le parole che non corrispondono ai fatti, per le parole che nascondono una realtà diversa, per coloro le cui parole non sono altro che un mezzo per tenere occupati i cervelli con ogni cosa, salvo che per andare veramente a fondo delle cose; quindi ripudiano le parole che non sono altro che espressioni di vanità.
Questa reazione dei giovani è sana. Essi vogliono che il valore fiduciario della parola corrisponda a un valore reale, al valore oro. Molti giovani finiscono perciò per essere indifferenti e diffidenti davanti a ogni discorso, da chiunque pronunciato, perché temono di essere ingannati. Temono in primo luogo di essere «strumentalizzati» e trasformati in «oggetto». Fiutano dappertutto, a torto o ragione, la «propaganda» nel senso peggiore della parola.
Il loro atteggiamento è positivo se significa rifiuto della menzogna convenzionale e dominante, ma è insufficiente, troppo esclusivista e pericoloso se diventa aprioristico, perché tale atteggiamento impedisce generalmente di vedere proprio la trappola che si vorrebbe evitare.
Come orientarsi se non si crede più a nulla, a nessuna organizzazione, nessuna direzione? Come intervenire concretamente sugli avvenimenti, se si ignorano o si assumono nei confronti dei grandi partiti della classe operaia atteggiamenti aprioristicamente e sempre negativi?
Non facciamo di ogni erba un fascio
Quando dei gruppi, siano essi di giovani o di anziani, si staccano dal movimento delle larghe masse, diventano inevitabilmente delle sette con tutti i difetti e gli errori delle sette. Una setta isolata non può essere né sentinella né avanguardia; questa presuppone dei legami con tutto l’esercito, con le parti fondamentali della organizzazione e delle masse.
La forza del movimento operaio e dei lavoratori non sta nell’individuo, nel gruppo, ma nelle masse, nel popolo. Nella critica delle posizioni che riteniamo errate e controproducenti di certi gruppi, non possiamo tuttavia fare di ogni erba un fascio, porli tutti sullo stesso piano. Ognuno deve essere giudicato per l’azione effettiva che svolge.
Noi non siamo certo per la politica del «tanto peggio, tanto meglio» né dello «scontro per lo scontro» e tanto meno per la rissa o la guerriglia, ma possiamo anche comprendere che vi siano dei giovani e non giovani i quali abbiano perduto la fiducia nella «legalità» democratica, che non siano d’accordo sulla possibilità di avanzare pacificamente sulla strada del socialismo e di potervi arrivare senza scosse profonde; ma sino a quando si tratta di idee, di opinioni, dobbiamo dibattere, discutere, contrastare con idee e argomenti validi.
Possiamo non concordare, come non concordiamo, con le posizioni di certi gruppi che, anche estranei all’avventurismo e allo uso della violenza individuale, all’uso della violenza come forma di lotta politica, hanno tuttavia una linea politica ed una ideologia diverse dalle nostre, anzi vivacemente critiche nei confronti delle nostre. Ma alle idee si deve rispondere con altre idee e non possiamo certo accettare che giovani e non giovani vengano arrestati, processati, tenuti per mesi ed anni in carcere solo per avere espresso le loro idee. Questa è repressione reazionaria e fascista.
Ci sia consentito di riprendere quanto dicevamo al Senato il 27 gennaio 1970, contro l’intollerabile ondata repressiva scatenata dal governo a seguito delle lotte operaie dell’«autunno caldo»:
«I diritti di libertà in un regime democratico non sopportano discriminazioni e gli operai, i lavoratori, i partiti democratici si sono sempre battuti e si batteranno per difendere le libertà fondamentali ed i diritti di tutti i cittadini. E’ bene che questo lo si sappia. Tra i denunciati vi sono operai, giovani studenti e intellettuali, autori di scritti o responsabili di pubblicazioni e volantini durante gli scioperi o in altre occasioni che magari ci attaccano, tal-volta aspramente.
Vi sono militanti e dirigenti di gruppi di cui noi comunisti non condividiamo l’orientamento politico o tutte le loro posizioni politiche, e che facciamo oggetto della nostra critica costante; ma nessuno si illuda di poter colpire e considerare fuori dalla legalità democratica questi movimenti giovanili o raggruppamenti politici cosiddetti minoritari e che non hanno una rappresentanza diretta in Parlamento.
Quando si parla di sovranità popolare, non possono essere accettate, tollerate o subite delle discriminazioni. Quando si parla di popolo s’intende tutto il popolo. Quando la Costituzione afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e gli stessi diritti, è chiaro che s’intende tutti e non una sola parte. (26)
Non si può neppure accettare che la sovranità appartenga soltanto a quella parte di cittadini rappresentata dai partiti che siedono in Parlamento. Intanto perché molti cittadini attivi socialmente nella produzione, nelle fabbriche, nelle campagne, negli uffici e nelle università non hanno, perché giovani, il diritto di voto (27), non appartengono spesso ad alcun partito anche se fanno parte di associazioni economiche, sindacali, culturali o politiche; e in secondo luogo perché il Parlamento non è più il centro del potere. Centri ben più potenti sono sorti al di fuori del Parlamento: i grandi monopoli si sovrappongono al Parlamento ed allo Stato.
E’ quindi non soltanto inevitabile, ma necessario, che si realizzino – per contrapporsi efficacemente ai primi, insieme al Parlamento – le Regioni, gli Enti locali con la necessaria autonomia, e una molteplicità di centri autonomi, dai sindacati alle associazioni democratiche, con partecipazione popolare a ogni grado delle strutture sociali.
[...] La classe operaia, difendendo i suoi diritti di libertà e di pensiero, di stampa, di propaganda, li difende per tutti i cittadini indistintamente. La democrazia e le libertà non sopportano discriminazioni. Questo lo hanno compreso operai e intellettuali, per questo la repressione di queste settimane anziché intimidire, ha dato slancio e sviluppo all’unità tra operai e studenti tra contadini e intellettuali, ha mosso il mondo del lavoro e della cultura.
Anche sotto questo aspetto vi è una lunga esperienza e nessuno si lascia più ingannare dalla tigre della repressione che, piccolina e cauta agli inizi, s limita a graffiare qualcuno, i meno forti; ma poi le unghie, lo sappiamo, se si lasciasse fare, appena cresciute sarebbero destinate ad affondarsi nelle carni di tutti coloro che vorranno opporsi all’autoritarismo dei monopoli e dei gruppi di potere. [...]
Vi sono oggi in Italia, nelle officine, nei campi, nelle scuole, nelle università possenti energie nuove che premono, si fanno avanti, che vogliono ed hanno il diritto di contare.
Sarebbe un grave errore e un grave attentato alle istituzioni repubblicane all’avvenire del Paese, se qualcuno si illudesse di poter spingere queste forze all’indietro, con la repressione, l’autoritarismo, la violenza.
Il grande movimento dell’autunno scorso, per la sua estensione, per la sua ampiezza, per la sua unità, non è stato soltanto un movimento puramente sindacale (anche se economico-sindacali erano i suoi obbiettivi immediati) ma ha avuto oggettivamente un carattere nuovo. Ha voluto aprire al Paese una prospettiva nuova. [...]
In questo grande movimento delle masse operaie e lavoratrici dei mesi scorsi, diretto unitariamente dalle tre Confederazioni del lavoro, noi comunisti abbiamo avuto la nostra parte, la parte notevole che abbiamo avuto sempre in tutte le lotte del lavoro e della gioventù studentesca.
Siamo stati partecipi e parte importante di questo grande movimento e sentiamo oggi l’impellente dovere di schierarci compatti dalla parte di tutti i colpiti, di tutti i perseguitati a causa di queste lotte, come saremo domani al loro fianco, con tutto lo schieramento democratico, nelle opere e nelle lotte per dare – e siamo certi daranno – al nostro Paese quelle soluzioni rinnovatrici e progressive che il popolo si attende». (28)
Non ho alcuna intenzione di fare qui una analisi dei diversi gruppi dell’estrema sinistra né di esaminare le loro particolari posizioni, ma è notorio che alcuni di essi, specialmente tra gli studenti, sono tutt’altro che «gruppetti», hanno carattere di massa e il marxismo ci insegna che ad ogni movimento di massa bisogna rispondere con una politica di massa.
Uno studio sul movimento autonomo degli studenti, sulle sue caratteristiche, sulla sua forza e sui suoi orientamenti nei più importanti capoluoghi del Paese è stato iniziato da «Rinascita» per stabilire quale sia l’effettiva situazione in atto (marzo 1973). Dalle lettere e dagli articoli pubblicati, provenienti dalle varie città, emergono aspetti diversi, sia riguardo alla consistenza dei diversi gruppi studenteschi sia riguardo alle loro iniziative.
«Un esempio: una iniziativa in corso a Firenze. La vertenza dei metalmeccanici e l’inserimento nella loro piattaforma delle rivendicazioni sul diritto allo studio hanno sollecitato il confronto tra il movimento studentesco ed i lavoratori [...] E’ emersa inoltre, proprio nelle ultime settimane, la permanenza di una adesione di massa nelle scuole intorno all’estremismo che si presenta con alcune caratteristiche nuove rispetto al passato. Con la costituzione del governo di centro-destra e l’evidente radicalizzazione della lotta politica, i «gruppi» a Firenze hanno generalmente abbandonato la vecchia linea di rissoso antagonismo con il nostro partito e con le forze sindacali». (29)
Non meno esplicito nel riconoscere il carattere di massa del movimento studentesco, a Milano, è stato Claudio Petruccioli:
«Una organizzazione politica a base studentesca, di cui vanno conosciute la struttura, la consistenza, la linea politica attuali. Su circa 30 istituti medi superiori la situazione è la seguente: in dieci di questi il raggruppamento assolutamente prevalente è il Movimento Studentesco; in altri cinque il Movimento Studentesco è parte di maggioranze formate attraverso un’alleanza con altri gruppi [...] nella sede centrale dell’Università Statale domina il Movimento Studentesco, è il luogo dove è nato e dove attinge tutt’ora gran parte della sua forza politica e organizzata.
Non costituisce affatto una forzatura affermare che, considerando i caratteri del gruppo dirigente, la struttura organizzativa e la linea politica del Movimento Studentesco, a Milano esiste un partito in più che, limitatamente alla città e per certi aspetti alla provincia ed a certe zone della regione, ha quei legami e quei rapporti che fanno di un raggruppamento non una formazione occasionale, ma una espressione magari transitoria ma non casuale di strati sociali e di correnti di opinione». (30)
«Senza entrare nel merito delle diverse analisi e proposte di iniziative, ciò che mi sembra apparire chiaro è il riconoscimento della necessità di realizzare, di costituire un movimento studentesco che interessi, attiri, coinvolga un vasto arco di forze giovanili di orientamento democratico e antifascista.
Ciò di cui si sente la necessità, è la ripresa di una lotta studentesca di massa, su di un terreno di autonomia e specificità, ma anche di giusto collegamento con lo schieramento della classe operaia e delle forze popolari». (31)
Tutto ciò è giusto, ma presuppone il contatto e non l’ostracismo (specie quando si riconosce che certi movimenti hanno carattere di massa), la discussione e non la rissa; occorre anche comprendere che i giovani sono impazienti, guai se non lo fossero! Riandando col pensiero al trentennale della Resistenza, è giusto ricordare che «abbiamo vinto col consenso» (anche se non fu mai il consenso di tutti); che siamo sempre stati, come siamo tutt’ora, per la politica delle alleanze. Ma durante la Resistenza, nelle alleanze di chi era d’accordo di battersi contro i tedeschi e contro i fascisti, c’era posto per tutti, non si metteva al bando nessuno.
Quanto all’impazienza, non siamo stati impazienti anche noi alla nostra epoca? Errori ne abbiamo commessi anche noi. Certo, questo non è un buon motivo per lasciare, senza batter ciglio, che li commettano anche loro. Ma sappiamo per esperienza, ce lo ricordava anche Togliatti, che:
«Di buon senso la gioventù non può vivere e direi non può vivere l’umanità. Occorrono slanci, illusioni ed errori, cose tutte che il buon senso ignora e condanna. Andare oltre i limiti dell’arido buon senso è proprio sempre stato il compito di chi vuoi essere nel mondo fermento di cose nuove, e tale ha da essere la gioventù». (32)
Per queste stesse ragioni concordo pienamente con quanto Franco Antonicelli ha scritto recentemente a Ferruccio Parri:
«Senza impazienza è facile cadere nella remissività. Bisognerebbe studiare un po’ più a fondo la Resistenza e la sua politica giorno per giorno, azione per azione e il modo come si attuavano politicamente le sue azioni. L’impazienza produceva quasi sempre dei guai: qualche volta no, era uno stimolo. [Il nostro appello ad «agire subito» non fu un cedere all'impazienza, ma una ferma presa di posizione contro coloro che predicavano l'attendismo, contro coloro che in una situazione nella quale si doveva agire con le forme di lotta più avanzate, avrebbero voluto limitarsi alla propaganda o a una resistenza passiva, n.d.a.]. Ma quando? Quando qualche compagno vedeva più lontano, interpretava la situazione anche alla luce del coraggio, del tentativo, del colpo arrischiato. Cose che lasciano dubbiosi, d’accordo, ma che vanno meditate. E meditare bisogna farlo insieme, estrarre una lezione da una discussione.
Se i giovani delle disparate sinistre, che sono molte migliaia e non tutti frivoli, non tutti energumeni, pensano a quel modo e si muovono a quel modo un motivo c’è: sarà impazienza, sarà scontento, ma vogliono che le forze politiche organizzate dei lavoratori guidino anche cercando il loro consenso. Il problema è tutto lì: confrontare idee e linee di azione senza disprezzarsi e calunniarsi a vicenda. E’ inutile parlare di pluralismo se non lo si accetta anche a sinistra. [...]
Ma intanto ricordiamoci di una cosa importante, anzi primaria; che se le deprecabili azioni maldestre e «disperate» di pattuglie si prestano al gioco della polizia e, più in su, di tutto l’apparato statale che lo dirige, anche il lasciare che lo Stato colpisca la forza minoritaria dell’estrema sinistra è prestarsi a questo gioco. Il governo della tensione e dell’autoritarismo sa benissimo che il Partito comunista non c’entra affatto con le gesta dei cosiddetti extraparlamentari, ma sarebbe ingenuo non vedere che esso tende a limitare, fino a chiuderli, se ci riesce, gli spazi attorno alla sinistra istituzionale, e sgombrati li dal bersaglio-schermo dei vari gruppi, muoverà contro obbiettivo reale, che è il movimento operaio (e studentesco, nella misura che sa battersi insieme con quello)». (33)
Sta di fatto che le prigioni sono piene di giovani antifascisti. Può darsi che qualcuno di loro abbia ecceduto, compiuto azioni inconsulte, ma è certo che per la maggior parte si tratta di giovani denunciati per reati di opinione, incarcerati e perseguitati pel avere sostenuto idee rivoluzionarie, giovani che si sono coraggiosamente battuti nelle fabbriche e nelle scuole. Noi non possiamo starcene zitti, fingere di non vedere, non esprimere solidarietà non protestare contro questa aperta violazione della Costituzione e dei diritti dei cittadini solo perché si tratta di giovani cosiddetti «extraparlamentari». A parte il fatto che nelle carceri, insieme a loro, vi sono operai, studenti e docenti comunisti, la difesa della libertà e dei diritti dei cittadini è indivisibile, non sopporta discriminazioni, salvo quella nei confronti del fascismo.
Nessuno si illuda di poter rafforzare la democrazia e le istituzioni democratiche con i mezzi di polizia e con i codici fascisti, nel momento stesso in cui abbiamo un governo di centro-destra che la scia via libera alle squadracce militari fasciste, ai loro mandanti e dirigenti missini e non soltanto missini (è evidente la mano di gruppi reazionari interni e stranieri) e una magistratura che, in tanti anni, non ha mai trovato un solo motivo per applicare ne confronti del M.S.I. la legge del 20 giugno 1952, n. 645, di attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione la stessa cosa è per l’unità nella lotta contro il fascismo: non possiamo fare discriminazioni. Nella lotta contro il fascismo ci deve essere posto per tutti e in specie per tutti coloro che sono orientati a sinistra. La lotta per l’unità è una lotta contro tutte quelle tendenze che, malgrado le proclamate buone intenzioni, di fatto oppongono alla realizzazione dell’unità stessa; ma il risultato lo si ottiene discutendo e dimostrando che con l’unità, sia pure nella diversità, si va avanti e si vince.
Noi dobbiamo criticare e respingere senza debolezze gli errori, le posizioni sbagliate, ma anche con la volontà di assimilare quanto è assimilabile, tutto quanto possono portare di positivo gli uomini in particolare i giovani, con i quali dobbiamo discutere e ai quali ci unisce la lotta contro il fascismo e per rinnovare dalle fondamenta l’attuale società.
La vita militante degna di essere vissuta è un continuo sforzo di sintesi tra un perfetto (ammesso che sia «perfetto» ciò che tale non è mai) irreale e un reale imperfetto, in altre parole tra la teoria e la pratica. All’incrocio di una tensione continua per realizzare l’unità che noi vogliamo hanno forte peso, per non dire peso decisivo, sulla realtà di ogni giorno le aspirazioni sentite e sofferte della gioventù che vorrebbe realizzare subito ciò che in realtà non si ha la forza e la possibilità di realizzare subito.
Per questo, invece di disprezzarsi e calunniarsi a vicenda, si tratta di discutere, dibattere, studiare il che fare; e soprattutto lottare uniti contro il fascismo. Per questo è auspicabile un incontro sempre maggiore, una convergenza delle giovani generazioni e anche dei gruppi oggi dissidenti, ma sinceramente rivoluzionari, con il Partito comunista, con la classe operaia, con le forze popolari che esso in gran parte rappresenta.
Note
1) Palmiro Togllattl, Intervento al Comitato Centrale del P.C.I., 9 giugno 1961
2) Enrico Heine, Reisebilder, Vol. II, pag. 138, Milano 1935
3) Che Du Xin, Appello alla gioventù cinese, in Jean Chesneaux, La Cina contemporanea, Laterza Bari
4) F. S. Nitti, L ‘Italia all’alba del secolo XX -Discorsi al giovani d’ltalia, Torino, 1901
5)Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Einaudi, Torino 1962, pag. 854
6) G. Garibaldi, I Mille, Cappelli, Bologna, vol. III, pag. 15
7) Lenin, Sulla gioventù e la scuola, Editori Riuniti, Roma 1954, pag. 15
8)Antonio Gramsci, Lo Stato italiano in «Ordine Nuovo», n. 36 del 7 febbraio 1920
9) A. Gramsci, Il compagno Serrati e le generazioni del socialismo italiano, In «Stato Operaio”, n. 3 del maggio 1927 e ripreso dal Quaderno di «Rinascita» 30 anni del P.C.I., 1951
10) Luigi Longo, Tra reazione e rivoluzione, Milano 1972, pag. 130
11)Luigi Einaudi, Le lotte del lavoro, Einaudi, Torino 1972
12) Luigi Elnaudi, op. cit
13)Palmiro Togliatti , Ai giovani, in Rinascita, n. 2 del 1944
14) Mauro Scoccimarro, I giovani avvenire d’Italia, discorso a Roma del 26 novembre 1944, Gioventù nuova
15) C. Malaparte, A cuccia e zitti! – Due anni di battibecco, Milano 1955, pag. 306
16) Palmiro Togliatti, Momenti della Storia d’Italia, Editori Riuniti, Roma 1953, pag. 159
17) Alfredo De Musset, Le confessioni di un figlio del secolo, Mondadori, Milano 1938, pag. 27
18) G. C. Pajetta, Una svolta di generazioni, in Rinascita, Quaderno La nuova Resistenza agosto 1960, pag. 653
19) Carlo Levi, La nuova Resistenza,Quaderno di Rinascita, agosto 1960, pag. 358
20).P. Togliatti, Discorso al XVI Congresso della F.G.C.I., Genova 2 ottobre 1960, In Discorsi ai giovani, Editori Riuniti, Roma 1964
21) F. Parri, La nuova Resistenza, Quaderno di Rinascita, agosto 1960, pag. 637
22) Luciano Romagnoli, La nuova Resistenza, Quaderno di Rinascita. dell’agosto 1960, pag. 648
23) Tra le analisi più interessanti ricordiamo i testi: Giorgio Napolitano, Scuola, lotta di classe e socialismo, Editori Riuniti, Roma 1970; Rossana Rossanda, L’anno degli studenti, De Donato, Bari 1968; Herbert José de Souza, La gioventù come avanguardia, Feitrinelll, Milano 1968; Ruggero Zangrandi, Perché la rivolta degli studenti, Feltrinelli, Milano 1968
24) Ruggero Zangrandi, op. cit., pag. 29
25) Luigi Longo, in Rinascita, n. 18 del 3 maggio 1968
26) L’unica discriminazione possibile, anzi necessaria e di stretto rigore perché prevista dalla Costituzione Italiana, l’unica eccezione ammessa e che bisogna esigere fermamente è nel confronti del fascismo, con qualunque maschera esso si presenti: o se vogliamo in base all’art. 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645, nei confronti di chiunque pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo oppure le finalità antidemocratiche proprie del partito fascista
27) Malgrado la richiesta avanzata dalle Federazioni e dal movimenti giovanili di ogni partito il 20 aprile 1945, che «anche in considerazione del contributo di sangue e di lotta dei giovani partigiani e patrioti, dei soldati, avieri e marinai alla liberazione della patria, fosse concesso il diritto di voto e di eleggibilità ai giovani che avessero compiuto il 18° anno», sono trascorsi trent’anni e tale diritto dev’essere ancora concesso. E’ questa una grave colpa della democrazia italiana e una debolezza degli stessi partiti democratici che non si sono impegnati in una decisa battaglia perché fosse accordato il diritto di voto ad alcuni milioni di giovani
28) Pietro Secchia, L’ondata repressiva contro la Costituzione e le libertà democratiche, discorso al Senato del 27 gennaio 1970. Atti del Senato della Repubblica.
29) Franco Camarlinghi, Il P.C.I. e Il movimento degli studenti, in Rinascita, n. 13 del 30-3-1973
30) Claudio Petruccioli, in Rinascita, n. 13 del 30 marzo 1973
31) G. Chiarante, in Rinascita, n. 13 del 30 marzo 1973
32) Palmiro Togliatti, Discorso alla Conferenza nazionale del P.C.I., Roma, 24-5-1947
33) Franco Antonicelli, in Astrolabio, n. 2 del 28 febbraio 1973
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Posted on 20 gennaio 2011.
Ufficio Studi “Nino Gramsci - Martu 2009
Quadernos de filosofia
Scritti filosofici - Sulla pratica - Mao Tse-tung – OPERE
* Ci sono stati nel nostro partito compagni inclini al dogmatismo che per lungo tempo, trascurando di prendere in considerazione l’esperienza della rivoluzione cinese e rifiutando la verità secondo cui “il marxismo non è un dogma ma una guida per l’azione”, non hanno fatto che intimidire la gente con parole ed espressioni prese dai testi marxisti estrapolandole dal contesto.
Ci sono stati anche compagni inclini all’empirismo che per lungo tempo si sono aggrappati alla loro frammentaria esperienza personale, non hanno compreso l’importanza della teoria per la pratica rivoluzionaria né hanno compreso la situazione della rivoluzione nel suo insieme; per quanto abbiano lavorato con zelo, il loro lavoro è stato fatto alla cieca. Le concezioni errate di questi due tipi di compagni, in particolare le concezioni dogmatiche, hanno arrecato grave pregiudizio alla rivoluzione cinese negli anni dal 1931 al 1934. In particolare i dogmatici, paludati della toga marxista, hanno disorientato molti nostri compagni.
Il saggio Sulla pratica è stato scritto dal compagno Mao Tse-tung per denunciare, basandosi sulla teoria marxista della conoscenza, gli errori di carattere soggettivista sia dei dogmatici sia degli empiristi, in particolare quelli dei dogmatici, in seno al Partito comunista cinese. Quest’opera mette l’accento sulla denuncia del soggettivismo dogmatico che disdegna la pratica ed è per questo che s’intitola Sulla pratica. Le concezioni sviluppate qui dal compagno Mao Tse-tung furono esposte, a suo tempo, in una conferenza tenuta all’Università politica e militare antigiapponese di Yenan. Il testo è stato rivisto dall’autore prima di essere incluso nelle sue Opere scelte.
SULLA PRATICA
sul rapporto fra la conoscenza e la pratica, fra il sapere e il fare (luglio 1937)
Il materialismo premarxista esaminava il problema della conoscenza senza tener conto della natura sociale dell’uomo e dello sviluppo storico dell’umanità e perciò non poteva comprendere che la conoscenza dipende dalla pratica sociale, cioè dalla produzione e dalla lotta di classe.
I marxisti ritengono, innanzitutto, che l’attività produttiva dell’uomo è l’attività pratica fondamentale e che essa determina ogni altra forma di attività. Attraverso la conoscenza l’uomo, basandosi soprattutto sull’attività produttiva materiale, riesce a comprendere gradualmente i fenomeni, le proprietà e le leggi della natura e i propri rapporti con la natura; inoltre, attraverso l’attività produttiva, gradualmente giunge a diversi gradi di comprensione di determinati rapporti reciproci fra gli uomini. Nessuna di queste conoscenze può essere acquisita al di fuori dell’attività produttiva. Nella società senza classi ogni uomo, come membro della società, collabora con gli altri membri della società, entra con essi in determinati rapporti di produzione e s’impegna nell’attività produttiva per risolvere i problemi della vita materiale. Anche nei vari tipi di società divise in classi i membri delle varie classi sociali entrano, in varie forme, in determinati rapporti di produzione e s’impegnano nell’attività produttiva per risolvere i problemi della vita materiale.
Questa è la principale fonte di sviluppo della conoscenza umana.
La pratica sociale degli uomini non si limita alla sola attività produttiva, ma ha molte altre forme: lotta di classe, vita politica, attività scientifica e artistica; in breve, gli uomini, in quanto esseri sociali, partecipano a tutti i campi della vita pratica della società e così conoscono, a gradi differenti, i vari rapporti che esistono tra gli uomini, non soltanto attraverso la vita materiale, ma anche attraverso la vitapolitica e culturale (che è strettamente legata alla vita materiale). Fra queste altre forme di pratica sociale è in particolare la lotta di classe, nelle sue diverse forme, a esercitare una profonda influenza sullo sviluppo della conoscenza umana. Nella società divisa in classi, ogni individuo vive come membro di una determinata classe e ogni suo pensiero, senza eccezione, porta un’impronta di classe.
I marxisti ritengono che l’attività produttiva della società umana si sviluppa passo a passo, dagli stadi più bassi ai più alti e che di conseguenza anche la conoscenza umana, sia della natura che della società, si sviluppa passo a passo, dagli stadi più bassi a quelli più alti, cioè dal superficiale al profondo, dall’unilaterale al multilaterale. Per un periodo storico molto lungo gli uomini non poterono comprendere che unilateralmente la storia della società. Questo era dovuto, da una parte, al fatto che i pregiudizi delle classi sfruttatrici deformavano costantemente la storia della società; dall’altra, al fatto che la produzione su scala ridotta limitava l’orizzonte degli uomini. Solo quando, assieme alle grandi forze produttive, ossia all’industria su grande scala, comparve il proletariato moderno, gli uomini poterono pervenire a una completa comprensione storica dello sviluppo della società e poterono trasformare le loro conoscenze della società in una scienza. Questa scienza è il marxismo.
I marxisti ritengono che soltanto la pratica sociale degli uomini è il criterio della verità delle loro conoscenze del mondo esterno. Di fatto gli uomini ricevono la conferma della verità delle loro conoscenze solo dopo che nel corso del processo della pratica sociale (nel processo della produzione materiale, della lotta di classe e della sperimentazione scientifica) hanno raggiunto i risultati previsti. Se l’uomo vuole riuscire nel proprio lavoro, cioè arrivare ai risultati previsti, egli deve fare in modo che le sue idee corrispondano alle leggi del mondo oggettivo che lo circonda; in caso contrario fallirà nella sua attività. Se fallisce, egli trarrà insegnamento dal suo fallimento, correggerà le sue idee e le renderà conformi alle leggi del mondo esterno, trasformando così la sconfitta in vittoria. Questo è il significato delle massime “la sconfitta è madre del successo” e “sbagliando s’impara”.
La teoria dialettico-materialista della conoscenza pone la pratica al primo posto; essa ritiene che la conoscenza umana non può in nessun modo essere separata dalla pratica e respinge tutte le erronee teorie che negano l’importanza della pratica o scindono la conoscenza dalla pratica. Lenin ha detto: “La pratica è superiore alla conoscenza (teorica), perché possiede non solo il pregio dell’universalità, ma anche quello dell’immediata realtà”1.
La filosofia marxista, il materialismo dialettico, ha due caratteristiche peculiari. La prima è la sua natura di classe: essa afferma apertamente che il materialismo dialettico è al servizio del proletariato. L’altra è la sua natura pratica: essa sottolinea che la teoria dipende dalla pratica, che la teoria si basa sulla pratica e, a sua volta, serve la pratica.
Per valutare la verità di una conoscenza o di una teoria, l’uomo non si deve basare sui propri sentimenti soggettivi, ma sui risultati oggettivi della pratica sociale. Il criterio della verità può essere soltanto la pratica sociale. Il punto di vista della pratica è il punto di vista primo e fondamentale della teoria dialettico materialistadella conoscenza2.
Ma in che modo la conoscenza umana nasce dalla pratica e, a sua volta, serve la pratica? Per comprenderlo, basta esaminare il processo di sviluppo della conoscenza. Gli uomini, nel corso della loro attività pratica, all’inizio vedono soltanto l’aspetto fenomenico, gli aspetti singoli e i nessi esteriori delle diverse cose. Per esempio, alcune persone vengono da fuori a Yenan per fare un’inchiesta. In uno o due giorni esse vedono la località, le strade, le case; incontrano molta gente; partecipano a ricevimenti, a serate e a riunioni di massa; sentono discorsi di vario genere e leggono vari documenti. Tutto ciò costituisce l’aspetto fenomenico, gli aspetti singoli e i nessi esteriori delle cose. Questa fase del processo conoscitivo si chiama fase della percezione, cioè fase delle percezioni e delle impressioni. In altri termini, le varie cose che esistono a Yenan agiscono sugli organi dei sensi dei membri del gruppo d’inchiesta, determinano le loro percezioni, fanno sorgere nella loro mente una serie di impressioni assieme a un’idea delle relazioni generali esteriori tra queste impressioni. Questa è la prima fase della conoscenza. In questa fase l’uomo non può ancora formarsi concetti profondi né trarre conclusioni logiche. Man mano che la pratica sociale prosegue, le cose che determinano nell’uomo, nel corso della sua pratica, percezioni e sensazioni si ripetono più volte. Ad un certo punto si produce nella mente umana un subitaneo cambiamento (un salto) nel processo della conoscenza e nascono i concetti. I concetti non rappresentano più l’aspetto fenomenico, gli aspetti singoli e i nessi esteriori delle cose, ma colgono l’essenza delle cose, il loro insieme e i loro nessi interni. La differenza fra concetto e percezione non è soltanto quantitativa ma anche qualitativa. Procedendo oltre in questa direzione e servendosi dei metodi del giudizio e della deduzione, si può arrivare a conclusioni logiche. Quando, come nel Romanzo dei tre regni3, si dice: “Aggrotta le sopracciglia e ti verrà in mente uno stratagemma” o quando più comunemente si dice: “Lasciatemi riflettere”, ci si riferisce precisamente alla manipolazione dei concetti che l’uomo compie nella sua mente per formare giudizi e trarre deduzioni. Questa è la seconda fase della conoscenza. Quando i nostri visitatori, i membri del gruppo d’inchiesta, hanno riunito svariato materiale e quindi ci hanno “riflettuto” su, essi potrebbero dare il seguente giudizio: “La politica del fronte unito nazionale antigiapponese, condotta dal Partito comunista cinese, è conseguente, sincera e leale”. Una volta formulato questo giudizio, se hanno un atteggiamento onesto nei confronti dell’unità e della salvezza del paese, essi possono fare un altro passo e giungere a questa conclusione: “Il fronte unito nazionale antigiapponese può avere successo”. Nel processo complessivo della conoscenza di una cosa, questa fase dei concetti, dei giudizi e delle deduzioni è la più importante, è la fase della conoscenza razionale. Il vero compito della conoscenza è arrivare, attraverso la percezione, al pensiero, alla graduale comprensione delle contraddizioni interne delle cose oggettivamente esistenti, delle leggi che regolano queste cose, dei nessi interni tra l’uno e l’altro processo, arrivare cioè alla conoscenza logica. Ripetiamo: la conoscenza logica si distingue dalla conoscenza percettiva in quanto la conoscenza percettiva coglie gli aspetti singoli, fenomenici delle cose, i loro nessi esteriori, mentre la conoscenza logica fa un gran passo in avanti, abbraccia l’insieme, l’essenza, i nessi interni delle cose, porta alla scoperta delle contraddizioni interne del mondo circostante e può così afferrarne lo sviluppo nella sua totalità, con i nessi interni di tutti i suoi aspetti.
Prima della nascita del marxismo nessuno aveva mai elaborato una simile teoria dialettico-materialista del processo di sviluppo della conoscenza, basata sulla pratica e che procede dal superficiale al profondo. Il materialismo marxista ha risolto per la prima volta in modo corretto il problema del processo di sviluppo della conoscenza, mettendo in evidenza materialisticamente e dialetticamente il movimento di approfondimento della conoscenza, il movimento attraverso il quale la conoscenza percettiva si trasforma in conoscenza logica per mezzo delle pratiche complesse e regolarmente ripetentisi di produzione e di lotta di classe che l’uomo compie nella vita sociale. Lenin ha detto: “I concetti astratti come ‘materia’, ‘legge naturale’, ‘valore economico’, ecc., in breve, tutte le astrazioni scientifiche (giuste, serie, non arbitrarie) riflettono la natura più profondamente, più veracemente, più completamente”4. Il marxismo-leninismo sostiene che le caratteristiche specifiche delle due fasi del processo della conoscenza consistono nel fatto che nella fase inferiore la conoscenza si manifesta come conoscenza percettiva, mentre nella fase superiore essa si manifesta come conoscenza logica; ma esso sostiene anche che ciascuna di queste due fasi è uno stadio dell’unico processo della conoscenza. La conoscenza percettiva e la conoscenza razionale differiscono qualitativamente, tuttavia non sono separate l’una dall’altra ma sono unite sulla base della pratica5. La nostra pratica dimostra che le cose percepite non possono essere immediatamente comprese e che soltanto le cose comprese possono essere percepite più profondamente. La percezione non può risolvere che il problema dell’aspetto fenomenico; solo la teoria può risolvere il problema dell’essenza. Non è possibili trovare una soluzione a questi problemi al di fuori della pratica. Chiunque vogliaconoscere una cosa, non ha altro mezzo che quello di venire a contatto con essa, ossia di vivere (operare) nel suo ambiente.
Al tempo della società feudale, non era possibile conoscere a priori le leggi della società capitalista perché, non essendo ancora apparso il capitalismo, mancava la pratica ad esso corrispondente. Il marxismo poteva essere soltanto un prodotto della società capitalista. Al tempo del capitalismo premonopolista, Marx non poteva conoscere a priori e in concreto certe leggi specifiche proprie dell’epoca dell’imperialismo, poiché l’imperialismo, fase suprema del capitalismo, non era ancora apparso e mancava la pratica ad esso corrispondente; soltanto Lenin e Stalin poterono assumersi questo compito.
Marx, Engels, Lenin e Stalin poterono formulare le loro teorie non solo per la loro genialità ma, soprattutto, perché parteciparono personalmente alla pratica della lotta di classe e della sperimentazione scientifica del loro tempo; se fosse mancata questa condizione, nessun genio avrebbe potuto riuscirvi. Il detto “il dotto, anche se non varca la soglia di casa, conosce tutto ciò che avviene sotto il sole” era una frase vuota dei tempi antichi, quando la tecnica era poco sviluppata. Anche se nella nostra epoca, tecnicamente progredita, quel detto è realizzabile, anche adesso solo gli uomini impegnati nell’attività pratica hanno una conoscenza di prima mano e solo quando essi hanno raggiunto “la conoscenza” attraverso la loro pratica personale e solo quando questa loro conoscenza arriva, per mezzo degli scritti e degli strumenti tecnici di comunicazione, al nostro “dotto”, questi potrà conoscere indirettamente “tutto ciò che avviene sotto il sole”. Se un uomo vuole conoscere direttamente una cosa o un certo insieme di cose, egli deve partecipare di persona alla lotta pratica che modifica la realtà, che modifica quella cosa o quell’insieme di cose; solo cosi egli può prendere contatto con gli aspetti fenomenici di quella cosa o di quell’insieme di cose; solo durante la lotta pratica per cambiare la realtà cui partecipa personalmente egli può scoprire l’essenza di quella cosa o di quell’insieme di cose e comprenderle6. Nella realtà questo è il processo della conoscenza che ogni uomo segue, anche se alcuni, deformando di proposito i fatti, sostengono il contrario. Le persone più ridicole che ci sono al mondo sono quei “saccenti” che, raggiunta un’infarinatura di cognizioni casuali e frammentarie, si considerano “superiori a tutti”. Questo dimostra solo la loro incapacità di valutare serenamente se stessi. La questione della conoscenza è la stessa cosa della questione della scienza e questa non ammette la minima disonestà o presunzione; esige invece proprio il contrario: onestà e modestia. Per acquisire delle conoscenze, bisogna partecipare alla pratica che trasforma la realtà. Per conoscere il gusto di una pera, bisogna trasformarla mangiandola. Per conoscere la struttura e le proprietà degli atomi, bisogna modificare lo stato degli atomi con esperimenti fisici e chimici. Per conoscere la teoria e i metodi della rivoluzione, bisogna prendere parte alla rivoluzione. Tutte le vere conoscenze provengono dall’esperienza diretta. Tuttavia nessun singolo uomo può sperimentare direttamente ogni cosa e la maggior parte del sapere ci deriva, di fatto, da esperienze indirette come, per esempio, le conoscenze tramandateci dai tempi antichi o pervenuteci da altri paesi. Queste conoscenze sono però il prodotto dell’esperienza diretta dei nostri antenati o di uomini di altri paesi. Se le conoscenze acquisite dai nostri antenati e dagli uomini di altri paesi nel corso della loro esperienza diretta corrispondono alla condizione di quell’“astrazione scientifica” di cui parlava Lenin e sono il riflesso scientifico di cose oggettivamente esistenti, allora sono attendibili; in caso contrario non lo sono. Perciò le conoscenze di un uomo si compongono soltanto di due parti: la prima proviene dalla sua esperienza diretta, la seconda dall’esperienza indiretta. Ma ciò che per me è esperienza indiretta per altri è esperienza diretta. Ne consegue che, considerate nel loro insieme, le conoscenze di qualsiasi genere sono inseparabili dall’esperienza diretta. La fonte di tutte le conoscenze risiede nelle percezioni che gli organi dei sensi dell’uomo ricevono dal mondo oggettivo esterno; chi nega questa percezione, chi nega l’esperienza diretta e la partecipazione personale alla pratica che modifica la realtà, non è un materialista. Ecco perché i “saccenti” sono così ridicoli. I cinesi hanno un vecchio detto: “Se non si entra nella tana della tigre, come si possono catturare i tigrotti?”. Questo detto è vero sia per la pratica degli uomini sia per la teoria della conoscenza. Non ci può essere conoscenza disgiunta dalla pratica. Al fine di chiarire il movimento dialettico-materialista della conoscenza che nasce dalla pratica volta a modificare la realtà, per chiarire cioè il movimento del graduale approfondimento della conoscenza, daremo qualche altro esempio concreto. Nel periodo iniziale della sua pratica, quello della distruzione delle macchine e della lotta spontanea, il proletariato era appena nella fase percettiva della sua conoscenza della società capitalista e conosceva soltanto gli aspetti singoli e i nessi esterni dei vari fenomeni del capitalismo. A quell’epoca il proletariato era ancora una “classe in sé”. Ma una volta raggiunto il secondo periodo della sua pratica, quello della lotta economica e politica cosciente e organizzata, grazie alla sua attività pratica, all’esperienza acquisita nel corso di lotte prolungate, alla sua educazione nella teoria marxista (che è la generalizzazione di questa esperienza compiuta da Marx ed Engels secondo il metodo scientifico), il proletariato riuscì a comprendere l’essenza della società capitalista, i rapporti di sfruttamento fra le diverse classi sociali, i propri compiti storici e divenne allora una “classe per sé”.
La stessa strada ha seguito il popolo cinese per conoscere l’imperialismo. La prima fase è stata quella della conoscenza percettiva, superficiale, come dimostrano le lotte indiscriminate contro gli stranieri: il Movimento dei Taiping, il Movimento dei Yi Ho Tuan7, ecc. Soltanto in un secondo momento il popolo cinese ha raggiunto la fase della conoscenza razionale, quando ha visto le contraddizioni interne ed esterne dell’imperialismo e ha compreso la verità essenziale che l’imperialismo si era alleato con la classe dei compradores e con la classe feudale per opprimere e sfruttare le masse popolari della Cina. Questa conoscenza ha avuto inizio, più o meno, al tempo del Movimento del 4 maggio 1919.
Passiamo ora alla guerra. Se chi dirige la guerra non ha esperienza militare, nella fase iniziale non potrà comprendere le leggi profonde che regolano la condotta di una data guerra (per esempio, la nostra Guerra rivoluzionaria agraria degli ultimi dieci anni). Nella fase iniziale potrà acquisire soltanto l’esperienza che deriva dalla sua partecipazione personale a un gran numero di battaglie, molte delle quali, del resto, si concluderanno con la sconfitta. Tuttavia questa esperienza (l’esperienza delle vittorie e, in particolare, delle sconfitte) lo metterà in grado di comprendere gli elementi di ordine interno presenti nella guerra nel suo complesso, in particolare le leggi di quella specifica guerra, di comprenderne la strategia e la tattica e di conseguenza gli darà la possibilità di dirigerla con sicurezza. Se, a questo punto, la direzione della guerra dovesse passare a un uomo privo di esperienza, anche questi, a sua volta, potrà comprendere le leggi reali della guerra soltanto dopo aver subito una serie di sconfitte (cioè dopo avere acquistato esperienza). Capita spesso di sentir dire da un compagno che non ha il coraggio di accettare un lavoro nuovo: “Non mi sento sicuro di riuscirci”. Perché non si sente sicuro? Perché non ha una comprensione sistematica del contenuto e delle condizioni di quel lavoro o perché non ha mai affrontato un lavoro di quel genere o l’ha affrontato di rado. Pertanto non è in grado di capire le leggi che lo regolano. Soltanto dopo un’analisi dettagliata del contenuto e delle condizioni di quel lavoro egli si sentirà più sicuro e vorrà occuparsene. Se poi quel compagno, dedicandosi per un certo periodo a questo lavoro, acquisterà esperienza, se guarderà la realtà con animo aperto e non considererà i problemi in modo soggettivista, unilaterale e superficiale, allora egli potrà trarre delle conclusioni sul modo di portare avanti il lavoro e acquisterà una sicurezza molto maggiore. Falliscono solo coloro che esaminano i problemi in modo soggettivista, unilaterale e superficiale, quelli che, non appena arrivano in un posto, si mettono, con aria di sufficienza, a dare ordini e direttive senza considerare le circostanze, senza cercare di guardare le cose nel loro insieme (la loro storia e il loro stato attuale considerato come un tutto) e senza penetrarne l’essenza (la loro natura e il nesso interno fra una cosa e le altre). Dunque il primo passo nel processo della conoscenza è proprio il contatto con le cose del mondo esterno: la fase della percezione. Il secondo passo è la sintesi dei dati forniti dalla percezione, la loro sistemazione e la loro elaborazione: la fase dei concetti, dei giudizi e delle deduzioni. Ma soltanto se i dati forniti dalla percezione sono molto ricchi (e non frammentari e incompleti) e soltanto se corrispondono alla realtà (non sono cioè frutto di un inganno dei sensi), è possibile, sulla loro base, elaborare giusti concetti e trarre giuste conclusioni logiche. Ci sono qui due punti importanti che bisogna mettere particolarmente in rilievo. 1. Il primo, di cui abbiamo già parlato ma del quale vogliamo riparlare, è il problema della dipendenza della conoscenza razionale dalla conoscenza percettiva. Chi ritiene che la conoscenza razionale possa non provenire dalla conoscenza percettiva è un idealista. La storia della filosofia conosce una cosiddetta scuola “razionalista” che ammette soltanto la validità della ragione e nega quella dell’esperienza, ritenendo affidabile soltanto la ragione e non l’esperienza percettiva; l’errore di questa scuola consiste nel capovolgere i fatti. La conoscenza razionale è affidabile proprio perché ha la sua origine nei dati della percezione, altrimenti sarebbero come un fiume senza sorgente, come un albero senza radici, sarebbero qualcosa di soggettivista, di ingenuo, di inattendibile.
Nell’ordine del processo della conoscenza, l’esperienza percettiva occupa il primo posto. Noi sottolineiamo l’importanza della pratica sociale in questo processo, proprio perché solo la pratica sociale può dare origine alla conoscenza umana e iniziare l’uomo alla ricezione di esperienze percettive dal mondo oggettivo esterno che lo circonda. Per un uomo che chiude gli occhi, si tura le orecchie e si isola completamente dal mondo oggettivo esterno non si può nemmeno parlare di conoscenza. La conoscenza ha inizio con l’esperienza: questo è il materialismo nella teoria della conoscenza.
2. Il secondo punto è la necessità di approfondire la conoscenza, la necessità di passare dalla fase della conoscenza percettiva a quella della conoscenza razionale: questa è la dialettica nella teoria della conoscenza9.
Ritenere che la conoscenza possa fermarsi alla fase inferiore, alla fase della percezione, che solo la conoscenza percettiva è attendibile e che quella razionale non è attendibile, significa ricadere nell’errore dell’“empirismo”, errore ben conosciuto nella storia. L’errore dell’empirismo sta nel non ammettere che i dati della percezione, pur essendo il riflesso di certe realtà del mondo oggettivo esterno (non parlo dell’empirismo idealista che riduce l’esperienza alla cosiddetta introspezione), sono tuttavia soltanto unilaterali e superficiali, riflettono le cose in modo incompleto e non ne rispecchiano l’essenza. Per riflettere completamente una cosa nella sua totalità, per riflettere la sua essenza e le sue leggi interne, è necessario, operando con la mente, sottoporre i ricchi dati della percezione a un processo di elaborazione e di ricostruzione (eliminare la pula e scegliere il grano, scartare il falso e conservare il vero, procedere dall’uno all’altro e dall’esterno all’interno) al fine di formare un sistema di concetti e teorie; è necessario, cioè, il salto dalla conoscenza percettiva alla conoscenza razionale.
Dopo questa elaborazione, la conoscenza non diventa meno completa o meno attendibile. Al contrario, tutto ciò che nel corso del processo della conoscenza viene scientificamente elaborato sulla base della pratica, riflette, come ha detto Lenin, le cose oggettivamente esistenti in modo più profondo, più vero, più completo. I fautori del praticismo volgare, invece, danno importanza all’esperienza ma disdegnano la teoria; di conseguenza sono incapaci di vedere l’insieme del processo oggettivo, mancano di un chiaro orientamento e di ampie prospettive e, compiaciuti, si accontentano dei loro successi casuali e delle loro vedute ristrette. Se costoro dirigessero la rivoluzione, la condurrebbero in un vicolo cieco.
La conoscenza razionale dipende dalla conoscenza percettiva e la conoscenza percettiva deve svilupparsi in conoscenza razionale: ecco la teoria dialettico materialista della conoscenza. In filosofia sia il “razionalismo” sia l’“empirismo” non comprendono il carattere storico e dialettico della conoscenza e, sebbene ciascuna di queste dottrine contenga un aspetto della verità (mi riferisco al razionalismo e all’empirismo materialisti, non a quelli idealisti), tuttavia dal punto di vista della teoria della conoscenza considerata nel suo insieme sia l’una sia l’altra sono sbagliate. Il movimento dialettico-materialista della conoscenza, che va dalla conoscenza percettiva alla conoscenza razionale, ha luogo sia nel processo della conoscenza del piccolo (per esempio, la conoscenza di una cosa o di un lavoro) che nel processo della conoscenza del grande (per esempio, la conoscenza di una società o di una rivoluzione). Ma il movimento della conoscenza non si conclude qui. Se il movimento dialettico-materialista della conoscenza si fermasse alla fase della conoscenza razionale, non sarebbe stata trattata che la metà del problema e, dal punto di vista della filosofia marxista, nemmeno la metà più importante. La filosofia marxista sostiene che il problema più importante non è comprendere le leggi del mondo oggettivo ed essere quindi in grado di spiegarlo, ma avvalersi della conoscenza di tali leggi per trasformare attivamente il mondo. Per il marxismo la teoria è importante e questa importanza è espressa perfettamente nelle parole di Lenin “senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario”10. Ma il marxismo attribuisce grande valore alla teoria proprio e solo perché essa può
guidare l’azione. Se si possiede una giusta teoria, ma ci si limita a farne oggetto di vuote dissertazioni, la si tiene in archivio e non la si applica nella pratica, allora questa teoria, per quanto buona, non serve a nulla.
La conoscenza comincia con la pratica, raggiunge attraverso la pratica il livello teorico e quindi deve ritornare nuovamente alla pratica. Il ruolo attivo della conoscenza non si manifesta solo nel salto attivo dalla conoscenza percettiva a quella razionale, ma anche, e questo è ancora più importante, nel salto dalla conoscenza razionale alla pratica rivoluzionaria. La conoscenza che ci ha permesso di afferrare le leggi del mondo deve essere di nuovo diretta verso la pratica che trasforma il mondo, ossia deve essere applicata nella pratica della produzione, nella pratica della lotta rivoluzionaria di classe e della lotta rivoluzionaria nazionale, nella pratica della sperimentazione scientifica. Questo è il processo di verifica e di sviluppo della teoria, la continuazione del processo della conoscenza nel suo complesso. Il problema di sapere se una teoria corrisponde alla verità oggettiva non è e non può essere risolto completamente nel movimento dalla conoscenza percettiva alla conoscenza razionale di cui abbiamo già parlato. L’unico modo per risolvere completamente questo problema è quello di dirigere ancora la conoscenza razionale verso la pratica sociale, di applicare la teoria all’attività pratica e di vedere se si arriva ai risultati previsti.
Molte teorie delle scienze naturali sono riconosciute vere non solo perché furono considerate tali quando vennero elaborate dagli scienziati, ma anche perché hanno trovato conferma nella successiva pratica scientifica. Nello stesso modo, il marxismo-leninismo è riconosciuto come verità non solo perché fu ritenuto tale quando venne scientificamente elaborato da Marx, Engels, Lenin e Stalin, ma anche perché è stato confermato dalla susseguente pratica della lotta rivoluzionaria di classe e della lotta rivoluzionaria nazionale.
Il materialismo dialettico è una verità universale perché nessuno nella sua attività pratica può scostarsi da esso. La storia della conoscenza umana ci dimostra che la verità di numerose teorie era incompleta e che solo la verifica nella pratica ha permesso di completarla. Molte teorie erano sbagliate e solo attraverso la verifica nella pratica i loro errori sono stati corretti. Ecco perché diciamo che la pratica è il criterio della verità e che “il punto di vista della vita, della pratica, deve essere il punto di vista primo e fondamentale della teoria della conoscenza”11.
Stalin ha giustamente detto: “La teoria diventa priva di oggetto se non viene collegata con la pratica rivoluzionaria, esattamente allo stesso modo che la pratica diventa cieca se non si rischiara la strada con la teoria rivoluzionaria”12.
A questo punto, è concluso il movimento della conoscenza? Rispondiamo: è concluso e non è concluso. Quando nella società l’uomo s’impegna nella pratica per modificare un determinato processo oggettivo (naturale o sociale) a un certo stadio del suo sviluppo, egli passa, grazie al riflesso del processo oggettivo nella sua mente e alla sua attività soggettiva, dalla conoscenza percettiva alla conoscenza razionale ed elabora idee, teorie, piani o progetti che nelle loro linee generali corrispondono alle leggi del processo oggettivo; in seguito applica queste idee, teorie, piani o progetti nella pratica dello stesso processo oggettivo e se raggiunge lo scopo prefisso, vale a dire se riesce nella pratica di questo processo, a trasformare in una realtà concreta, almeno nelle linee generali, le idee, le teorie, i piani o i progetti precedentemente elaborati, allora il movimento della conoscenza di questo processo si può considerare compiuto. Per esempio, nel processo di trasformazione della natura la realizzazione di un piano di costruzione, la conferma di un’ipotesi scientifica, la creazione di un congegno, il raccolto di un prodotto agricolo; oppure nel processo di trasformazione della società il successo di uno sciopero, la vittoria in una guerra, la realizzazione di un programma educativo: tutto questo può essere considerato raggiungimento degli obiettivi prestabiliti. Tuttavia, parlando in generale, nell’attività pratica diretta a trasformare la natura o la società accade di rado che le idee, le teorie, i piani o i progetti elaborati dagli uomini vengano realizzati senza subire alcun cambiamento. Questo perché gli uomini impegnati a modificare la realtà sono spesso sottoposti a numerose limitazioni: sono frequentemente vincolati non solo dalle condizioni scientifiche e tecniche, ma anche dallo sviluppo del processo oggettivo e dal grado in cui esso si manifesta (dal fatto che aspetti ed essenza del processo oggettivo non sono stati ancora messi completamente in evidenza). In tale situazione, per la scoperta nella pratica di circostanze impreviste, le idee, le teorie, i piani o i progetti subiscono spesso cambiamenti parziali e, a volte, addirittura totali. Cioè succede che le idee, le teorie, i piani o i progetti prestabiliti non corrispondono, in parte o del tutto, alla realtà, sono parzialmente o totalmente sbagliati. In molti casi, solo dopo ripetuti fallimenti si riesce a correggere gli errori, a raggiungere la corrispondenza con le leggi del processo oggettivo e a trasformare così il soggettivo in oggettivo, cioè ad arrivare ai risultati previsti. A questo punto, comunque, il movimento della conoscenza umana di un determinato processo oggettivo, a un dato stadio del suo sviluppo, può ritenersi concluso.
Tuttavia, se si considera il processo della conoscenza umana nel suo sviluppo complessivo, esso non si conclude qui. Ogni processo, sia nella natura sia nella società, progredisce e si sviluppa a causa delle sue contraddizioni e delle lotte interne; anche il movimento della conoscenza umana deve progredire e svilupparsi di conseguenza. Se si tratta di un movimento sociale, i dirigenti veramente rivoluzionari non solo devono sapere correggere le loro idee, teorie, piani o progetti quando vengono scoperti degli errori, come si è detto sopra, ma, quando un processo oggettivo progredisce e passa da uno stadio del suo sviluppo a un altro, essi devono anche essere capaci di seguire con la loro conoscenza soggettiva questo sviluppo e questo passaggio e di farli seguire a tutti quelli che partecipano alla rivoluzione; devono, cioè, proporre nuovi compiti rivoluzionari e nuovi piani di lavoro corrispondenti ai nuovi cambiamenti intervenuti nella situazione. In un periodo rivoluzionario la situazione cambia rapidamente e se i rivoluzionari non modificano rapidamente la propria conoscenza per renderla conforme alla nuova situazione, essi non potranno condurre la rivoluzione alla vittoria. Accade spesso che le idee non vanno al passo con la realtà; questo avviene perché numerose condizioni sociali pongono un limite alla conoscenza umana. Noi lottiamo contro quei testardi appartenenti ai ranghi rivoluzionari le cui idee non seguono il ritmo delle modificazioni della situazione oggettiva e che storicamente si manifestano sotto forma di opportunismo di destra. Costoro non vedono che la lotta tra gli opposti ha già fatto avanzare il processo oggettivo, mentre la loro conoscenza è ancora ferma al vecchio stadio. Questo caratterizza le idee di tutti i testardi. Le loro idee sono staccate dalla pratica sociale; essi non sono quindi capaci di guidare il carro della società; essi possono solo trascinarsi dietro di esso brontolando perché corre troppo e tentando di farlo indietreggiare o di indirizzarlo nella direzione opposta.
Noi lottiamo ugualmente contro i parolai “di sinistra”. Le loro idee vanno al di là di una determinata fase di sviluppo del processo oggettivo; alcuni di essi considerano come verità i parti della loro fantasia, cercando di realizzare nel presente obiettivi raggiungibili soltanto nel futuro; le loro idee, staccate dalla pratica corrente della maggioranza degli uomini, staccate dalla realtà attuale, si traducono, nell’azione, in avventurismo.
L’idealismo e il materialismo meccanicista, l’opportunismo e l’avventurismo sono tutti caratterizzati dalla frattura fra il soggettivo e l’oggettivo, dal distacco della conoscenza dalla pratica. La teoria marxista-leninista della conoscenza, che è caratterizzata dal rilievo che essa dà alla pratica sociale come criterio della verità scientifica, non può non combattere con decisione queste ideologie erronee. I marxisti riconoscono che nel processo generale, assoluto, di sviluppo dell’universo, lo sviluppo di ogni processo particolare è relativo; perciò, nel grande fiume della verità assoluta, la conoscenza umana di un processo particolare, in ogni determinata fase del suo sviluppo, è soltanto una verità relativa. Dalla somma delle innumerevoli verità relative risulta la verità assoluta13. Lo sviluppo di un processo oggettivo è pieno di contraddizioni e di lotte. Lo sviluppo del processo della conoscenza umana è anch’esso pieno di contraddizioni e di lotte. Ogni movimento dialettico del mondo oggettivo troverà, prima o poi, il suo riflesso nella conoscenza umana. Nella pratica sociale il processo di nascita, sviluppo e fine non ha termine, quindi non ha termine neppure il processo
di nascita, sviluppo e fine nella conoscenza umana. Come progredisce costantemente la pratica, la quale modifica la realtà oggettiva secondo idee, teorie, piani o progetti determinati, così anche la conoscenza umana della realtà oggettiva si approfondisce sempre più. Il movimento di modificazione del mondo reale oggettivo non avrà mai fine, quindi non avrà mai fine neppure la conoscenza della verità che l’uomo acquista attraverso la pratica. Il marxismo-leninismo non comprende tutta la conoscenza della verità; al contrario, nel processo dell’attività pratica esso apre continuamente la strada alla conoscenza della verità.
La nostra conclusione è che noi sosteniamo l’unità storica, concreta, del soggettivo e dell’oggettivo, della teoria e della pratica, del sapere e del fare e siamo contro tutte le ideologie erronee, “di sinistra” o di destra, avulse dalla storia concreta.
Nell’epoca presente dello sviluppo della società, la storia ha posto sulle spalle del proletariato e del suo partito politico la responsabilità della giusta conoscenza e della trasformazione del mondo. Il processo della pratica di trasformazione del mondo, determinato sulla base della conoscenza scientifica, ha già raggiunto un momento storico nel mondo e in Cina, un momento di grande importanza e senza precedenti nella storia dell’umanità: il momento in cui dissipare completamente le tenebre che gravano sul mondo e sulla Cina e trasformare il mondo in un mondo radioso quale finora non si è mai visto.
La lotta del proletariato e dei popoli rivoluzionari per la trasformazione del mondo comporta la realizzazione dei seguenti compiti: la trasformazione del mondo oggettivo e, nello stesso tempo, la trasformazione del proprio mondo soggettivo (ossia la trasformazione delle proprie capacità conoscitive e la trasformazione dei rapporti esistenti tra il mondo soggettivo e il mondo oggettivo). In una parte della terra, nell’Unione Sovietica, questa trasformazione è già in atto e il popolo ne sta accelerando il processo. Anche il popolo cinese e i popoli del mondo intero attraversano o attraverseranno tale processo di trasformazione. Il mondo oggettivo che deve essere trasformato include anche tutti gli avversari della trasformazione; essi dovranno passare per la fase della trasformazione forzata prima di poter entrare nella fase della trasformazione cosciente. L’epoca del comunismo mondiale sarà raggiunta quando l’umanità intera arriverà alla cosciente trasformazione di se stessa e del mondo.
Scoprire la verità mediante la pratica e mediante la pratica confermare e sviluppare la verità. Partire dalla conoscenza percettiva e svilupparla attivamente in conoscenza razionale e poi partire dalla conoscenza razionale e dirigere attivamente la pratica rivoluzionaria in modo da trasformare il mondo soggettivo e oggettivo. Pratica, conoscenza, di nuovo pratica e di nuovo conoscenza; la ripetizione all’infinito di questo ciclo e, a ogni ciclo, l’innalzamento della pratica e della conoscenza a uno stadio più alto. Questa è, nel suo complesso, la teoria della conoscenza del materialismo dialettico, questa è la concezione dell’unità del sapere e del fare propria del materialismo dialettico.
NOTE
1. V.I. Lenin, Riassunto della “Scienza della logica” di Hegel, inOpere, vol. 38.
2. K. Marx, Tesi su Feuerbach (1845); V.I. Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, cap.
2, par. 6, in Opere, vol. 14.
3. Il Romanzo dei tre regni è un romanzo storico scritto da Lo Kuan-chung tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo.
4. V.I. Lenin, Riassunto della “Scienza della logica” di Hegel, in Opere, vol. 38.
5. Mao Tse-tung mostra il legame diretto tra questo lato della concezione dialettico materialista del processo della conoscenza e il metodo principale di lavoro del partito comunista (ossia la linea di massa) nel testo Alcune questioni riguardanti i metodi di direzione (1943).
6. Mao Tse-tung mostra il legame tra questo lato della concezione dialettico-materialista del processo della conoscenza e il metodo di direzione “legare il generale al particolare” nel testo Alcune questioni riguardanti i metodi di direzione (1943).
7. Tra il 1850 e il 1864 nella Cina meridionale e centrale si sviluppò la grande rivolta contadina dei Taiping che fondarono il Taiping Tien-kuo (Celeste regno della grande pace). La rivolta venne alla fine schiacciata dalla corte imperiale cinese grazie al determinante aiuto dei governi britannico e francese. Gli Yi Ho Tuan (noti in occidente con il nome di Boxers) negli anni 1900-1901 scatenarono una rivolta che arrivò ad impadronirsi anche di Pechino. Il movimento venne schiacciato dall’intervento diretto degli eserciti di dieci governi imperialisti (Giappone, USA, Gran Bretagna, Germania, Russia, Austria-Ungheria, Italia, Spagna, Olanda, Belgio) che presero e saccheggiarono Pechino.
8. Sul Movimento del 4 maggio 1919 v. nota 14, pag. 163.
9. V.I. Lenin ha detto: “Per comprendere occorre incominciare a comprendere, a sapere, empiricamente ed elevarsi dall’esperienza alla generalizzazione” (Riassunto della “Scienza della logica” di Hegel, in Opere, vol. 38).
10. V.I. Lenin, Che fare? cap.1, par. 4, in Opere, vol. 5.
11. V.I. Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, cap. 2, par. 6, in Opere, vol. 14.
12. J.V. Stalin, Principi del leninismo, parte 3.
13. V.I. Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, cap. 2, par. 5, in Opere, vol. 14.
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Posted on 20 gennaio 2011.
Quadernos de sos tribagliadores …
a cura dell’Ufficio Studi “Nino Gramsci”
Ateros populos vivent in Terra Sarda
e sunt sa Natzione Sarda
I Rom
Presentamus custu quadernu chi faeddat de sos zingaros (a issos li piaghet a esser giamados Rom) ca creimus chi l’integrazione nascat da-e sa connoschentzia… e si non los connoschimus non bi podet esser possibilidade de los integrare, de los connoscher e de los amare comente cale si siat populu … comente su populu sardu … (a.m.)
INTRODUZIONE
Tatari su 3 de Sant’Andria 2008
Tota sa zente timet totu cussu chi est diversu e duncas timet puru sos tzingaros.
Da-e custu ispantu naschent pregiudiscios e incomprensiones chi causant odiu e intolleranza.
Proite bi siat una sotziedade chentza razzismu est netzessariu connoscher chie paret diversu da-e nois. Chie paret diversu est padronu de una cultura chi non est mezus o peus de sa nostra, ma solu diversa.
Sos nomades sunt sa minorìa mancu atzettada in totu s’occidente. S’immaginariu collettivu los bidet comente omines malos chi furant pitzinnos, ecc. Nois creimus chi sos nomades non siant cussu chi sa tzente creet.
Cun custu quadernu creimus de poder fagher connoscher mezus sos tzingaros, s’istoria issoro, sa cultura e s’umanidade in su cunsidèru de su mundu.
anghelu marras
SINTI E ROM
IMPORTANZA DEI NOMI E DEI LORO SIGNIFICATI
Come dice Vissalom nel romanzo di Sgorlon, i nomi sono importanti.
Tutti noi usiamo, per designare noi o gli altri, dei nomi. Molto spesso noi stessi non abbiamo scelto questi nomi, e così abbiamo un nome di battesimo, forse uno o più soprannomi, un cognome e qualche volta sappiamo che qualcuno ci ha anche assegnato qualche epiteto, qualche titolo offensivo. Alcuni si scelgono un altro nome, per esempio certi artisti, certi cantanti, e con questo poi diventano famosi.
Così anche ogni popolo ha uno o più nomi nel quale, o nei quali, forse si riconosce o forse no. Così, per fare un esempio, la parola Esquimese significa letteralmente mangiatore di carne cruda : così sono stati chiamati gli abitanti delle zone artiche dai loro vicini indiani; loro invece si definiscono Innuit che significa Uomini veri.
In Africa i Berberi sono stati così chiamati dai greci che li definivano barbari ed anche il termine tedesco è un nome dispregiativo, significa infatti volgare, ed anche questo nome è stato dato da vicini non proprio amici.
Anche per designare gli zingari esistono molti termini con connotazioni, significati, diversi.
Come sono stati chiamati gli zingari
Molti nomi con i quali vengono chiamati i nomadi, rimandano alla presunta storia di questo popolo. Così in Francia vengono chiamati Bohemiens, Poiché quando gli zingari arrivarono in Francia, poterono esibire un salvacondotto donato loro dall’ Imperatore Sigismondo il quale era anche re di Boemia.
Tutti ricordano il film del 1936 di Stanlio & Ollio intitolato “La ragazza di Boemia” che racconta appunto la storia dei due comici nei panni di due zingari.
In Spagna vengono chiamati Ungaros riferendosi al loro lungo soggiorno in terra d’Ungheria.
Molti altri termini con i quali vengono chiamati gli zingari rimandano ad una errata identificazione con esiliati egiziani che a causa della loro fede religiosa erano stati cacciati dalla terra d’Egitto. Gitani, Gitans, Gypsies, Yeftos….sono tutti nomi che si rifanno a questa leggenda.
Spesso anche il modo di vivere ha determinato il loro nome. E’ questo il caso del termine italiano nomadi con il quale vengono chiamati gli zingari. In Sicilia si usa ancora il nome camminanti. Questi appellativi generalizzano una caratteristica, quella di non avere fissa dimora, a tutto un popolo anche se esistono molti nomadi stanziali.
I nomi zingari, Zigeuner, Tsiganes … sono i più diffusi in Europa, tuttavia questo termine ha in tutte le lingue una connotazione negativa. La stessa etimologia, l’origine del nome, mette in cattiva luce chi porta questo nome; zingaro viene infatti dal greco ATHINGANOI ed era questo il nome di una setta eretica che praticava la magia nera.
Come si definiscono loro
Il termine che gli zingari usano maggiormente per definirsi è rom (al plurale: Rom, o più raramente, roma) e significa uomo, maschio. É questo il nome che ormai usano per designare tutto il loro popolo anche se i rom che nel tardo medioevo ( XIV-XV secolo ) nelle loro migrazioni arrivarono in Occidente (Germania, Austria, Boemia, Slovenia ed Italia del Nord ) preferiscono essere chiamati Sinti.
Questo nome deriva da Sindh: la regione del Pakistan occidentale, attraversata dal fiume Indo, dalla quale erano partiti.
I nomadi che invece sono arrivati più tardi (ma anche in tempi più recenti, per esempio, dalla seconda metà del XIX secolo in poi e negli ultimi anni, provenienti dalla ex Jugoslavia), e si sono stabiliti soprattutto nell’Europa del Sud e dell’Est, e cioè la gran parte dei nomadi europei, si definiscono rom.
Molte persone propongono così di usare il nome rom, ed in particolare, rom e sinti, come nomi collettivi di questo popolo, anche se ormai il termine zingari è molto usato per designare tutti i diversi gruppi nei quali è diviso questo popolo.
Da notare poi che, per fare un esempio, gli zingari dell’Iran non conoscono e quindi non usano il nome rom (o roma), quelli di Spagna preferiscono chiamarsi Kalo (plurale: Kale) e quelli dell’Armenia usano per se stessi il termine Lom.
Questo popolo, che per molto tempo ha abitato le regioni dei Balcani, usa inoltre chiamarsi con altri nomi che ricordano il lavoro che facevano in quelle regioni. Così troviamo i nomi Lovara, dalla radice linguistica ungherese lov che significa cavallo e che ci ricorda che erano bravi allevatori di cavalli, e Kalderas, dal tardo latino usato in Romania caldaria che significa paiolo; molti zingari lavoravano infatti come fabbri.
Anche il protagonista del romanzo “Il Calderas”, dal quale è stata tratta la prima lettura, aggiustava casseruole e lavorava il rame.
Tentare di trovare un nome comune che vada bene per tutti i gruppi, molto diversi tra loro, che compongono questo popolo, risulta dunque molto difficile; per questo anche in questo testo useremo sia il termine rom e sinti, sia il nome zingari dimenticando il significato negativo di quest’ultimo.
Dall’esame dei nomi che sono stati dati a questo popolo o che i rom e i sinti si sono dati è comunque possibile ricavare molte notizie utili per ricostruire la storia di questo popolo.
UNA STORIA DI EMARGINAZIONI E DI RIFIUTO
La storia, la cultura, le tradizioni, i miti di questo popolo sono stati sempre tramandati solo oralmente e raccontano la vita di chi ha sempre vissuto ai margini della nostra società.
La terra di origine di sinti e roma è l’India. Negli ultimi anni vari storici e soprattutto vari linguisti hanno ribadito l’origine indiana di questo popolo e la radice sanscrita del loro linguaggio.
Probabilmente i sinti e i rom nella scala sociale occupavano una posizione bassa: appartenevano o ad una delle caste inferiori o forse addirittura erano dei senza casta. Questo spiega perchè tra il V° e l’XI° secolo, carestie, guerre e l’indigenza li spinsero ad abbandonare la loro terra di origine e ad intraprendere, in piccoli o grandi gruppi, degli spostamenti verso la Persia e l’Armenia.
Neanche in questi stati trovarono rifugio e sempre in cammino su strade sulle quali, come dice una canzone zingara, ” nessun gallo canta e nessun cane abbaia”, arrivarono finalmente nell’impero bizantino.
L’arrivo in Europa
Agli inizi del XV° secolo gruppi di zingari arrivarono, come testimoniano le cronache del tempo, nell’Europa dell’Est.
Nacquero allora tra le popolazioni locali molte leggende sulla provenienza di questi nomadi. A creare queste leggende contribuirono sia le caratteristiche somatiche dei sinti e rom: capelli molto scuri, pelle olivastra, sia la pratica della decorazione della pelle con tatuaggi, sia il modo di abbigliarsi e di ornarsi, sia infine la lingua.
Alcuni ritennero che gli zingari fossero di origine ebrea, altri che venissero dall’Egitto, altri ancora che fossero di origine tartara. Almeno all’inizio non furono però male accolti; furono quanto meno accettati.
Così, per esempio, nel salvacondotto, del 1423, dell’ imperatore Sigismondo si ordina che degli zingari, guidati in quel momento da un certo Ladislao Voivoda, siano bene accolti nell’impero.
“Noi Sigismondo, per grazia di Dio sempre Augusto Re dei Romani, Re d’Ungheria, di Boemia, di Dalmazia, di Croazia….
…..Per la quale cosa dovunque il detto Ladislao Voivoda e la sua gente giungano nei nostri domini, città e castella, con la presente lettera comandiamo e ordiniamo alle nostre fedeltà che il medesimo L.V. e gli zingari suoi sudditi, tolto ogni impedimento e difficoltà, debbano essere favoriti e protetti e difesi da ogni attacco e offesa. Se poi tra loro stessi sarà sorta qualche zizzania o contesa, allora né voi, né nessun altro di voi, ma lo stesso Ladislao Voivoda, abbia facoltà di giudicare e liberare.
Anno Domini MCCCCXXIII , in Spis, la domenica prima della festa di San Giorgio martire.”
Gli zingari rimasero comunque ai margini della società, nei loro accampamenti, dediti ai piccoli commerci e a qualche attività artigianale legata all’abilità nel lavorare i metalli.
La grande diffusione degli zingari in Europa avvenne in un momento di importanti cambiamenti: stavano infatti nascendo gli Stati moderni. L’affermazione di un potere assoluto comporta sempre l’emarginazione e l’eliminazione di ogni tipo di diversità e punta tutto sulla omogeneità dei sudditi; la conseguenza fu la repressione anche nei confronti degli zingari.
Nel 1499 Ferdinando il Cattolico associava gli zingari ai mori ed agli ebrei e ne ordinava la cacciata dal suo regno.
Nel 1498 la Dieta di Augusta stabiliva l’impunità per chiunque recasse danno a sinti e rom: “Wer Zigeuner schadigt, frewelt nicht.” (Chi danneggia gli zingari non commette reato ).
In quegli stessi anni anche la condizione dei contadini peggiorò moltissimo e molti, immiseriti e senza possibilità di lavorare, si diedero all’accattonaggio; nel 1591 la città di Bologna bandì sia gli zingari sia i contadini rimasti senza lavoro.
Anche molte città tedesche adottarono provvedimenti simili.
La nuova burocrazia ed in genere tutte le forme di controllo sociale adottate dai nuovi stati crearono molti problemi a sinti e rom.
Nel Wurttenberg, in Prussia ma anche a Milano molti zingari furono consegnati direttamente al carnefice: la pena capitale poteva infatti essere inflitta anche senza processo e la Serenissima Repubblica di Venezia aveva nel 1558 stabilito che chi consegnava alle autorità uno zingaro riceveva dieci ducati e che
“possendo etiam li detti Cingani, così homini come femmine, che saranno ritrovati nei Territiri Nostri esser impune ammazati, si che gli interfettori ( gli uccisori ) per tali homicidi non abbino ad incorrer in alcuna pena.”
Fu in questo periodo che nacquero alcuni dei peggiori pregiudizi nei confronti dei sinti e dei rom. Si disse che erano delle spie al servizio dei turchi, che fossero i discendenti di Caino e che avessero forgiato i chiodi usati per crocifiggere il Cristo, che rapissero i bambini, che subdolamente diffondessero la peste ….
Nel settecento, nel secolo dei lumi, si instaurò la politica della assimilazione dei diversi e dunque anche degli zingari che non dovevano più essere discriminati a patto però di diventare cittadini come tutti gli altri.
Maria Teresa d’Austria e suo figlio Giuseppe II proibirono agli zingari di usare il loro nome, la loro lingua, di vivere secondo la loro tradizione. In Austria i bambini sinti e rom, all’età di quattro anni, dovevano essere tolti alle loro famiglie e dati in affidamento a contadini che li crescessero ” come buoni cristiani “. Non erano dunque gli zingari che rapivano i bambini cristiani ma lo stato cristiano che sottraeva loro i figli.
Sia l’industrializzazione dell’Europa del XIX° secolo e la conseguente crisi dell’artigianato, sia la meccanizzazione dell’ agricoltura e la scomparsa di molte terre demaniali ( di proprietà dello stato e di enti pubblici dalle quali gli zingari potevano trarre cibo e legna ) aggravarono la situazione.
La trasformazione poi degli stati europei in stati di polizia che pretendevano controllare tutto e tutto sottoporre all’ordine costituito, fece sì che tutti i diversi, zingari compresi, fossero criminalizzati e considerati “oziosi, vagabondi e socialmente pericolosi”.
D’altra parte più venivano emarginati, più pregiudizi nascevano nei loro confronti e dunque sempre più necessario era per loro ricorrere ad espedienti per poter sopravvivere, e questo non faceva che aumentare ancor di più l’odio verso di loro.
Il controllo sociale era la premessa della repressione razzista che il nazismo ed il fascismo avrebbero attuato nel XX° secolo con lo sterminio di ebrei, zingari e diversi in genere.
IL GENOCIDIO OPERATO DAL NAZISMO
La storia dei Sinti e dei Rom presenta molti aspetti comuni con la storia del popolo ebraico. Sia gli ebrei che gli zingari hanno vissuto per secoli in Europa senza avere però una loro patria; entrambi sono stati osteggiati dalle leggi razziste del fascismo e del nazismo che ha anche programmato il genocidio dei due popoli. Mentre però, dopo la seconda guerra mondiale, sull’olocausto, sull’eliminazione degli ebrei nei campi di concentramento, sono stati scritti molti libri, sono stati girati molti film e si è molto discusso, del genocidio del popolo zingaro si è parlato molto poco. Anche nella sentenza del processo di Norimberga contro i crimini nazisti un solo capitolo si riferisce allo sterminio di sinti e rom:
“I gruppi d’assalto ricevettero l’ordine di fucilare gli zingari. Non fu fornita nessuna spiegazione circa il motivo per cui questo popolo inoffensivo, che nel corso dei secoli ha donato al mondo, con musica e canti, tutta la sua ricchezza, doveva essere braccato come un animale selvaggio. Pittoreschi negli abiti e nelle usanze, essi hanno dato sfogo e divertimento alla società, l’hanno a volte stancata con la loro indolenza. Ma nessuno li ha condannati mai come una minaccia mortale per la società organizzata, nessuno tranne il nazionalsocialismo, che per bocca di Hitler, Himmler e Heydrich, ordinò la loro eliminazione “.
Solo questo paragrafo, tra inesattezze e banalità, ricorda quanto era successo durante il nazismo.
Per un potere assoluto la diversità è un elemento di disordine che sfugge al controllo della polizia e che crea problemi di ordine pubblico. Si spiega così la repressione del nazismo, del fascismo e di altri regimi nei confronti dei diversi: ebrei, omosessuali, dissidenti politici, zingari. Quest’ ultimi poi praticavano il nomadismo e questo comportava, per il potere, ulteriori problemi di ordine pubblico. Infatti, una delle prime preoccupazioni del nazismo fu proprio quello di “metterli in gabbia” e di schedarli.
Con le leggi di Norimberga (1935) a “tutela del sangue e dell’onore dei tedeschi” si ribadì che:
” Poiché l’appartenenza al sangue tedesco è una premessa per il diritto di cittadinanza, nessun ebreo può essere cittadino del Reich. Lo stesso vale anche per gli appartenenti ad altre razze, il cui sangue non è affine a quello tedesco, per esempio zingari e negri.”
Fu istituito anche un “Centro di ricerche scientifiche sull’ereditarietà” il quale doveva dimostrare la diversità degli zingari. Iniziarono così nel 1936 le deportazioni di zingari nel “campo di lavoro” di Dachau; nel solo 1936 ne arrivarono più di quattrocento. Nello stesso anno, per ripulire Berlino in occasione delle Olimpiadi molti sinti furono internati a Marzahn e ad Auschwitz.
Un sistema adottato dal nazismo per eliminare gli zingari fu anche quello della sterilizzazione forzata delle ragazze sinti e rom. Questo risulta anche dalla testimonianza di Emilia Sattler, riportata nelle pagine precedenti.
Con il ” Decreto di stabilizzazione ” (1939) si obbligavano gli zingari a non abbandonare mai più il luogo allora occupato e con un decreto del 1940 se ne ordinava la deportazione in Polonia.
Il 16 dicembre 1942 fu infine promulgato il ” Decreto di Auschwitz ” (Auschwitzerlass): tutti gli zingari dovevano essere internati senza alcuna considerazione né del grado di purezza razziale (era stato infatti facile dimostrare che, essendo di origine indiana, erano sicuramente ariani), né del paese di provenienza.
La politica repressiva adottata dal nazismo fu estesa a tutta la “Grande Germania” ed anche in Austria la situazione degli zingari non fu diversa.
Circa 6000 zingari austriaci trovarono la morte nei vari campi di concentramento.
Come scrive Vittorio Giuntella nella testimonianza riportata all’inizio del capitolo: “I più fortunati furono quelli deportati in Sardegna, perchè ebbero un trattamento più umano”. La repressione operata dal regime fascista nei confronti dei sinti e dei rom non fu così disumana come quella nazista: furono comunque emanate varie leggi con le quali si tentò di rendere stanziali gli zingari, di impedirne l’ ingresso in Italia, di sancire “l’inferiorità” di questo popolo, si operarono dei rastrellamenti lungo i confini, soprattutto quello orientale e molti sinti e roma furono deportati in Austria e Germania. Circa mille zingari italiani furono uccisi durante il ventennio fascista.
Anche in altri paesi europei occupati dai nazisti i sinti ed i rom furono perseguitati durante questi anni e non mancarono, sempre in questi paesi, gli zingari che si unirono ai partigiani nella lotta contro i nazifascisti. Nel romanzo “Il calderas”, già citato in precedenza, si racconta la storia di uno zingaro che combatte come partigiano in Italia.
VALUTAZIONE DEL NUMERO DI ZINGARI E VIAGGIANTI IN EUROPA
da: Jean Pierre Liègeois, Tsiganes, Voyageurs, Consiglio d’Europa, 1994 |
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ROM, SINTI E ALTRE MINORANZE IN ITALIA
Secondo recenti indagini, attualmente vivono in Italia circa 70.000 zingari; secondo altri ce ne sarebbero invece circa 100.000. Di questi quasi la metà è stanziale, dimora cioè stabilmente in un luogo. É stato calcolato che circa un terzo degli zingari che vivono in Italia sia di provenienza extracomunitaria e che tra questi ultimi la quasi totalità siano persone provenienti dalle regioni della ex Jugoslavia.
Molti rom venuti qui negli ultimi anni sono arrivati tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’70 o nella successiva ondata migratoria avvenuta fra il 1987 e il 1991 proprio dalla regione balcanica. Nella pagina precedente è riportato un articolo, tratto dalla rivista Avvenimenti, che analizza i diversi gruppi che compongono il popolo zingaro in Italia.
La Costituzione della Repubblica italiana all’articolo 6 dice: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. Questo popolo non è però di fatto mai stato riconosciuto come minoranza e l’unica preoccupazione degli amministratori pubblici e dei politici sembra, spesso, essere quella di “cacciare” dal proprio territorio questi indesiderati. Solo tre regioni in Italia hanno elaborato dei disegni di legge e si sono date delle Linee generali e programmatiche di intervento a tutela di sinti e rom: la regione Veneto, la regione Lazio e la Provincia autonoma di Trento.
Il mutamento delle condizioni sociali di vita del nostro paese ha inciso profondamente, dal dopoguerra ad oggi, su tutta la realtà economico-sociale ed ha interessato anche gli zingari che non trovano più giustificazione economica ai loro antichi lavori (gestione di circhi e giostre, lavorazione di metalli, allevamento di cavalli…) ed oggi attraversano un periodo di grande difficoltà.
Spesso inoltre la situazione è aggravata dall’ atteggiamento repressivo delle forze dell’ordine che intervengono in modo spesso pesante nei luoghi di sosta degli zingari per reprimere la piccola delinquenza.
Anche l’inserimento dei bambini sinti e rom nella scuola non è un dato di fatto e lo dimostrano le statistiche che affermano che in Italia il 97% di questi bambini non arriva ad assolvere l’obbligo scolastico.
Anche nella Provincia di Bolzano si riproduce la stessa realtà ed anche qui le istituzioni e le varie amministrazioni pubbliche sono piuttosto latitanti rispetto al problema zingari, al punto che di sinti e rom si occupano quasi solo la Caritas, l’Opera Nomadi (don Bruno Nicolini, in particolare), la “San Vincenzo”, l’Associazione popoli minacciati e qualche altra associazione o persona che a livello di volontariato, e con poche risorse, tenta di risolvere almeno le situazioni più urgenti. L’istituzione di campi di sosta attrezzati rimane anche da noi una speranza.
Nell’alta val Venosta vive un gruppo di nomadi (die Karrner) che vivono “come gli zingari” ma che etnicamente e linguisticamente si differenziano da rom e sinti. Hanno alcune caratteristiche particolari come la lingua (Jenische), l’abbigliamento e sono appunto nomadi: “Karrner” viene da Karren, i carri.
| GIOSTRAI, NOMADI E “CAVALLARI”
Roma oggi rappresenta uno spaccato di quella che è la realtà degli zingari in Italia. Sono infatti presenti molti gruppi diversi: dagli stanziali ai nomadi passando per i seminomadi; dagli zingari italiani a quelli recentemente immigrati nel nostro paese in particolare dall’est. I ROM LOVARA E KALDERASA.Giunti in Italia agli inizi del secolo derivano il loro nome dal mestiere di allevatori di cavalli (in ungherese lob = cavallo) e di indoratori e lavoratori del rame (calderai). Abitano in case e in roulottes. I ROM KHORAKHANA E KANJARJA. Provengono dalle regioni centromeridionali della ex Jugoslavia. I primi sono musulmani, i secondi cristiani di rito ortodosso. La loro immigrazione, iniziata negli anni ’60, continua tutt’ora e si è intensificata con la guerra civile in Bosnia. Sono, per così dire, la spina nel fianco delle amministrazioni locali, in quanto non si riesce a dare loro quei servizi necessari previsti dalla legge. I ROM RUDARI. Originari della Romania, anche loro giunti attraverso la ex Jugoslavia in Italia negli anni’60. Vivono in accampamenti meglio organizzati lungo la Tiburtina e la Collatina. Si occupano della lavorazione del rame, sono musicanti e vendono fiori per la strada. I KAULJA. Di recentissima immigrazione, provengono per lo più dalla Francia, ma sono orignari dell’Algeria. Poverissimi, si aggregano talvolta ai Khorakhané con i quali condividono la stessa fede religiosa. I CAMMINANTI SICILIANI. Originari della Sicilia orientale, sono venditori ambulanti. Vivono per lo più in baracche. da Avvenimenti 12/10/1994 |
ROM E SINTI OGGI IN EUROPA
Come risulta dai dati presentati nella pagina precedente più di 5 milioni di zingari vivono oggi in Europa. Secondo altre fonti questo calcolo è errato e gli appartenenti a questo popolo, presenti in quasi tutti gli stati europei, sono circa 10 milioni.
Proprio la vita nomade ed i frequenti spostamenti da uno stato all’altro rende questo censimento particolarmente difficoltoso.
Rispetto poi al problema dei rapporti con le varie minoranze, ci sono, tra i vari stati europei, delle grandi differenze di atteggiamento e legislative e, a livello di Comunità Europea, oggi manca ancora una normativa politica e giuridica che garantisca agli zingari, in tutti gli stati europei, gli stessi diritti umani, civili e politici.
Ultimamente è sorta anche un’organizzazione internazionale dei sinti e rom. Questa associazione è stata anche riconosciuta nel 1979 dalle Nazioni Unite come organizzazione non governativa internazionale. l’Unione Romanì si occupa proprio della tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali, collaborando con diverse istituzioni ed organizzazioni.
Nel 1990, al 4° congresso dell’Unione Romanì parteciparono rappresentanti di circa 30 stati. In questa occasione sono però emerse anche divisioni e divergenze che rischiano di vanificare il lavoro di questa organizzazione.
l’Unione Romanì potrebbe invece costituirsi come luogo di aggregazione e di confronto ed aiutare così sia gli zingari ad avere coscienza della propria identità, sia i gagè a superare i pregiudizi e a rifiutare gli stereotipi che si riferiscono a questa minoranza.
Anche perchè sono proprio i pregiudizi sugli zingari e, come scrive Mario Lodi, la paura degli stessi, ciò che accomuna tutti gli stati europei.
” La discriminazione contro di noi, supera tutte le frontiere “, recita così un verso di una poesia zingara.
LA CULTURA
Le radici della cultura dei rom e dei sinti si devono ricercare in India. Recenti studi hanno dimostrato che esistono molti elementi comuni con la cultura, la civiltà e le lingue dravidiche, di quelle popolazioni cioè che, arrivate in India prima del 3500 a.C., si stabilirono nelle regioni del Deccan e del Panjab e fondarono la città di Harappa ( Hara è uno dei nomi del dio Siva ) e quella civiltà urbana di circa mille anni precedente l’invasione degli arii.
Nella cultura dei rom e dei sinti si incrociano però molti successivi influssi, a cominciare dalla cultura dei Veda (testi religiosi degli arii immigrati in India).
Nelle sue secolari migrazioni questo popolo è entrato in stretto contatto con molti altri popoli assumendone, in parte, usi e costumi; ma Poiché queste migrazioni si sono realizzate in tempi e con itinerari diversi, è difficile parlare di un’unica cultura dei rom e dei sinti. Gli elementi comuni a tutti i gruppi zingari non sono molti, basti pensare alle varie lingue parlate da questo popolo, alle religioni professate, alle diverse tradizioni. A parte l’origine, è comune il sentimento che esprime questa poesia:
Sono vecchio e affaticato ma non posso restare.
Gli zingari si fermano solo per morire, perchè la strada è la loro vita.
Sulla strada veniamo al mondo, lungo le strade viviamo, in fondo ad una strada ci prende la morte.
Così è la nostra vita siamo poveri ma felici.
La nostra ricchezza è lo star seduti attorno ad un fuoco ad ascoltare il violino che suona.
Anche a questo proposito bisogna però notare che esistono rom e sinti ormai stanziali ed altri che praticano il nomadismo.
Elementi culturali comuni possono anche essere: il senso di indipendenza, il ruolo della vita (considerata più importante di qualsiasi idea o valore), il rifiuto della guerra come istituzione, l’attenzione per i bambini, l’autorità paterna ed il ruolo subordinato della donna, l’amore per la musica, il senso del magico.
LA MAGIA
Anche nei brevi testi di letteratura zingara riportati all’inizio dei vari capitoli di questo testo si trovano dei riferimenti a spiriti buoni o cattivi che continuamente intervengono nella vita degli uomini. Ancor di più ascoltando i racconti dei vecchi zingari si sente spesso parlare di esseri demoniaci (Nivasha, Phuvasha…), di streghe, di spiriti dei morti (Cohane), o di spiriti benigni. Anche loro, come gli induisti o i buddisti, credono nella metempsicosi, credono cioè che l’anima di un essere umano nel momento della morte si trasferisca o in un oggetto, o in un animale, o in un uomo; questo spiega perchè pensino ad un mondo così pieno di spiriti che possono essere, come tutte le cose, o puri o impuri.
Per i rom ed i sinti la differenza tra puro ed impuro è identica a quella fra vita e morte: puro è il sole, il latte, la salute, la testa,…..; impuri sono i piedi, la malattia, la sporcizia, le tenebre …
Legata a questo ritorno degli spiriti e a questa alternanza tra puro e impuro è la concezione del tempo, ed in particolare, della ruota della fortuna. L’idea di fortuna è strettamente legata a quella di destino (o, per usare una parola sanscrita, di Karma).
l’universo è guidato dal destino e tutto avviene secondo le leggi fissate dal destino. Questo spiega un certo fatalismo presente nella cultura zingara.
Questa cultura, già molto differenziata tra i diversi gruppi, ha perso molti dei suoi valori nell’ultimo secolo a causa della imposizione della “nostra” cultura basata sulla tecnologia e sulla comunicazione. Nelle case, ma anche nelle roulotte, nelle baracche e nelle tende abitate dagli zingari è sempre più facile trovare una televisione e sempre più facilmente le tradizioni, gli usi ed i costumi di questo popolo scompaiono di fronte ai nuovi modelli di vita che la società dei consumi impone a loro come a noi.
LA RELIGIONE
Per capire quale importanza ha per i rom ed i sinti la religione e per capire la loro vita religiosa, bisogna risalire alle origini di questo popolo. Anche parlando della religione bisogna premettere che ci sono grandi differenze tra i diversi gruppi di zingari: alcuni sono musulmani, altri cristiani ortodossi, altri cattolici o luterani. Ci sono così rom e sinti che festeggiano il Natale e la Pasqua, altri che festeggiano il Bajram ed il Kurban Bairam.
I rom e sinti hanno comunque conservato alcuni elementi comuni, di origine indiana, pur avendo, in parte, accettato la fede dei popoli presso i quali sono vissuti.
Abbiamo già visto nel capitolo precedente che è comune a tutti gli zingari la credenza negli spiriti dei morti e la fede nel Destino (fortuna).
Ci sono poi alcuni miti, come quelli riferiti all’acqua o quello della battaglia e della vittoria di Indra, che costituiscono un patrimonio religioso comune. Indra è una delle grandi divinità induiste assieme a Shiva e Vishnu. E’ da notare che Vishnu, in tre successive incarnazioni, si presentò agli uomini come Rama: c’è chi sostiene che il nome rom ( o roma ) significhi proprio figli di Rama.
Ci sono poi alcuni “santi” comuni a rom e sinti sia cristiani che musulmani; questi santi, di origine indiana, sono in particolare: Bibi (o Sara) la Nera e San Giorgio.
Quella di San Giorgio è una festa di primavera. In onore di San Giorgio viene sacrificato un agnello e parte delle carni dell’agnello vengono appese ad un albero, affinché gli spiriti buoni (le fate) se ne cibino e continuino ad essere benevole.
Anche la festa della dea Bibi si celebra in primavera (marzo), sotto un grande albero. In Serbia questa dea è rappresentata esattamente come Kalì, la dea che in India è venerata come la compagna di Shiva. I rom la considerano la protettrice dei bambini.
LA FAMIGLIA
La famiglia costituisce per i rom e i sinti l’ elemento fondamentale della loro vita sociale. Il vincolo con la famiglia e con il clan a cui appartengono è molto forte perchè sono queste istituzioni che garantiscono la protezione e la sicurezza.
Come risulta anche dalla lettura ” Il rom e le ciliege “, la preoccupazione di allevare, sfamare e proteggere la famiglia è molto sentita: la cura per i bambini occupa molto tempo.
Questa istituzione risulta per gli zingari più importante di quanto lo sia per noi, infatti la famiglia si deve occupare anche di quelle funzioni che nella nostra società sono affidate ad altre istituzioni, come la scuola, l’amministrazione pubblica, lo stato…
Per sinti e rom non ha nessun senso parlare, per esempio, di ospizi per i vecchi; nessuno abbandonerebbe mai una persona anziana che è membro della famiglia a tutti gli effetti.
Per loro, inoltre, una famiglia numerosa è una grande fortuna: per questo nella testimonianza di Emilia Sattler, riportata nel capitolo 3°, si parla della sterilizzazione come di una vera brutalità che ha impedito alla stessa di “vivere come donna”.
Le donne sono sottomesse agli uomini anche se molto spesso sono proprio loro che si occupano della cura della famiglia e si danno da fare per trovare i soldi con i quali mantenere tutti i componenti della stessa. Sono loro che vanno in giro a chiedere la carità, a leggere le mani, a vendere fiori o altri oggetti di artigianato.
Spesso anche il matrimonio non è una libera scelta della donna; abbiamo letto nel 2° capitolo che Sandra Jayat, per aver rifiutato il matrimonio che le era stato imposto, ha dovuto scappare in Francia.
Negli ultimi tempi anche tra gli zingari c’è però chi mette in discussione questa supremazia dei maschi e propone una pari dignità tra uomini e donne.
Come vedremo nel prossimo capitolo, anche per quanto riguarda l’ educazione, la famiglia riveste un ruolo molto importante.
| Il rom e le ciliege
C’era una volta un rom che aveva cinque bambini. Era povero ed una sera non aveva più nulla da dare da mangiare ai suoi piccoli che piangevano per la fame. Non vuole dir loro che non c’era più nulla da mangiare. Pensò e ripensò a cosa fare infine disse tra se: vado a comprare delle ciliege. Si arrampicò di nascosto su un ciliegio di un gagè e comincio a mettere le ciliege in un cesto. Non passò molto ed il rom vide venire verso il ciliegio un ragazzo ed una ragazza che si fermarono proprio lì sotto. Il rom si nascose ed aspettò. I due ragazzi si sedettero sotto l’albero, si abbracciarono e si baciarono. Il ragazzo chiese alla sua compagna di fare l’amore, ma lei gli rispose: “ma se poi nasce un bambino, chi lo sfamerà”. Il ragazzo disse: “ci penserà quello lassù (intendendo Dio)!” Ma il rom sentito questo gridò: “No, no! Ne ho già abbastanza di bambini da sfamare!” da “Romane Krle” (Voci zingare), edizioni Sensibili alle foglie; testo ripreso da “Lacio Drom”, 1980/5 |
LA SCUOLA
Per molti secoli i sinti ed i rom non hanno conosciuto la scuola. Imparavano vivendo in famiglia e nel clan. In questo modo apprendevano tutto ciò che era utile ed importante per sopravvivere.
I giovani conoscevano la storia del loro popolo dai racconti dei vecchi che tramandavano, solo oralmente, la cultura zingara. Questo modo di apprendere è entrato in crisi negli ultimi secoli, dopo che la rivoluzione industriale ha imposto nuovi modelli economici e culturali. Il fatto di essere analfabeti ha, per esempio, creato non pochi problemi agli zingari nel momento in cui hanno dovuto avere rapporti con la burocrazia dei vari stati: anche attraversare un confine diventa un grosso problema per chi non sa leggere e scrivere e non può dunque controllare dei documenti.
Oggi anche i sinti e i rom che svolgono una attività economica, per esempio gestiscono delle giostre o dei piccoli circhi, devono tenere dei libri contabili, devono dunque conoscere le leggi, le norme, le disposizioni vigenti.
Diventa dunque importante che i ragazzi zingari possano frequentare le scuole e lo possano fare con continuità e non sentendosi degli “intrusi”.
Perchè questo non succeda è però necessario che la loro cultura, i loro usi e costumi siano conosciuti dagli insegnanti e dagli altri ragazzi, dai gagè, e sia rispettata la loro diversità.
Per permettere agli zingari di frequentare le scuole con continuità e profitto sarebbe importante o costruire dei campi-sosta attrezzati nei quali le famiglie si possano fermare per più tempo garantendo così la frequenza dei figli a scuola , o istituire, proprio per loro, delle scuole itineranti, nelle quali cioè anche gli insegnanti viaggino assieme ai ragazzi; questo sarà possibile nel momento in cui ci saranno dei maestri sinti o rom.
D’altra parte anche per i ragazzi gagè è un arricchimento la possibilità di incontro con una cultura, una lingua tanto diversa; ne è un esempio il lavoro fatto dalla classe Va della scuola elementare “Madonna Bianca” di Trento che ha anche prodotto quel libro “Peslotto” così spesso citato in questo testo.
IL LAVORO
Per molti secoli i sinti e i rom hanno esercitato dei lavori che erano in accordo con il tipo di vita nomade che facevano.
I diversi gruppi di zingari si sono specializzati in lavori diversi e queste professioni sono state tramandate dai padri ai figli. E’ per questo che alcuni gruppi di zingari portano ancora oggi un nome che proviene proprio dal lavoro che faceva il gruppo. Così ci sono:
i lovara (dalla radice linguistica ungherese lov, cavallo): rom allevatori soprattutto di cavalli,
i kalderasha (dal tardo latino caldaria, pentola): rom calderai o fabbri,
i lautari (dalla stessa radice di liuto): rom musicisti, soprattutto di chitarra e di violino.
Altre professioni esercitate dagli zingari sono:
- il commercio di oggetti di artigianato; soprattutto oggetti in metallo o in vimini che i sinti costruiscono con molta abilità,
- lo spettacolo ambulante; esistono ancora alcuni piccoli circhi gestiti da zingari ed alcuni sinti lavorano ancora nelle giostre e nei Luna Park,
- la chiromanzia,
- il lavoro saltuario in agricoltura, in particolare per la raccolta di olive e di agrumi.
Molti di questi lavori offrono però ben poca possibilità di guadagno nella nostra società dei consumi: nessuno fa più aggiustare una pentola rotta, pochi si fermano ad ascoltare dei musicisti ambulanti, pochi commerciano in cavalli, il circo non è più un’ attrattiva.
Rimangono così poche possibilità di lavoro per gli zingari anche perchè, fino ad oggi, hanno frequentato poco le scuole e dunque è per loro particolarmente difficile trovare una nuova occupazione.
E’ forse per questo che alcuni giovani zingari, soprattutto dei gruppi più poveri, cadono nella rete tesa dalla malavita.
LA MUSICA
La sensibilità degli zingari per la musica è proverbiale. E’ facile trovare negli accampamenti dei sinti e dei rom degli strumenti musicali, soprattutto violini, cimbali, chitarre.
Quasi mai questi musicanti conoscono le note musicali ed i trattati sull’armonia: più che compositori sono dei bravi arrangiatori della musica popolare.
Quella musicale è una tradizione molto antica. Nel 1430, alla corte dell’imperatore Sigismondo, suonava una orchestra zingara e pochi sanno che uno dei maestri di musica di Franz Liszt era un rom ungherese.
Oltre che bravi esecutori gli zingari erano anche bravi artigiani che producevano strumenti musicali.
Per capire meglio che cosa rappresenti la musica per gli zingari rimandiamo alla prima lettura di questo libro ( Il Calderas di C. Sgorlon ).
Un esempio della creatività zingara nel campo della musica è il flamenco: una espressione musicale tipica dei gitani, cioè dei rom di Spagna.
Il cuadro flamenco (chitarra, danza, canto e battito delle mani) è diventato famoso in tutto il mondo.
Ecco come spiega il flamenco José Amaya, un gitano della compagnia di Luisillo: “Il flamenco è la forma con cui il gitano manifesta il suo sentimento (triste, allegro, religioso che sia). La sera, quando si riunisce la famiglia, basta che uno accenni il ritmo battendo le mani e già un bambino sta ballando e la madre sta cantando. Basta un accenno: è una comunicazione!” (da: I figli del vento di M. Karpati , edit. La scuola).
LINGUA E DIALETTI
L’origine della lingua dei sinti e dei rom è da ricercare in India, probabilmente nell’India nordoccidentale. Ormai molti studiosi hanno dimostrato che questa lingua deriva dal sanscrito, la lingua letteraria dell’India antica, ancor oggi usata nelle cerimonie religiose più importanti.
Questa lingua originaria ha subito però delle notevoli influenze da parte delle diverse realtà linguistiche con le quali gli zingari vennero in contatto nel loro peregrinare ed è possibile tracciare il percorso fatto nei secoli da questo popolo per arrivare in Europa, proprio studiando i vari influssi linguistici.
Sappiamo così che sinti e rom sono entrati in contatto con la lingua iraniana, l’armeno, le lingue slave, l’albanese, l’ungherese, il rumeno, il greco….. frammentandosi così in diversi dialetti che conservano però un fondo comune.
Poiché però i vari dialetti della lingua zingara non sono mai stati usati, fino all’inizio del ventesimo secolo, in testi scritti, il lavoro di ricostruzione di questo fondo comune è complicato e deve rifarsi solo alla tradizione orale.
Non esiste dunque una grammatica della lingua dei sinti e dei rom e il testo riportato nella pagina precedente (preso dalla rivista lacio drom, n.2, 1983) è uno dei primi tentativi di creare un vocabolario che ci permetta di conoscere meglio la cultura dei “figli del vento”.
Negli ultimi anni sono stati pubblicati vari libri scritti nei dialetti zingari e su di essi e questo ha contribuito a rafforzare, nei sinti e rom, la consapevolezza della propria identità .
Una poesia
La verità zingara
Dov’è la verità zingara?
Da quando mi ricordo
giro con la tenda il mondo
cerco amore ed affetto
giustizia e fortuna.
Sono invecchiato sulla strada
non ho trovato vero amore.
Non ho sentito la parola giusta.
Dov’è la verità zingara?
Rasim Sejdic
Proverbi zingari
Se vuoi essere saggio, ascolta.
Un uomo saggio ride quando può. Sa bene che ci sarà molto da piangere nella vita.
Se ti siedi sul cavallo rivolto all’indietro, quello continua ad andare avanti.
Una lepre in pentola vale per sei nel campo.
Se piove, non coprirti la testa con un settaccio.
Se entri nel torrente, non accusare le scarpe di essersi bagnate.
Un topo con una rosa all’orecchio è sempre un topo.
Se non vuoi vedere, a che serve una stella?
Vedere un gagiò che sorride è più raro che vedere una mucca che fa un uovo.
Lo zingaro, sua moglie e un detto siciliano
Nella ricca cultura popolare siciliana i riferimenti agli zingari sono briciole sparse, che non è sempre facile raccattare. Lo stesso Pitrè, infaticabile com’era e nonostante avesse affermato che “la loro memoria era molto viva nella tradizione e più nel dialetto palermitano”, non riuscì, alla fin fine, che a mettere insieme non più di qualche paginetta.
Eppure, a ben esplorare gli angoli più remoti del folclore isolano, può capitare che qualche cosa di nuovo salti fuori all’improvviso; ed è capitato, per caso, proprio a chi scrive queste note, parlando del più e del meno con un amico di Canicattini Bagni, un grosso paese in provincia di Siracusa, dove vive una comunità di Camminanti. Mi si è presentato un modo di dire che, per quanto mi risulta, fu ignoto al Pitrè ed è addirittura inedito: “èssiri comu a mugghieri o zingaru”, essere come la moglie dello zingaro. Com’era la moglie dello zingaro ce lo dice un aneddoto.
Uno zingaro e sua moglie si erano accampati, con il loro carrozzone, sulla riva di un torrente. Un giorno, mentre lo zingaro si trovava in paese, il torrente straripò, spazzando via tutto ciò che incontrava lungo il suo corso. Al ritorno, il povero zingaro non trovò né la moglie né il carro e diede l’allarme. Accorsero alcuni contadini, che incominciarono a perlustrare la zona, e man mano si dirigevano a valle. Solo lo zingaro andava verso monte. Qualcuno, un po’ sorpreso, gli fece allora notare che se sua moglie fosse stata travolta dalle acque, si sarebbe dovuta trovare a valle. Ma lo zingaro, con una certa rassegnazione, replicò che ciò che sarebbe stato normale per gli altri, non lo sarebbe sicuramente stato nel caso di sua moglie.
E fu così che da quel giorno la gente del luogo disse di chi agisce sempre in maniera inconsueta, fuori dalla norma, che “è comu a mugghieri o zingaru”.
STEREOTIPI E PREGIUDIZI
Lo “straniero”, con la sua situazione di precarietà, fa riemergere il ricordo e la paura delle perdite di certe sicurezze (la casa, il lavoro, gli affetti familiari); e con essa anche il senso del fallimento, l’immagine infantile di essere disprezzato, indesiderato e non amato che ciascuno di noi porta nel profondo.
Per rimanere indenni da questi sentimenti ecco che le persone o gruppi si creano un immagine degli altri, sulla base di inadeguate informazioni, con determinate caratteristiche negative cha permetterà di disprezzarli per certe caratteristiche reali, che vengono esagerate, ma non inventate (stereotipo). Ad esse vengono poi associate opinioni e sentimenti negativi sostenuti perfino di fronte alla prova del contrario (pregiudizio).
Rita Vittori
Ecco come la psicologa Rita Vittori spiega la formazione dello stereotipo e del pregiudizio. E’ dunque uno stereotipo affermare, per esempio, che tutti gli zingari sono dei ladri, degli imbroglioni, gente insomma di cui dobbiamo avere paura. Avere una capacità critica forse significa allora saper distinguere e voler capire meglio.
Ed è un pregiudizio affermare, per esempio, che gli zingari non hanno voglia di lavorare. Abbiamo visto come i diversi gruppi di rom si contraddistinguano proprio in base al mestiere che praticavano e che oggi purtroppo non possono più praticare e abbiamo visto che la frequenza di una scuola, ed il conseguente conseguimento di una licenza che permette di trovare un lavoro, non è un fatto scontato per un ragazzo rom.
ROM E GAGÈ
| Noi e i Gagè
Il gagiò lavora, lavora sempre, sperando di diventare qualcosa e, sperando così, muore. Poi ha fatto tante leggi, troppe. La libertà è bella: vai dove voi. Una volta nei tempi antichi, era così: andavi dove volevi e non ti domandavano niente. Invece oggi troppi incartamenti ci vogliono. Però non si può essere senza gagé. Tutti insieme dobbiamo vivere. Un Rom non compra un altro Rom. Una volta capitava di vendere un cavallo a un altro Rom. Ma del resto cosa vendi a un altro Rom, che sa fare come te la stessa cosa ? I gagé sono potenti, ma noi qualche volta siamo più furbi. Ti racconto una storia. Un giorno un gagiò andava a Zagabria a vendere formaggio. Incontra un Rom. “Dodròi tike.” “Come stai?” “Bene, grazie. Cosa fai?” “Vado in città a vendere formaggi. Se indovini quanti ne ho nel cestino, te li regalo tutti e nove!” “Proverò. Io direi che … sono nove!” (da Rom sim di B. L. Zlato e M. K. Semezejana, edizione Lacio Drom, Roma, 1984) |
I rapporti tra e gagé non sono sempre facili. Questa lettera scritta da una ragazza rom di 14 anni (di origine macedone, musulmana, in Italia dal 1990), inviata ad un ragazzo conosciuto a Bolzano, ne é forse un esempio. (Si è preferito correggere alcuni errori di ortografia e togliere i nomi propri citati nella lettera.)
Caro…
Nei prossimi giorni parto con mia mamma e i miei fratelli per andare da mio padre a Skopie. Mio padre è stato mandato via dalla polizia che è venuta una mattina e ha preso tanti uomini e li ha caricati su un autobus e li ha portati al confine perché non hanno il permesso di soggiorno. Anche la Mamma ha il foglio di via e cosi andiamo con …. a Skopie dove c’é anche mia nonna.
Mi dispiace tanto partire anche se qui al campo è sempre più brutto e quasi tutti giorni arriva la polizia che l’altro giorno ha anche rotto i vetri e la porta della roulotte di …, i bambini hanno tantissima paura quando vedono la polizia.
Spero che a Skopie non c’é la guerra e così forse dopo 4 anni posso tornare a scuola e non devo come qui a Bolzano andare in giro a chiedere i soldi; questo è brutto e qualche volta la gente mi risponde male e mi manda via.
Io volevo andare a scuola qui a Bolzano ma anche se … ha fatto tanto, non ho potuto. Invece ti prego di salutare … e …. * che mi hanno aiutato e sono gentili con la tua famiglia.
Quando sono a Skopie ti scrivo e ti dico come è.
Ciao, saluti a…
Bolzano, 20 settembre 1994
* collaboratrici di una agenzia educativa privata che ha permesso la frequenza gratuita di un corso.
BIBLIOGRAFIA www.popoliminacciati.it
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